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Dio e il male. Una risposta a Mancuso di A.Esposito

Alessandro Esposito – pastore valdese in Argentina
www.micromega.net

Sul numero di mercoledì scorso del quotidiano La Repubblica è apparso un articolo a firma del professor Mancuso, nel quale l’autore replicava in maniera estremamente chiara, come di consueto, all’argomento del professor Veronesi, secondo cui la fede in un dio risulta irrimediabilmente compromessa dalla realtà del male, la cui evidenza, in effetti, è irrefutabile.

Mediante un’argomentazione limpida e ben articolata nei suoi passaggi, il professor Mancuso intende porre in risalto il fatto che, di per sé, l’esistenza di un dio e la tragica realtà del male siano in ultima analisi compatibili se, anziché esser messi in contrapposizione, vengono, seguendo in ciò il pensiero di Boezio, pensati insieme.

Pur apprezzando lo sforzo teoretico compiuto dallo stimato Mancuso, vorrei sintetizzare qui di seguito alcune perplessità in ordine alla sua tesi, le cui conclusioni, nell’insieme, mi paiono più presupposte che non ricavate dal suo pur lucido procedimento argomentativo.

1. In prima istanza, il Nostro imposta tutta la questione nei termini della cosiddetta «metafisica classica», la quale conferisce ad un dio concepito secondo ragione attributi che, nella loro coerenza complessiva, non rispecchiano il volto ancipite del dio biblico, al quale invece le riflessioni dell’autore vorrebbero in ultima analisi far riferimento.

2. Fedele a questa sua impostazione, Mancuso afferma di voler mantenere aperta una contraddizione insanabile che, invece, si affretta a risolvere: in nessuna parte del suo articolo (e, per quel che conosco della sua estesa produzione filosofica, in nessuna articolazione del suo pensiero teologico) ho mai avvertito la tensione e lo sgomento che dovrebbero scaturire dal male considerato come realtà e non come semplice aporia, ovverosia come termine di una mera insolubilità teoretica di ciò che non viene considerato come tragedia dell’esistenza, bensì come problema della ragione.

3. Ed è a tale ragione che lo stimato Mancuso fa riferimento quando asserisce che essa, in quanto prerogativa dell’essere umano, non può essere spiegata nella sua genesi mediante un rimando al caso: cosa che, al contrario, lo spirito che informa la tragedia greca faceva senza difficoltà alcuna.

Il rimando ad una realtà metafisica che funga da garante di un ordine razionale del cosmo rappresenta un argomento scolastico e pre-critico, al quale, dopo la Critica della Ragion Pura di Kant, non dovremmo più ricorrere: nella Terza Antinomia della sua Analitica Trascendentale, difatti, il filosofo di Königsberg mette in chiaro come la causalità che presiede alla cosiddetta prova cosmologica di origine anselmiana, non sia in alcun modo dimostrabile secondo ragione.

4. Il professor Mancuso fa altresì riferimento a due speculari dogmatismi, quello teista e quello ateo: mi permetto di osservare, a tale proposito, che l’unico dogmatismo è quello messo in atto da una fede che ricorre ad argomenti pseudo-razionali per giustificarsi, non quello rappresentato dal pensiero cui aderisce, tra gli altri, il professor Veronesi, che si limita a stilare un’ipotesi sì altrettanto indimostrabile, ma in compenso priva di qualsivoglia pretesa assolutistica.

5. Infine, se un dio c’è, questi va convocato al fine di rendere ragione di ciò che non soltanto non si può comprendere, ma ancor meno giustificare: è quanto fa Ivan Karamazov nel dialogo con il fratello Alëša che precede la nota Leggenda del Grande Inquisitore, contenuta nel romanzo I fratelli Karamazov di Dostoevskij, laddove il fratello maggiore chiarisce al minore che la sofferenza di un bambino è motivo sufficiente per chiamare Dio al banco degli imputati. E se tale atteggiamento, ancora oggi, viene tacciato di protervia, giova ricordare che prima di Dostoevskij a chiamare in causa il dio biblico per rendere ragione della tragedia del male v’è stato Giobbe, che senza remore rivolge al suo dio parole che scaturiscono da una fede autentica perché appassionata ed in preda a quella contraddizione insolubile che è figlia dello sgomento.

In tutta onestà, stimato Mancuso, credo che la questione del perché l’esistenza sia trafitta dal male debba rimanere irrisolta, anche per chi, mediante una decisione la cui componente razionale non è in alcun modo preponderante, percorre il sentiero scosceso e perennemente esposto al dubbio e al fallimento che ha nome fede.

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Veronesi e il male che fa perdere la fede in Dio

Vito Mancuso
Repubblica 19 novembre 2014

Umberto Veronesi ha spiegato perché non crede in Dio: la perdita della fede a causa della presenza del male di cui ha parlato su questo giornale è un’ esperienza comune a molti, descritta in numerose opere filosofiche e letterarie del passato e sorgente di perenne inquietudine per i cristiani. Si tratta infatti di un’esperienza peculiare del mondo occidentale formato dal cristianesimo, perché nei termini raccontati da Veronesi essa non potrebbe avvenire né nell’islam, né nell’hinduismo e in nessun’altra tradizione religiosa. Per negare Dio tale ateismo si nutre dell’argomento del bene, nel senso che la presenza del male nel mondo è per esso in aperto contrasto con un Dio la cui essenza è pensata come interamente buona, come amore, oltre che come onnipotenza. Se Dio è del tutto buono e ci ama, e se è al contempo onnipotente, il male nel mondo non dovrebbe esistere; ma visto che il male esiste, a non esistere è il Dio buono e onnipotente di cui parla il cristianesimo: ecco la conclusione di Veronesi e di molti occidentali prima di lui. Invece per le prospettive nelle quali Dio, oltre a essere bene, è anche capacità di male, la presenza del male non contraddice in alcun modo la sua esistenza: è semmai solo una delle molteplici manifestazioni di una somma e imperscrutabile onnipotenza a cui occorre conformarsi. Non è quindi un caso che l’ateismo come fenomeno di massa sia sorto in occidente e non altrove

Scriveva Simone Weil, una delle più acute intelligenze mistiche del nostro tempo, alla fine del ‘42: “Sento una lacerazione, sia nell’intelligenza che al centro del cuore, che si va aggravando senza sosta a causa dell’incapacità di pensare insieme, nella verità, la sventura degli uomini, la perfezione di Dio e il legame tra l’una e l’altra cosa”. Questa è la vera e propria aporia di cui soffre il cristianesimo. Il che, peraltro, non dimostra che il cristianesimo sia falso, perché a essere aporetica e contraddittoria è l’esistenza stessa, così che ogni credo religioso o filosofico che attesta la contraddizione serve la vita, mentre quei sistemi che perseguono in primo luogo la coerenza logica sono solo dottrine e ideologie artificiose. Ha scritto il giovane Hegel: “Contradictio est regula veri, non contradictio falsi”, la contraddizione è la regola del vero, la non contraddizione del falso. Il punto è che vi sono due dati di fatto, entrambi veri, ma inconciliabili allo stato attuale della mente umana (un po’ come la teoria della relatività e la meccanica quantistica, entrambe sperimentate innumerevoli volte, ma inconciliabili teoreticamente l’una con l’altra): l’esistenza effettiva del male, sia fisico sia morale; e l’esistenza effettiva del bene, sia fisico sia morale.

Si tratta di pensare insieme i due dati, non uno solo di essi. Era quanto faceva Boezio nella sua cella di Pavia prima che Teodorico lo facesse giustiziare: “Se c’è Dio, da dove vengono i mali? E da dove vengono i beni, se Dio non c’è?” (Consolazione della filosofia I,4). Se Dio c’è ed è quell’amore onnipotente di cui parla il cristianesimo, perché, citando Veronesi, “un bambino viene invaso da cellule maligne che lo consumano giorno dopo giorno?”. Ma se Dio non c’è, da dove vengono le mani del medico che lo curano, la scienza che guida la sua mente e la passione morale che lo porta a operare? Qualcuno potrebbe rispondere dall’uomo e dalla sua ragione e direbbe bene, ma non sarebbe un argomento conclusivo, perché rimane da spiegare da dove vengono l’uomo e la sua ragione. Se consideriamo il punto di partenza del percorso cosmico 13,82 miliardi di anni fa, e il punto cui oggi siamo arrivati in termini di accumulo di organizzazione e complessità, è ben difficile attribuire tutto a un mero susseguirsi di casualità fortunate, tanto enormi sono le probabilità contrarie al darsi della vita e dell’intelligenza nel cosmo: tale attribuzione richiede un investimento di energia mentale almeno pari a quello che ipotizza Dio.

La realtà è che di fronte al dato della vita (che è: cancro + mani che lo curano, caos + logos) appaiono insostenibili entrambi i dogmatismi: quello di chi nega ogni forma di logica al governo del mondo e quello di chi vede tale logica in ogni evento, come fa l’attuale Catechismo cattolico dicendo che “Dio permette che ci siano i mali per trarre da essi un bene più grande” (art. 412), presentando un sofisma dal punto di vista teoretico e un’indegnità dal punto di vista morale. La prospettiva più plausibile con cui rispondere alla domanda sull’origine del male esclude che la risposta possa essere Dio, nel senso che Dio voglia direttamente o permetta indirettamente i singoli eventi negativi; esclude che possa essere l’uomo in quanto autore del cosiddetto peccato originale, perché l’uomo è la prima vittima dell’indeterminazione dell’essere che produce il male, non l’autore; ed esclude infine che possa essere una natura del tutto priva di un fine (come vorrebbe il materialismo ateo) perché la natura, oltre al cancro, produce anche la mente e le mani che tendono al bene.

La prospettiva più plausibile con cui rispondere alla domanda sull’origine del male è la medesima che sa rispondere all’origine del bene, cioè quella che rimanda all’impasto originario di logos + caos che costituisce il mondo nella sua concreta effettualità e che impone un modo nuovo di pensare Dio. In base a esso occorre superare le secche della dogmatica tradizionale destinate inevitabilmente a condurre molti all’ateismo, senza con ciò cadere nel nichilismo che vede la natura solo come forza cieca priva di ogni direzione, e che quindi si ritrova incapace di fondare l’etica della cura alla base della medicina e in genere del vivere sociale.

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