Home Politica e Società Fatto privato o sociale? Eutanasia e suicidio assistito, fra compassione e libera scelta

Fatto privato o sociale? Eutanasia e suicidio assistito, fra compassione e libera scelta

Federica Tourn
www.riforma.it

Un convegno organizzato a Torino dalla Consulta di Bioetica affronta la riflessione sulla morte volontaria, a partire dal caso di Brittany Maynard

«Il suicidio è certamente una decisione individuale ma se qualcuno ti aiuta a morire non è più un fatto privato ma sociale. Può la società dire: va bene, ucciditi?». Così padre Giuseppe Zeppegno, della Facoltà teologica dell’Italia settentrionale, ha sintetizzato alcune delle questioni cruciali introdotte dal convegno organizzato dalla Consulta di bioetica onlus sul tema “La scelta di Brittany e la morte volontaria: è un caso isolato o ha un futuro?”. L’incontro, che si è tenuto lo scorso 10 novembre a Torino, ha intrecciato pareri medici e riflessioni teologiche e filosofiche per approfondire i problemi sollevati dalla decisione della giovane statunitense di accedere al suicidio assistito,dopo la diagnosi di un tumore al cervello senza speranza di guarigione.

«Nella Chiesa cattolica non c’è alcun vitalismo – ha aggiunto Zeppegno – ma è chiaro che esprime un fermo no al suicidio assistito e all’eutanasia. L’invito a rispettare la vita umana però non significa accanimento terapeutico quanto accompagnare il malato alla morte con le cure palliative». Ma lo Stato deve promuovere la vita o l’autonomia dei singoli? «Quando una persona si suicida, quali che siano i suoi motivi, non si riconosce più nella sua vita – ha detto Daniela Steila, docente di Storia della filosofia all’Università di Torino – ma non è detto che la scelta sia in solitudine, per esempio Brittany è stata sostenuta dalla sua famiglia. Noi abbiamo una concezione narrativa dell’identità: io sono quel che sono perché mi racconto una storia, se vedo che la fine mi porta in una direzione che non sento coerente con quello che sono devo poter dire basta».

La domanda allora è: lo Stato deve farsi carico anche di questa scelta individuale? In che termini? Se pare largamente condiviso da tutti che non è accettabile la mediazione del denaro (solo chi paga, come per esempio in Svizzera, può avere la “dolce morte”), molto meno semplice è definire dei limiti in cui farsi aiutare a morire è consentito. «Esiste una differenza etica tra lasciare morire e procurare attivamente la morte, tra eutanasia e suicidio assistito», ha detto Luca Savarino, presidente della Commissione bioetica delle chiese battiste, metodiste e valdesi. «La vicenda di Brittany dal punto di vista morale e legale è chiarissima vista la patologia da cui la ragazza era afflitta: i problemi nascono per casi meno evidenti, perché si tratta di definire qual è la soglia oltre la quale la vita diventa insopportabile. La decisione individuale non basta: io sono favorevole all’eutanasia se c’è una diagnosi medica che attesta l’oggettività di una sofferenza insolubile». Eutanasia come pietas verso chi soffre e non come soluzione al tragico della vita, insomma: «qualsiasi atto di suicidio è legittimo dal punto di vista personale e morale – precisa Savarino – ma quando discutiamo di eutanasia non parliamo di morale ma di un atto sociale che va limitato da una fattispecie medica».

Se sapere che si può uscire bene dalla vita è un sollievo, come scriveva Seneca, perché una sola è la via d’ingresso ma molte possono essere quelle d’uscita, Brittany con il suo enough is enough – perché a volte può essere davvero troppo – ci ha costretti a ragionare con pacatezza su un ambito in cui una discussione è fondamentale. Un medico sa che quando interrompe i trattamenti il paziente morirà; e così sa cosa dargli se vuole farlo “morire bene”. E non è tutto: la decisione autonoma del malato di porre fine alla sua vita significa anche il capovolgimento di un rapporto paternalistico fra medico e paziente, in cui soltanto il primo ha in mano la vita dell’altro.

«La morte naturale non esiste – conferma Mario Riccio, medico anestesista e rianimatore all’Ospedale Maggiore di Cremona – e allo stesso modo non esiste l’accanimento terapeutico perché la percezione del dolore e la decisione di sopportarlo o no sono estremamente soggettive». Aggiunge il dottor Riccio: «Sono ottimista e penso che, se dovesse arrivare a livello europeo, anche in Italia vedremo il suicidio assistito».

Definire i limiti di legge è comunque una questione delicata e difficilissima: chi decide che la sofferenza fisica o psichica non è più sopportabile? E se nel caso di minori ci si muove con estrema cautela, anche per gli anziani non è semplice, perché capita spesso che la volontà dei parenti (in un senso o nell’altro) non collimi con quella del malato. Senza contare, poi, che le decisioni prese quando si è sani possono cambiare una volta che l’evento temuto si verifica effettivamente. Il potere del medico è grande e gli strumenti per regolarlo sono lasciati spesso alla sensibilità personale: non iniziare un trattamento o sospenderlo è poi tanto diverso? Lo esplicita bene Sergio Livigni, medico di Terapia Intensiva all’Ospedale San Giovanni Bosco di Torino: «La morte, in una fase terminale della malattia, viene sempre in qualche modo controllata».

«La materia è complessa ma una cosa è certa – conclude Daniela Steila – quello che deve cambiare è l’idea della morte, un evento che riguarda tutti e che invece viene continuamente rimosso».

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