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Ragionando d’amore-sesso-potere e violenza

Rosanna Marcodoppido
www.womenews.net

In presenza di una diffusa e persistente incultura dei sentimenti, si sente il bisogno di mettere un po’ d’ordine ai pensieri e alle emozioni di fronte alla difficoltà di trovare le parole giuste quando si tratta di analizzare e cercare di capire le dinamiche presenti in quelle relazioni di intimità segnate dalla violenza. Negli anni settanta grazie al neofemminismo imponemmo all’agenda politica del nostro Paese un tema scottante, la violenza sessuale, esperienza diffusa molto più di quanto se ne riuscisse a parlare in quel tempo. Violenza sessuale per opera di estranei, la famiglia restava per lo più avvolta nella retorica, spazio idealizzato e invalicabile.

Ma già negli anni novanta si parlava di “famiglie” includendo nella riflessione le ormai numerose unioni civili e le coppie di fatto collocate, per libera scelta, al di fuori sia della sacralità del vincolo matrimoniale che della normativa legislativa. Il lungo processo di emancipazione di figli e figlie, ma soprattutto la maggiore autonomia conquistata dalle donne aveva messo in discussione la famiglia fondata sul padre padrone e sulla indissolubilità del matrimonio. Si stava progressivamente determinando quell’erosione del potere maschile che nel pubblico si manifesta in forme sempre più esplicite e che nel privato ha assunto ormai caratteristiche evidenti: da tempo ormai si parla di “evaporazione del padre”. Su questo inedito scenario, come ci ha ricordato Manuela Fraire alla scuola politica Udi 2013, non abbiamo a sufficienza riflettuto, mantenendo in genere un ragionamento incapace di registrare fino in fondo il cambiamento da noi stesse prodotto. Eppure di questo crollo siamo costrette in vario modo a farci carico ogni giorno.

Oggi la violenza contro le donne di cui più si parla è senza dubbio quella consumata in famiglia o comunque all’interno di relazioni di intimità, quasi sempre nel momento in cui la donna decide di mettere fine al rapporto. Dare parole a questo tipo di violenza non è facile perché siamo di fronte a legami in cui c’è o c’è stata una storia di affetto, d’amore. Né a mio avviso, si può utilizzare un ragionamento basato esclusivamente sulla logica razionale perché il mondo delle emozioni e dei sentimenti ha regole tutte sue dove può essere vera una cosa e anche il suo contrario. Dobbiamo per prima cosa fare la fatica di calarci nella complessità dell’esperienza reale di donne e uomini in relazione tra loro.

E’ il caso di tornare a riflettere seriamente sull’amore e sulla confusione che storicamente si porta dentro, troppo a lungo iscritto in un ordine simbolico fondato su una netta asimmetria di potere culturale, sociale e politico tra i generi. Sui vari tipi di relazioni d’amore noi donne ci siamo interrogate a lungo negli anni passati, mettendo anche dolorosamente in discussione il rapporto con la madre, con figlie e figli, i nostri legami di coppia, e molto abbiamo letto di quanto andavano scoprendo e scrivendo studiose femministe che hanno riattraversato la cultura maschile e i suoi miti.

Fondamentale per me anni fa il corso al Virginia Woolf tenuto da Gabriela Marazzita dal titolo “Per una misura femminile dell’amore” e successivamente il lungo lavoro nell’Udi La Goccia che portò al seminario “Legami d’amore nel tempo della libertà femminile”.

Indimenticabile l’incontro in una scuola a Codigoro, sul delta del Po, con circa trecento ragazzi a parlare di amore e libertà, invitata dall’Udi di Ferrara. In quella occasione decisi di correre il rischio di mettere insieme i due termini quando il senso comune dice invece che la libertà è assenza di vincoli e l’amore al contrario è un legame, dunque vincolo che limita la libertà. Eppure accostarli e ragionarci sopra porta a una riflessione complessa come complesse sono le relazioni e aiuta a prendere le distanze da un radicato modo di pensare che vede da un lato l’amore dall’altro la libertà in un dicotomico gioco delle parti, secondo la logica binaria su cui si è costruito il sistema patriarcale e i modi stessi della conoscenza. Risignificare amore e libertà è stato per me, come per molte, un faticoso, estenuante lavoro politico.

Per prima cosa occorre distinguere tra il sentimento d’amore che vive e si alimenta nel sogno e l’amore agito concretamente, costretto a fare i conti con le disparità di sensibilità e di intelligenza, le evoluzioni o involuzioni, le assonanze e dissonanze, il divenire, dove l’amore si combina indissolubilmente con l’ambiguità e l’ambivalenza del desiderio, perciò anche con quella zona oscura, indecifrabile che ciascun* si porta dentro e dove si sono depositati dolori e frustrazioni rimasti senza nome e che alcune volte possono dare anche origine a vere e proprie patologie. E’ necessario collocare l’amore nella vita reale, toglierlo dalle idealizzazioni in cui è stato a lungo costretto, vista la sua scarsa praticabilità nella realtà data. Non è cosa facile anche perché resta la forte carica attrattiva dell’amore eterno, l’amore romantico che nasce soprattutto dalla paura della perdita ed è per esorcizzare questa paura che viene posto al di fuori del tempo e dello spazio, al di fuori dei cambiamenti di cui la perdita rappresenta il vissuto con maggiore carica di angoscia e dolore.

L’amore romantico, l’irrealtà dell’amore cantato da sempre dai poeti, descritto in tanti romanzi, presente in tanti testi teatrali e musicali, nel melodramma, permane nell’immaginario come la forma più desiderabile di legame. La sua forza ha radici in primo luogo nelle prime esperienze affettive, troppo intense per non lasciare il segno; dal desiderio infantile per la madre, primo oggetto d’amore: essere tutto per lei, averla tutta per sé. Questo tipo di legame presuppone una figura materna oblativa, reale o sognata, che più si annienta per i figli, più è considerata buona, sana, giusta. Qui “l’amore materno”, che connota poi la donna in generale, finisce col diventare una estensione temporale del potere oltre la necessità. In questo modo amore e potere si intrecciano in un rapporto che toglie ad entramb* libertà. Nei legami d’amore agisce potente, e non solo nell’immaginario, questa figura femminile dell’abnegazione totale come presenza costitutiva della relazione e del desiderio. Questo è quello che abbiamo purtroppo ereditato dalla cultura patriarcale e dai suoi stereotipi.

Oggi il pregiudizio sull’inferiorità femminile viene smentito platealmente da donne competenti e di potere presenti in ogni ambito della vita culturale, politica, professionale, mentre sempre più si fa evidente la caduta di credibilità del modello identitario virilista, ma anche le tenaci resistenze maschili al cambiamento. Come entra in gioco questo all’interno della coppia? Quali dinamiche psichiche determina? Come viene vissuta la tensione, ineliminabile, tra libertà per sé e libertà per l’altr* che accompagna ogni relazione affettiva da quando la pretesa femminile di libertà e autodeterminazione ha fatto saltare un’idea di coppia eterosessuale a egemonia maschile?

L’equilibrio difficile e precario tra l’amore per sé e amore per l’altr*, questa tensione continua, è in effetti l’unico spazio di garanzia per una relazione sana, al di fuori di logiche di dominio e violenza. Il bisogno di dipendenza e quello di autonomia, di potere e di affidamento, di fusione e di individuazione sono elementi spesso coesistenti determinando ambivalenze e incoerenze nei comportamenti. L’amore, dunque, vive nella complessa rete di forze intrapsichiche e intersoggettive che ci fanno sostanza umana e abita il soggetto nella sua fragile integrità; si intreccia perciò ineludibilmente con altri sentimenti e bisogni come la paura, il desiderio, l’angoscia, la nostalgia, la gelosia, l’invidia, il rancore, la violenza, formando un groviglio difficile da districare. Per questo si parla di passione amorosa. In assenza di una efficace e diffusa educazione sentimentale quel groviglio rischia di esplodere in gesti violenti reiterati e di innescare dinamiche distruttive fino al femminicidio, soprattutto nel momento di una separazione non voluta, di un rifiuto vissuto come incomprensibile.

Di fronte ad episodi di violenza maschile nei legami di intimità penso a tutto questo, nell’intento di capire, certamente non di giustificare. Quello che so è che chi arma la mano violenta non è il sentimento d’amore, ma il gesto nasce nel groviglio di un patimento in cui c’è o c’era l’amore; e, senza sminuire la gravità del reato, mi chiedo come prima cosa quale vissuto individuale, quale percorso di crescita abbiano fatto i soggetti coinvolti: l’uomo che si pensa in diritto di togliere libertà e la vita stessa e la donna che, come accade spesso, accetta a lungo la violenza, la limitazione della propria libertà in nome dell’amore. Chi ha insegnato ad entrambi che questo è amore? Quali messaggi e stereotipi continuano ad agire nelle coscienze, dentro la famiglia, nella scuola, nella società nel suo complesso e, non dimentichiamolo, nei programmi televisivi? Perché è là che bisogna intervenire se si vogliono ottenere cambiamenti radicali. Questo per dire che si può picchiare e uccidere per gelosia, per rabbia e frustrazione (quello che viene definito raptus), ma resta comunque intatta la gravità del reato.

Togliere il vissuto d’amore dalla logica patriarcale fondata sul possesso della donna e sulla cancellazione/svalutazione di una sua autonoma soggettività è stato un percorso personale e politico di molte donne e ultimamente anche di alcuni uomini, un processo non ancora terminato. E mi chiedo anche, fuori da impostazioni dualistiche e recuperando elementi evidenti della realtà che ci circonda, quali poteri sono ancora in gioco nelle relazioni tra i generi? Occorre oggi anche da parte nostra mettere meglio a fuoco con coraggio una analisi del potere come elemento costitutivo delle relazioni affettive in cui possono agire entrambi i soggetti. Forse la verità è che non abbiamo voluto soffermarci a sufficienza, neanche dentro di noi, sulle forme di potere che ci sono state consegnate dalla natura e che hanno giocato un ruolo fondamentale nel consolidarsi nei secoli di un ordine patriarcale come risposta maschile –ovviamente sbagliata- a quel potere. Mi riferisco al potere di generare e alla forza sedutttiva del corpo femminile.

Mi viene spesso da chiedere: come la coppia gestisce la nascita di un figlio o una figlia in presenza di una disparità a vantaggio della donna col suo primato indiscusso nella procreazione, oggi che non è credibile la sua inferiorità culturale, politica sociale? Quale percorso di consapevolezza possibile perché la madre impari a non usare in termini di potere il suo primato e il padre impari ad accettare questa disparità e nello stesso tempo riesca ad inserirsi correttamente nel processo di sviluppo della prole attraverso l’attitudine alla cura e all’accudimento, recuperando tenerezza del corpo e della mente e uscendo così da un virilismo che tanto danno ha fatto al suo genere e al mondo? Ci sono uomini delle ultime generazioni che sono dentro queste pratiche genitoriali trasformative: penso agli scritti lucidi ed emozionanti di Marco Deriu sul suo “diventare” padre in un altro modo.

E a proposito di aspetti fondamentali quali la sessualità e l’erotismo, a dispetto della tanto sbandierata libertà sessuale, grande resta la confusione: si dice ancora “fare l’amore” per dire “fare sesso” ma amore e sesso non necessariamente coincidono, come dimostra l’enorme richiesta di sesso a pagamento. Il corpo femminile, nel suo aspetto esteriore, rappresenta per la sua grande forza attrattiva una indubbia forma di dipendenza per gli uomini. Questo è un potere che le donne hanno agito nella storia nei modi che sappiamo, senza però mai intaccare il predominio maschile. La sessualità e l’affettività si sono espresse dentro tutte queste forme di potere, maschile innanzitutto, ma anche femminile. Un tempo per gli uomini l’iniziazione al sesso aveva strade obbligate: il bordello o lo stupro, dentro e fuori il matrimonio. Per le donne in genere il sesso era il disporsi a dare piacere all’uomo in un clima di repressione di sé e del proprio desiderio. Cosa ci dice e dice agli uomini la diffusione oggi di una prostituzione coatta legata alla tratta e allo sfruttamento anche di minorenni? Quali sono e dove sono i percorsi di maturazione e consapevolezza per un uso della sessualità come linguaggio dell’incontro, non necessariamente eterosessuale, e come reciprocità nel piacere?

Molto ancora devono fare gli uomini, con un duro lavoro su di sé, per superare quelle che Gabriele Lenzi chiama da un lato l’irregimentazione che costringe al maschilismo e dall’altro la complicità più o meno consapevole verso quel modello; molto c’è da fare anche per riconoscere e superare quella che alcuni uomini chiamano miseria maschile riferendosi all’incapacità di esprimere la propria interezza di soggetti finalmente liberi nel vivere relazioni non violente tra loro, con le donne e con la natura.

E noi? Un buon pezzo di percorso l’abbiamo fatto e continueremo a farlo: occorre farlo diventare senso comune, consapevolezza diffusa, cultura condivisa. Una donna, madre, compagna, sorella, capace di non cadere nella trappola dell’oblatività come cifra necessaria del “vero amore” femminile, consente la costruzione di un modello di relazione basato sul libero scambio nella riconosciuta e accettata interdipendenza. Una donna che rinuncia a trasformare il potere del suo corpo fertile e seduttivo in dominio sarà artefice di una spallata formidabile al sistema patriarcale. La scommessa è costruire una nuova misura dell’amore in cui sappiano stare in equilibrio amore e libertà, attenzione a sé e responsabilità verso l’altr*.

Al di là delle condizioni reali cambiate, a me pare che le nuove generazioni, nella disillusione, nella precarietà lavorativa ed esistenziale nella quale sono immerse, nell’enfasi sull’apparire e sull’avere che connota il nostro tempo, tendono a vivere l’amore o come un assoluto, sogno a riparare il danno, o come consumo provvisorio, legato principalmente al piacere sessuale. Credo che tra amore come irrealtà e amore come consumo ci sia un’altra possibilità che chiede altre parole e nuovo consapevole coraggio per costruire una nuova cultura delle relazioni. Continuiamo a parlarne tra donne, ma anche tra donne e uomini, recuperando integralmente la verità dei nostri vissuti, la comunicabilità dei nostri saperi.

1 comment

Bruno Antonio Prof.Bellerate lunedì, 17 Novembre 2014 at 12:39

Complimenti per le lunghe, meditate e sofferte riflessioni e conquiste, testimoniate el testo, tuttavia mi permetterei di notare che resta ancora molta strada da fare, sempre, come la stessa autrice auspica, in un dialogo aperto tra i geni, specie in rapporto ai concetti (e rispettiva realtà) di libertà (non negazione di limiti) e di amore, anzitutto, “dono gratuito”. Grazie, comunque.

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