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Di quale famiglia parliamo? di G.Codrignani

Giancarla Codrignani
Koinonia Forum

Dunque, abbiamo un anno per pensarci. Per ragioni di metodo vorrei sapere di che cosa dobbiamo parlare. Se ho capito bene, si tratta della “famiglia”. Dai resoconti del primo Sinodo e da molti commenti leggo che i problemi sono: se i divorziati possono essere ammessi alla comunione, se gli omosessuali vanno accolti come cristiani, se è ammissibile la contraccezione, forse qualcuno ha menzionato il celibato tra parentesi. Poco.

Ma è la famiglia di tutti, la struttura sociale che chiamiamo con questo nome, che è in crisi totale in questa fase trasformativa di tutti gli assetti del mondo globalizzato. Come fa la Chiesa a non accorgersene? Come fanno i cristiani a non sentirlo nelle proprie case? Forse restiamo ancorati a percepire il sociale a partire dal desiderio che i principi trasmessi non cambino; mentre, affinché non cambino, vanno letti diversamente. Perché intanto cambiano: per esempio, da quando c’è la televisione è finito il dialogo familiare e oggi la sera i ragazzi o escono o imparano una solitudine non romantica davanti al proprio pc. I genitori si preoccupano dei figli, giustificandone gli errori e pretendendo dalla scuola indulgenza e non regole e legalità; mentre – non è un paradosso – chi oggi pensa al futuro dei propri figli, dovrebbe partire – non è un paradosso – dalla sonda spaziale che ha raggiunto la cometa.

Ma torniamo alla “famiglia”. Il Sinodo è una buona occasione per pensarne la storia. Non solo alle origini, quando si ebbe consapevolezza che la congiunzione sessuale dava luogo alla riproduzione e il maschio inventò la famiglia in funzione proprietaria, cosa che alla donna che i bambini li fa senza bisogno di affermare alcun potere non sarebbe mai venuta in mente. La famiglia è poi diventata il perno dell’organizzazione sociale: per i Romani comprendeva anche gli schiavi e dipendeva da un capo-famiglia maschio e adulto. Le plebi per molti secoli vivevano sostanzialmente nella promiscuità, nonostante la crescita di sentimenti di cura e attenzione morale sostenuta, dopo la diffusione del Cristianesimo, in particolare dall’istituzione parrocchiale e dal riconoscimento formale dei matrimoni e dei battesimi (sapremmo poco del mondo antico senza gli archivi parrocchiali).

La società si confermò come “fondata sul matrimonio”, legittimata e regolamentata; era il fondamento della società e oggi è, per gli Stati, ovunque, il migliore degli ammortizzatori sociali. Il sentimento della famiglia come luogo degli affetti venne formandosi in espressioni diverse, nei tempi e nei luoghi. Dalla famiglia patriarcale a quella nucleare a quella oggi convivente senza formalizzazioni passano non solo gli anni. Nemmeno i super-ricchi vivono più insieme con nonni e zie zitelle e la cucina di Fratta sembra una favola: non è cambiata solo l’edilizia abitativa.

Perfino l’amore si è espresso in forme sempre diverse. Non mi riesce di interpretare l’intendimento di Papa Ratzinger nella sua sintesi “eros, philia, agape”; ma è mi ben chiaro che per Platone era un’altra cosa. Tutti quando si innamorano (ma davvero tutti si innamorano in senso proprio e non generico?) credono all’assoluto, perfino le ignare ragazze dell’Ottocento per le quali la prima notte era spesso uno stupro. Eterno è l’amore che viviamo; l’indissolubilità è un impegno di lealtà che comporta che prima ci sia l’amore. Solo don Giovanni Cereti, che io sappia, si è espresso (in un intervento scritto per il convegno presinodale dell’Associazione “Viandanti”) sull’amore che – piccolo particolare – è una “scoperta” del Vaticano II che ne fa il fondamento del matrimonio come “sacramento” cristiano (prima vigeva solo il materialismo gretto procreazione-mutua assistenza-remedium concupiscentiae). Dice don Giovanni: “Analogamente a quanto si dice per il mistero eucaristico, si deve affermare che il segno sacramentale è l’amore e la volontà degli sposi di essere marito e moglie, ma una volta venuto meno questo amore e questa volontà viene meno il vincolo coniugale e, di conseguenza, la grazia sacramentale del matrimonio. E la Chiesa ha il potere di assolvere tutti i peccati e di riconciliare tutti i peccatori”.

Infatti, se gli esseri umani sono imperfetti e possono fallire, giustamente la Chiesa li sostiene anche negli errori più gravi: perdona l’omicida che si pente ma non può far rivivere il morto. Non si capisce la durezza nei confronti del divorziato che, certo ha prodotto danni dal fallimento, ma non può falsificare il senso della relazione privilegiata, che è appunto l’amore. Lo sanno bene i cattolici tradiizonali che hanno – tutti – almeno un figlio/a o un/a nipote divorziati o conviventi.

La Chiesa probabilmente non ha ancora ben presente quale logica comporti l’amore umano. Perché fa conto di non sapere che la famiglia è anche il luogo in cui si commette la maggior parte dei reati, sia denunciati, sia privatizzati nelle sofferenze. Ha conosciuto l’umiliazione delle denunce di pedofilia la suo interno; ma non si è resa conto che il numero maggiore avviene dentro le mura domestiche. E sembra ignorare quanti siano i litigi, le offese, le infedeltà, le persecuzioni, gli schiaffi, le botte, le ferite (morali e fisiche), gli stupri (il marito non è proprietario di un corpo), i femminicidi. La parola femminicidio non è comparsa – che si sappia – nelle discussioni sinodali; eppure sono ormai anni che domina le cronache nere.

Forse 191 vescovi e una cinquantina di laici cattolici, tra cui poco più di venti donne non rappresentano il massimo della competenza. Nella Relazione le donne sono menzionate in tre proposizioni: la 5 ne menziona i diritti insieme con quelli dei bambini (sic), la 8 denuncia discriminazioni e violenze “purtroppo anche all’interno delle famiglie”, e la 47 chiede aiuto per le famiglie monoparentali, in particolare “le donne che devono portare da sole la responsabilità della casa e l’educazione dei figli”, vale a dire le abbandonate, come se l’iniziativa del divorzio fosse solo maschile. Sembra che sopravviva sempre l’ambiguo principio della complementarietà uomo/donna, come se il principio dell’uguaglianza non prevedesse la parità. I matrimoni religiosi caleranno ancora se non ci si rende conto che le persone si sposano in chiesa perché credenti, in Comune perché non convinti del rito cattolico, oppure nella libertà di mantenersi uniti giocandosi ogni giorno una fedeltà non contrattuale.

Ci sono argomenti su cui la società ha posizioni diversificate, ma che il magistero non può non prendere in considerazione, se intende ragionare sulla famiglia. Sono dati di realtà che la sessualità e l’affettività, se riconosciute come valori, comportino averne conoscenza nuova e nuova responsabilità; che la libertà procreativa e l’educazione sessuale nelle scuole vadano argomentate senza pregiudizi; che le dichiarazioni fatte a scuola di ragazzi e ragazze che dichiarano di essere gay o lesbiche meritino considerazione e non il tentativo del cardinale di Milano di indagare attraverso gli insegnanti di religione; che l’omosessualità colpevolizzi tutta l’ipocrisia sociale che le ha fin qui negato dignità e libertà; che siano rilevanti gli aspetti inediti del mercato e del costume della prostituzione; che sia dubbia l’opportunità di vietare la fecondazione assistita, che è il contrario dell’aborto…. Per non parlare degli aspetti morali e giuridici che obbligano a considerare le prospettive di ricerche scientifiche che già hanno dato la possibilità di congelare il materiale riproduttivo e di creare gli embrioni in provetta.

Non parlo nemmeno delle evidenti difficoltà che mettono a rischio la famiglia per la mancanza di quel lavoro che non sarà mai più come prima, per i licenziamenti e per la disoccupazione forzata dei giovani che stanno producendo frustrazioni che minano le famiglie e impediscono di formarne di nuove e ad avere figli. I vincoli sociali si sono allentati perché non sono più gli stessi per le tante famiglie che passano la domenica nei centro commerciali, che mal sopportano gli anziani non autosufficienti, rifiuterebbero nelle scuole dei loro figli i bimbi stranieri o handicappati.

Comunque questo è il contesto, anzi parte del contesto: sarebbe bene non aspettare le modificazioni antropologiche. La Chiesa ha grande responsabilità, se deve camminare con l’umanità. Oppure la deve lasciare sola richiudendosi nei valori non negoziabili che ignorano le sonde sulle comete? O, come dice un prete bolognese “dopo la famiglia…. la famiglia”: una forma storica può cedere il passo ad una migliore.

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SULLE UNIONI GAY L’EPISCOPATO ITALIANO HA LE IDEE CHIARE: NON SE NE PARLA!

Giampaolo Petrucci
Adista Notizie n. 41 del 22/11/2014

Che il Sinodo straordinario sulla famiglia abbia acceso non poche speranze nel mondo omosessuale credente, sembra ormai fuori discussione, visto anche il fiorente dibattito scaturito prima, durante e dopo l’evento. Che però in certi settori della gerarchia cattolica si siano subito profuse grandi energie nell’intento di chiudere, al più presto e con fermezza, quel piccolo spiraglio, anche questo sembra ormai evidente. È il caso, ad esempio, dell’episcopato italiano, che in più di un’occasione ha dato prova di volersi opporre in maniera netta a qualsivoglia possibilità di rivisitazione o indebolimento della dottrina sulle relazioni tra persone dello stesso sesso. Si pensi, per esempio, al caso delle registrazioni dei matrimoni gay contratti all’estero esploso in diversi Comuni della penisola nei giorni successivi al Sinodo, che ha dato la stura a molte gerarchie locali per ribadire la loro posizione inflessibile.

Il 18 ottobre scorso, a Roma, Ignazio Marino trascriveva in Campidoglio le unioni di 16 coppie. Vicariato e Cei erano andati subito in escandescenze, accusando il sindaco di «inaccettabile e arbitraria presunzione» per un’iniziativa bollata come «ideologica». In quell’occasione – mediaticamente dirompente per la coincidenza con la chiusura dei lavori sinodali – anche altri prelati italiani, come il vescovo di Parma mons. Enrico Solmi, lanciarono la loro fatwa (v. Adista Notizie n. 38/14).

Seguivano poi le dure critiche di mons. Andrea Bruno Mazzocato, mons. Giuseppe Pellegrini e mons. Giampaolo Crepaldi per le analoghe iniziative promosse dai loro relativi sindaci (Udine, Pordenone e Trento). In un messaggio ai fedeli, diffuso dai settimanali delle loro diocesi il 26 ottobre, i vescovi avevano definito le unioni gay come «travisamenti della realtà della famiglia e del matrimonio» (v. Adista Notizie n. 39/14).

Il 2 novembre scorso, poi, durante la messa dei Santi e la commemorazione dei morti al Cimitero Monumentale di Torino, il card. Severino Poletto (arcivescovo emerito del capoluogo piemontese), è entrato a gamba tesa nel dibattito politico cittadino, chiedendo al sindaco Piero Fassino di non andare «dietro alla pazzia di certi sindaci». «In questa vicenda – ha aggiunto Poletto, suggerendo tra l’altro la terapia psicologica per “guarire” dall’omosessualità – è la visione antropologica della persona che va a farsi benedire». Un monito giunto a pochi giorni dal dibattito su una mozione relativa alla registrazione dei matrimoni gay, poi approvata dalla Sala Rossa il 10 novembre, con il voto favorevole dello stesso Fassino.

Altra città, altro intervento della Chiesa locale. Questa volta a Bologna, dove il sindaco Virginio Merola ha deciso di continuare a iscrivere nei registri comunali le unioni gay nonostante il provvedimento di annullamento di quattro registrazioni emesso del prefetto. Durante un convegno sul “capitale sociale”, lo scorso 7 novembre, l’arcivescovo di Bologna, mons. Carlo Caffarra, ha citato, tra le cause che rischiano di erodere il patrimonio culturale del Paese, anche la «demolizione dell’alfabeto uomo-donna». Il matrimonio tra uomo e donna esiste da prima della polis, ha detto l’arcivescovo, è “oggettivamente” «l’archè e quindi il paradigma di ogni sociale umano».

Degna di citazione anche l’intervista rilasciata dal card. Camillo Ruini (già vicario del papa e presidente della Cei) ad Aldo Cazzullo per il Corriere della Sera (22/10). Il cardinale – attualmente relegato ad incarichi secondari, ma che gode ancora di buon credito presso l’episcopato che ha guidato e plasmato per oltre 15 anni – ha ribadito la sua contrarietà a qualsiasi forma di apertura sulle unioni gay: «Se c’è qualche diritto attualmente non tutelato che è giusto tutelare, e ne dubito, per farlo non c’è bisogno di riconoscere le coppie come tali; basta affermare i diritti dei singoli. Mi pare l’unico modo per non imboccare la strada che porta al matrimonio tra coppie dello stesso sesso».

Ma a destare scalpore, in questi giorni, sono le parole pronunciate dal presidente della Cei, card. Angelo Bagnasco, nella Prolusione con cui ha aperto i lavori della 67a assemblea dei vescovi italiani (Assisi, 10-13/11). La famiglia fondata sull’unione tra uomo e donna, secondo Bagnasco, è «sorgente di futuro» e sarebbe «irresponsabile» indebolire questo istituto «creando nuove figure, seppure con distinguo pretestuosi che hanno l’unico scopo di confondere la gente e di essere una specie di cavallo di Troia di memoria». «L’amore – ha poi aggiunto criticando tra le righe il mondo gay che in esso individua il fondamento una famiglia – non è solo sentimento: è decisione; i figli non sono oggetti né da produrre né da pretendere o contendere, non sono a servizio dei desideri degli adulti: sono i soggetti più deboli e delicati, hanno diritto a un papà e a una mamma. Il nichilismo, annunciato più di un secolo fa, si aggira in Occidente, fa clima e sottomette le menti».

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