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Se dal Sinodo parte una rivoluzione «pastorale» di L.Sandri

Luigi Sandri
Confronti, novembre 2014

L’Assemblea del Sinodo dei vescovi dedicata alla famiglia, su input di Francesco, ha affrontato con ardimento anche i problemi più acuti, come la comunione ai divorziati e l’accettazione delle unioni omosessuali. E, su questi temi, si è divisa. Le decisioni sono rinviate al 2015. Ma, forse, infine sarà necessario un nuovo Concilio.

Da Sinodo a Sinodo, con l’intermezzo di un anno durante il quale potrebbero sfiorire o, grazie al «popolo di Dio», venire a piena maturazione incisive riforme sulla pastorale della famiglia. Questa, ci sembra, la singolare situazione venuta a crearsi dopo l’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi che dal 5 al 19 ottobre ha riflettuto su «Le sfide pastorali sulla famiglia nel contesto dell’evangelizzazione». Infatti, con una inedita e appassionante stagione di dialogo, per dodici mesi la Chiesa cattolica romana nella sua globalità – con le 114 Conferenze episcopali e le diocesi e l’atteso coinvolgimento delle varie comunità, parrocchiali o meno, e di tutta la gente che voglia parteciparvi – potrebbe approfondire la Relatio Synodi, così che l’Assemblea ordinaria del Sinodo del 2015, anch’essa consultiva, e anch’essa dedicata alla famiglia, possa offrire a papa Francesco le sue proposte sul tema affrontato.

La sorprendente iniziativa di Francesco

Le venticinque Assemblee sinodali celebrate dal 1967 al 2012 sono state tutte di carattere consultivo (vedi scheda) e, salvo qualche eccezione – come quella del Sinodo del 1971, quando si levarono voci favorevoli ai viri probati, cioè l’ammissione di uomini maturi e già sposati al presbiterato – tutte controllate dalla Curia romana. Il «popolo di Dio», e cioè i fedeli delle diocesi, e anche le rappresentanze più qualificate, come i Consigli pastorali e presbiterali, di norma furono esclusi dal dibattito pre-sinodale. Bergoglio, invece, ha apportato una variante decisiva: ha voluto che non solo le Conferenze episcopali, ma anche le varie comunità – diocesane, parrocchiali, di base, o altre – e singole persone potessero rispondere ad un Questionario di 39 domande in vista del Sinodo 2014. Assai differente, nei singoli paesi, è stata l’accoglienza dell’invito: d’altronde, mentre alcuni episcopati (in Austria, Svizzera, Germania…) hanno favorito al massimo la diffusione del Questionario, altri, e tra questi ha brillato quello italiano, hanno praticamente tenuto nascosto l’iniziativa e, comunque, non hanno reso note le risposte avute. Risposte che, almeno in Occidente, hanno mostrato che la grande maggioranza della gente era favorevole ad ammettere all’Eucaristia le persone divorziate e risposate; ad accettare le unioni omosessuali; e contraria al divieto della contraccezione affermato da Paolo VI nel 1968 con l’enciclica Humanae vitae.

Insomma, per quanto limitato e, in alcune domande, restrittivo e contorto, il Questionario voluto da Francesco ha rappresentato una svolta dirimente e, in radice, un promettente coinvolgimento del «popolo di Dio» nelle questioni che riguardano l’intera Chiesa romana; e, cioè, l’avvio su larga scala di quella compartecipazione dei fedeli che nel post-Concilio in Germania, Olanda, Svizzera e Stati Uniti aveva portato a Sinodi o impegnative consultazioni locali sui problemi ecclesiali e pastorali più sentiti dai cattolici. E, nei loro risultati contrari alla prassi e alla disciplina vigente, sono stati sempre, e tutti, respinti dalla Curia romana.

Adesso, nella prima settimana sinodale vi è stato il dibattito in aula; e nella seconda l’approfondimento nei circuli minores, i raggruppamenti linguistici (italiano, francese, inglese e spagnolo). Il 6 ottobre, con un discorso improvvisato ma incisivo, Francesco ha spiegato come il Sinodo doveva lavorare: «Una condizione generale di base è questa: parlare chiaro. Nessuno dica: “Questo non si può dire; [il papa] penserà di me così o così…”. Bisogna dire tutto ciò che si sente con parresìa [coraggiosa libertà di parola]. Dopo l’ultimo concistoro (febbraio 2014), nel quale si è parlato della famiglia, un cardinale mi ha scritto dicendo: peccato che alcuni cardinali non hanno avuto il coraggio di dire alcune cose per rispetto del papa, ritenendo forse che egli pensasse qualcosa di diverso. Questo non va bene, questo non è sinodalità, perché bisogna dire tutto quello che nel Signore si sente di dover dire: senza rispetto umano, senza pavidità. E, al tempo stesso, si deve ascoltare con umiltà e accogliere con cuore aperto quello che dicono i fratelli. Con questi due atteggiamenti si esercita la sinodalità. Per questo vi domando, per favore, questi atteggiamenti di fratelli nel Signore: parlare con parresia e ascoltare con umiltà. E fatelo con tanta tranquillità e pace, perché il Sinodo si svolge sempre cum Petro et sub Petro, e la presenza del papa è garanzia per tutti e custodia della fede».

Il papa è stato preso in parola: nel Sinodo, sui temi «caldi» – comunione alle persone divorziate e risposate, apertura alle unioni omosessuali, valutazione più positiva delle convivenze – sono emerse opinioni inconciliabili; e cardinali si sono contrapposti a cardinali, con una grinta che non si vedeva dai tempi del Concilio Vaticano II. Una meraviglia, rispetto al grigiore ovattato e alle parole cifrate (per i non addetti) che, di solito, nel post-Concilio hanno caratterizzato le Assemblee sinodali. Ma la parresia interna non ha avuto il necessario pendant all’esterno: infatti, mentre nei Sinodi precedenti si pubblicava, almeno in riassunto, quando detto in aula dai singoli padri, adesso questo non è stato fatto; ogni giornata vi era un riassunto che, senza riferire la paternità dei singoli interventi, affermava: «Alcuni hanno detto… altri hanno replicato…». Insomma, una penosa scelta del «segreto».

Il futuro: «progressisti» e «conservatori»

Nei primi giorni del dibattito in aula sono stati i «progressisti» a tratteggiare la linea, soprattutto sui temi controversi; poi si sono mossi i «conservatori», iniziando dal cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Questi – per dire a che punto fosse arrivata la febbre in alcune alte sfere ecclesiastiche angosciate per le «aperture» di Francesco – insieme ad altri quattro porporati (tre di Curia: Walter Brandmüller, Raymond Leo Burke e Velasio De Paolis, e poi l’arcivescovo di Bologna, Carlo Caffarra), il primo ottobre pubblicavano in italiano Permanere nella verità di Cristo, un libro (già uscito in inglese due settimane prima) che è un attacco indiretto al papa e diretto al cardinale Walter Kasper. Questi, come relatore sulla questione famiglia/Sinodo al concistoro del 20 febbraio scorso, aveva sostenuto tesi aperturiste sulla comunione alle persone divorziate e risposate. Dati questi precedenti, quale tesi sarebbe prevalsa nel Sinodo? La risposta, il 13 ottobre.

Quel lunedì, infatti, il porporato ungherese Péter Erdö, nominato dal papa relatore generale del Sinodo, aveva il compito istituzionale di svolgere la Relatio post disceptationem, la relazione – approntata da un gruppo guidato dal cardinale – sul (e dopo il) dibattito in aula. Il testo, assai corposo perché toccava tutti i temi dibattuti, sui punti «caldi» era innovativo.

Convivenze. «Una sensibilità nuova della pastorale odierna, consiste nel cogliere la realtà positiva dei matrimoni civili e, fatte le debite differenze, delle convivenze. Occorre che nella proposta ecclesiale, pur presentando con chiarezza l’ideale, indichiamo anche elementi costruttivi in quelle situazioni che non corrispondono ancora o non più a tale ideale [n. 36].

Persone divorziate e risposate. «Riguardo alla loro possibilità di accedere ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, alcuni hanno argomentato a favore della disciplina attuale in forza del suo fondamento teologico, altri si sono espressi per una maggiore apertura [caso per caso] a condizioni ben precise quando si tratta di situazioni che non possono essere sciolte senza determinare nuove ingiustizie e sofferenze» [47]. «Suggerire di limitarsi alla sola “comunione spirituale” per non pochi padri sinodali pone alcuni interrogativi: se è possibile la comunione spirituale, perché non poter accedere a quella sacramentale?» [48].

Persone omosessuali. «Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro…» [50]. «La questione omosessuale ci interpella in una seria riflessione su come elaborare cammini realistici di crescita affettiva e di maturità umana ed evangelica integrando la dimensione sessuale… La Chiesa peraltro afferma che le unioni fra persone dello stesso sesso non possono essere equiparate al matrimonio fra uomo e donna» [51].

La relazione Erdö era vivacissimamente contestata, nel Sinodo, da esponenti «conservatori» (forse da Müller stesso), in quanto non avrebbe dato sufficiente spazio alle loro tesi. Infine… sul finire dell’Assemblea è arrivata la Relatio Synodi conclusiva – composta da 62 paragrafi, votati uno per uno; per l’approvazione erano necessari i due terzi dei voti. Il paragrafo [adesso 41] sulle convivenze, assai simile al precedente, ha ottenuto 125 sì e 54 no. Il paragrafo 52 [già 47] sulla possibilità che i divorziati e risposati accedano ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia, ora suona così: «Diversi padri sinodali hanno insistito a favore della disciplina attuale, in forza del rapporto costitutivo fra la partecipazione all’Eucaristia e la comunione con la Chiesa ed il suo insegnamento sul matrimonio indissolubile. Altri si sono espressi per un’accoglienza non generalizzata alla mensa eucaristica, in alcune situazioni particolari ed a condizioni ben precise, soprattutto quando si tratta di casi irreversibili e legati ad obblighi morali verso i figli che verrebbero a subire sofferenze ingiuste. L’eventuale accesso ai sacramenti dovrebbe essere preceduto da un cammino penitenziale sotto la responsabilità del Vescovo diocesano…». Votazione: 104 sì, 74 no; respinto.

Infine, il paragrafo già 51, ora 55: «Alcune famiglie vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con orientamento omosessuale. Al riguardo ci si è interrogati su quale attenzione pastorale sia opportuna di fronte a questa situazione riferendosi a quanto insegna la Chiesa: “Non esiste fondamento alcuno per assimilare o stabilire analogie, neppure remote, tra le unioni omosessuali e il disegno di Dio sul matrimonio e la famiglia”. [Congregazione per la dottrina della fede, Considerazioni circa i progetti di riconoscimento legale delle unioni tra persone omosessuali, n. 4, 3/6/2003]. Nondimeno, gli uomini e le donne con tendenze omosessuali devono essere accolti con rispetto e delicatezza. “A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione” [ib., n. 5]». Voti: 118 sì, 62 no; respinto. Rispetto alla Relatio di Erdö, questo è il punto più mutato in senso restrittivo.

Per quanto riguarda la Humanae vitae, la Relatio Synodi, ricalca quella di Erdö: «Un adeguato insegnamento circa i metodi naturali per la procreazione responsabile aiuta a vivere in maniera armoniosa e consapevole la comunione tra i coniugi, in tutte le sue dimensioni, insieme alla responsabilità generativa. Va riscoperto il messaggio dell’enciclica, che sottolinea il bisogno di rispettare la dignità della persona nella valutazione morale dei metodi di regolazione della natalità» [58].

Come mai la stragrande maggioranza dei «padri» ha approvato senza discutere (almeno, per quello che si sa) questo paragrafo? Per quanto anch’essi conoscessero bene le motivazioni teologiche da una parte, e quelle pratiche dall’altra, per le quali gran parte del mondo teologico e, salvo eccezioni, la massa del popolo cattolico, respinge quell’insegnamento, si ha l’impressione che, quasi per un patto non scritto, i «padri» abbiano scelto di bypassare una discussione che sarebbe stata lacerante tra i «sì» ed i «no» al testo di Montini; e abbiano riaffermato la pur discutibilissima bontà dei «metodi naturali» per non aprire una rivisitazione critica, su quel punto, del magistero di Paolo VI che, per volontà di Francesco, sarebbe stato beatificato il 19 ottobre, proprio alla chiusura del Sinodo.

E, dopo il Sinodo, un nuovo Concilio?

Archiviata l’Assemblea 2014, adesso è tempo di futuro. Per un anno le Conferenze episcopali e, in qualche modo, il popolo cattolico di ogni diocesi e paese, potranno approfondire la Relatio Synodi che sarà di fatto il punto di partenza per la discussione del Sinodo ordinario dell’ottobre 2015: infatti, ogni Conferenza potrebbe indicare con molta precisione come vorrebbe modificare i paragrafi «caldi». Ma come opererà, ciascuna di esse? Da sola o favorendo nelle diocesi e nelle parrocchie un grande dibattito aperto a tutti? Francesco sarebbe felice se ci fosse, ovunque, un reale coinvolgimento del «popolo di Dio»; felicità non condivisa, però, da tutti gli episcopati!

Comunque, senza aspettare l’imbeccata dall’alto, gruppi, parrocchie, comunità, cenacoli, potrebbero già iniziare a muoversi, e inviare alla loro Conferenza e alla segreteria del Sinodo le loro osservazioni e proposte. Ma – è bene esserne consapevoli – nulla è scontato. Controprova, per l’Italia? Sul Corriere della sera (22 ottobre) l’ancora potente cardinale Camillo Ruini ha respinto con sdegno ogni ipotesi di comunione ai divorziati risposati: così quasi proponendosi guida morale dei cattolici «conservatori» e dei «laici devoti» in una crociata per impedire che la Cei, per tre mandati da lui guidata, si apra alle «novità» emerse nel Sinodo.

Sulla questione dell’Eucaristia alle persone divorziate e risposate è probabile che non solo nei paesi occidentali, ma anche al Sud, si profili una maggioranza di «sì»; assai diverso, invece, l’orientamento sulle unioni omosessuali. Queste – a prescindere dal «matrimonio», che è un’ulteriore questione – sono sempre più riconosciute e rispettate sia dall’opinione pubblica, che dalle legislazioni, in Occidente. Non così in Africa e in alcuni paesi asiatici, dove tali unioni sono culturalmente impensabili, e legalmente sanzionatissime (in Uganda il Parlamento voleva punire gli omosessuali con la pena di morte; infine ipotizzò «solo» l’ergastolo per i recidivi). I primati delle Chiese anglicane di Nigeria, Burundi, Tanzania e Kenya sono in pratica in stato di scisma con Canterbury, proprio a causa della questione omosessuale: essi, infatti, basandosi sulla Bibbia che definisce colpa gravissima le unioni uomo/uomo, non intendono essere in comunione con le Chiese anglicane – del Nord, soprattutto – che accettano perfino nell’episcopato donne e uomini pubblicamente conviventi con persone dello stesso sesso.

In quanto al «sì», caso per caso e a determinate condizioni, all’Eucaristia alle persone sposate e divorziate, potrebbe prospettarsi, al prossimo Sinodo, una battaglia teologica campale. Supponiamo pure, infatti, che l’80% dei futuri «padri» sia favorevole e solo il 20% contrario: superando, e di molto, i due terzi, il voto sarebbe pienamente valido, e la «modifica» pastorale legittimata. Ma ove i Müller e seguaci, dentro e fuori dell’Assemblea, insistessero nel sottolineare che l’annunciato cambiamento «pastorale» smentirebbe frontalmente il magistero degli ultimi papi (ed è proprio così!), e dunque sostenessero che un Sinodo non avesse una tale autorità, potrebbero appellarsi ad un nuovo Concilio per dibattere là il problema. Sarebbe una curiosa eterogenesi dei fini perché, in questi anni, i «conservatori» si sono graniticamente opposti all’ipotesi di un Vaticano III; e, ma essi non vogliono crederlo, quasi certamente anche in quel futuro Concilio (che non potrebbe non prevedere una folta presenza anche di laici, «padri» e «madri»!) infine passerebbe il «sì». Un «sì» fondato sulla più antica Tradizione, perché pronunciato nel 325 dal Concilio di Nicea, primo ecumenico (come ha egregiamente dimostrato il teologo Giovanni Cereti che, purtroppo, Francesco non ha inserito tra gli «esperti» nel recente Sinodo; lo farà nel prossimo?).

Le variazioni «pastorali» che dovrebbe «proporre» al papa il Sinodo (consultivo!) del 2015 toccano inevitabilmente – anche se, per indorare la pillola, si insiste nel negarlo – nodi dottrinali; e dunque, con fondati motivi, chi ad esse si opponesse potrebbe invocare un Concilio – convocato dal papa – come luogo/tempo necessario per dibattere quella prospettata rivoluzione. Insomma, la logica teologica ed ecclesiale, e la necessità di cambiare paradigma e modello interpretativo, porta verso un nuovo Concilio. La politica dei cento fiori che potrebbe caratterizzare, in casa cattolica, i prossimi mesi, sarebbe così l’annuncio di una primavera conciliare che verrà. Dunque, da Sinodo a Sinodo, e poi… in cammino verso un nuovo Concilio. Utopia? Chi vivrà vedrà.

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