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Ebola è figlia di un’Africa impoverita

Enzo Nucci
www.confronti.net

Non è un caso che l’epidemia si sia sviluppata in Liberia, Sierra Leone e Guinea, paesi che vengono da decenni di instabilità, guerre civili e dittature sanguinarie, dove la corruzione e l’economia disastrata non consentono strutture sanitarie adeguate. Naturalmente la mancanza di acqua corrente, fogne ed energia elettrica nelle abitazioni contribuisce fortemente alla diffusione dell’Ebola. E infatti in un altro paese africano dove la situazione economica è molto migliore, la Nigeria, il contagio è stato fermato grazie ad una mobilitazione immediata. Nucci è corrispondente della Rai per l’Africa sub sahariana.

«Ebola is real». Questo è lo slogan ripetuto ossessivamente sui manifesti che tappezzano muri, uffici pubblici, automobili di Monrovia, capitale della Liberia. Il governo (prima ancora di fronteggiare la diffusione del virus) ha dovuto rassicurare i cittadini che non era l’ennesimo stratagemma ideato dai suoi politici per succhiare altri fondi alla comunità internazionale ed arricchire i propri conti correnti. La percezione popolare ha dapprincipio individuato nei componenti della classe dirigente gli artefici del grande allarme per continuare ad arricchirsi a spese dei poveri. Perché Ebola è innanzitutto figlio della miseria, ovvero del collasso delle strutture sanitarie, della mancanza di acqua corrente, fogne ed energia elettrica nelle abitazioni. Non è infatti casuale che l’epidemia si sia sviluppata in Liberia, Sierra Leone e Guinea, tre fragili nazioni dell’Africa occidentale reduci da decenni di instabilità, guerre civili, dittature sanguinarie e con un presente, che le accomuna, di corruzione e crescita economica assente. Ed oggi la situazione si è ulteriormente aggravata per la «quarantena» a cui questi stati sono sottoposti per la chiusura delle frontiere e la limitazione di viaggi aerei e marittimi adottate da moltissime nazioni per cercare di bloccare il contagio.

In Liberia (che conta il maggior numero di vittime ed infetti) dopo 11 anni complessivi di guerre civili (scoppiate in due fasi tra il 1989 ed il 2003), grandi speranze per il cambiamento alimentò nel 2005 l’elezione alla presidenza della Repubblica di Ellen Johnson Sirleaf, economista, prima donna alla guida di un paese africano, riconfermata anche nel 2012. Ma il bilancio di 9 anni di potere è negativo. Il governo guidato dalla Sirleaf è considerato tra i più corrotti del continente, la disoccupazione è al 50%, il tasso di analfabetismo è altissimo, mancano i servizi di base essenziali, l’83% dei 4 milioni di abitanti vive sotto i livelli di sussistenza con un reddito di un dollaro al giorno mentre il paese resta «un paradiso fiscale» per i ricchi stranieri che garantiscono la continuità della classe dirigente con abbondanti elargizioni in cambio di immunità tributaria.

La Sierra Leone ha conosciuto pochi momenti di pace. Negli anni Novanta il debole governo si scontrò con i ribelli per il controllo delle zone minerarie ricchissime di diamanti. Il conflitto fu risolto dal discusso intervento armato dell’Inghilterra, che però ebbe il merito di mettere fine a 11 anni di massacri (1991-2002). Nel 2007 le prime elezioni portarono alla presidenza Ernest Bai Korama (riconfermato anche nel 2012) ma la sicurezza del processo democratico è stata garantita dalla presenza dei caschi blu dell’Onu. La popolazione è poverissima e divisa da conflitti etnici e tribali. La Cina si sta facendo carico di dare strutture al paese in cambio dello sfruttamento minerario.

In Guinea le prime elezioni libere, nel 2010, hanno sancito la vittoria alla Presidenza della Repubblica di Alpha Condé, oppositore storico del precedente presidente. Ma anche Condé (che ha conosciuto il carcere e l’esilio in Francia) si è rivelato illiberale quanto il predecessore. Sta infatti facendo carte false per far slittare il prossimo appuntamento elettorale, previsto nel 2015, anche armando il suo gruppo etnico contro gli altri. A far da contorno, un’economia da sussistenza.

In questo debole quadro politico delle tre nazioni il virus di Ebola ha trovato spazio per diffondersi. Non a caso in Nigeria (primo paese africano per il Pil, anche se con contraddizioni altrettanto marcate) il contagio è stato fermato grazie ad una mobilitazione immediata dei suoi medici migliori e con l’apporto fondamentale di una struttura sanitaria (finanziata dai coniugi Gates) nata nel 2012 per combattere la poliomielite e prontamente riconvertita all’emergenza Ebola. Su tutto questo però emerge con prepotenza l’incapacità della comunità internazionale (e dell’Organizzazione mondiale della sanità) di far scattare immediatamente l’allarme, lanciato ufficialmente solo in agosto, dopo che i primi casi erano stati individuati in marzo. Un colpevole ritardo dovuto non solo alla sottovalutazione della potenza virale di Ebola, ma anche ai tagli apportati al bilancio dell’Oms che hanno compromesso le sue capacità di intervento. Ora si aspetta il vaccino. Ci dicono che sono vicini ad individuarlo ma gli esperti sostengono che ci vogliono almeno altri 10 anni di ricerca.

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L’ebola dove l’ebola non c’è

Federica Iezzi
Nena News

Gli ultimi dati: 13.268 casi di ebola, 4.960 morti tra Guinea, Liberia e Sierra Leone, i Paesi dell’Africa Occidentale, maggiormente colpiti, dall’inizio dell’epidemia. Un caso di contagio e una vittima in Mali, una vittima spagnola, quattro contagi di cittadini statunitensi, con una vittima. Dalla metà di ottobre Nigeria e Senegal, sono stati dichiarati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “ebola-free”. 42 giorni senza nuovi casi.

Dove la situazione è ancora preoccupante è la Mano River region, tra Guinea, Liberia e Sierra Leone. La febbre emorragica continua ad esplodere, nonostante l’enorme sforzo di gestione e contenimento dei contagi, nonostante l’avvio di esclusive infrastrutture sanitarie, nonostante le martellanti campagne di informazione.

Perché questa enorme propagazione allora? Dal 1976, quando ebola fece la sua prima comparsa a Yambuku, nell’ex Zaire, almeno 29 ripetute e continue epidemie hanno flagellato la terra africana. Ultime solo in ordine di tempo quelle in Congo e Uganda del 2012. Hanno avuto luogo in aree remote, in villaggi isolati. Nessuno si è chiesto perché villaggi senza nome, sono stati totalmente sterminati dal virus, sulle colline a nord-est del Congo o nel distretto di Kibaale nell’Uganda occidentale.

Oggi ebola continua a serpeggiare per un territorio di circa 430 mila chilometri quadrati, abitata da 22 milioni di persone. Persone che oggi hanno la libertà di viaggiare, di spostarsi in città densamente popolate, di entrare in un ospedale per avere accesso a cure mediche.

La trasmissione avviene fra parenti e amici dei contagiati. Con lo scambio parallelo di sangue e fluidi biologici (liquido spermatico, secrezioni vaginali, saliva, urina, vomito). Tramite il diretto contatto con i cadavere dei defunti o con le persone guarite, contagiose per almeno ulteriori 50 giorni.

A tutti gli operatori sanitari che lasciano i Paesi endemici e rientrano in Italia viene fatta una valutazione del rischio, imposta dal Ministero della Salute, in base ai criteri indicati da OMS ed European Centre for Disease Prevention and Control. A questo si aggiunge l’opinione, spesso fuori luogo, dettata da un certo grado di autonomia, di enti locali e ASL, che possono decidere con una valutazione del rischio identica, di imporre o meno un isolamento.

Se i nostri operatori sanitari nei Paesi africani endemici hanno seguito tutte le norme di tutela e sempre indossato i dispositivi di protezione individuale, il rischio di diffusione al rientro è basso e l’ordinanza, che impone la quarantena, non diventa obbligatoria. Le misure di quarantena forzata per gli operatori umanitari asintomatici, di ritorno dalle aree colpite dal virus ebola in Africa occidentale, non sono fondate su alcuna base scientifica.

I protocolli dunque permetterebbero di tornare ad una vita normale. Anche nella remota possibilità che l’operatore fosse infetto, finché non ci sono sintomi eclatanti come diarrea, vomito o sanguinamenti, non è comunque contagioso per gli altri.

E in tutto questo nessuna nota della ministra della sanità Beatrice Lorenzin.

E allora inizia lo squilibrio: ripercorrere il tragitto in treno o la mappa delle visite nei negozi sotto casa, tenere i figli lontani da scuola e giardini pubblici, obbligare i familiari a restare chiusi in casa.

E mentre si parla di aiutare a non terrorizzare il mondo rispetto ai Paesi africani che stanno vivendo il dramma dell’ebola, l’Italia risponde con misure di isolamento immotivate. E con misure sproporzionate di sorveglianza negli aeroporti, ricordando tra l’altro, che l’Italia, a differenza di altri Paesi Europei, non ha collegamenti aerei diretti con i Paesi endemici africani.

E le conseguenze dell’ebola dove non c’è l’ebola sono disastrose. In Gambia, 700 chilometri dai focolai del virus, 50-60% in meno di turisti. In Kenya, 7.900 chilometri dalla Sierra Leone, turismo sceso del 75-80%. Crollano anche i viaggi in Sudafrica, 9.500 chilometri dalla Guinea.

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