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La sfida delle CdB: incarnare la povertà evangelica in una società violenta di V.Gigante

Valerio Gigante
Adista Notizie n. 43 – 6 dicembre 2014

Nel 2012 era la “cittadinanza consapevole”; lo scorso anno la ricerca di Dio oltre i vincoli e gli steccati (im)posti dal sacro e dalle religioni. Quest’anno l’incontro nazionale delle CdB – che si svolge a Roma, dal 6 all’8 dicembre presso la Casa La Salle (per maggiori informazioni e per il programma completo: www.cdbitalia.it) si concentrerà invece su un tema più volte al centro del dibattito dell’opinione pubblica laica e cattolica, specie ai tempi del pontificato di Francesco: la povertà evangelica, la Chiesa povera.

Ma non solo: «Ecco, vi mando come agnelli in mezzo ai lupi» è infatti il versetto del Vangelo di Luca scelto come titolo dell’assise, che cercherà – come è tipico dello stile e della prassi delle Comunità di Base – di incarnare l’ideale nel reale, l’esigenza di povertà e di sobrietà nella Chiesa all’interno delle contraddizioni di una società sempre più violenta e sempre più lacerata dalla sperequazione tra una minoranza ricca ed una maggioranza di esclusi.

Al centro del dibattito vi sarà quindi la violenza del sistema economico, che produce impoverimento e precarietà specialmente tra le nuove generazioni; ma anche la violenza di genere, quella che colpisce l’orientamento sessuale, quella nei confronti dei minori e delle minoranze; tutte riconducibili sia al modello di sviluppo capitalistico, ma, in radice, anche alla natura patriarcale delle nostre società.

Conoscere le cause e i meccanismi dei processi di accumulazione ed esclusione è sempre stato per le CdB condizione fondamentale non solo per comprendere le dimensioni dell’attuale stato di crisi politica ed ecclesiale, ma anche per tentare di elaborare risposte che possano incidere sulla realtà.

In questo senso, le tre relazioni introduttive dei lavori dovrebbero fornire ampi spunti per la riflessione dei giorni successivi. Al filosofo Roberto Mancini toccherà il compito di tratteggiare il quadro sociopolitico; il giornalista e saggista Luigi Sandri farà una relazione sulla situazione delle Chiese cristiane; Antonietta Potente aprirà una finestra sul mondo dell’esclusione. Domenica si svolgeranno i tradizionali gruppi di lavoro (“Povertà emotive e fede cristiana”; “La povertà continua ad interpellarci”; “La buona novella è annunciata ai poveri”; “Ruolo del linguaggio nell’evoluzione culturale e religiosa”), cui seguirà un’assemblea plenaria – “CdB: memoria e progetto” – coordinata da Marcello Vigli. Lunedì 8, infine, è prevista una tavola rotonda fra gruppi e reti di cristiani impegnati nel recupero del messaggio conciliare di rinnovamento ecclesiale con Enrico Peyretti (Il Vangelo che abbiamo ricevuto e Chicco di senape), Lilia Sebastiani (Fraternità degli Anawim), Vittorio Bellavite (Noi siamo Chiesa), Franco Ferrari (I viandanti).

Dei contenuti dell’incontro, ma anche più in generale delle Comunità e del ruolo che ancora oggi possono rivestire nella Chiesa come nella società abbiamo parlato con uno degli organizzatori del Convegno, Stefano Toppi, membro della Comunità cristiana di Base di S. Paolo e della segreteria tecnica nazionale delle CdB.

La “novità” dell’elezione di Francesco sembra aver cambiato anche il modo con cui tradizionalmente le CdB si sono rapportate con il papa, da Paolo VI a Wojtyla, fino agli anni di Ratzinger. Se resta intatta la critica all’istituzione in sé, pare di percepire che all’interno del movimento questo papa susciti ormai più di qualche speranza e attesa di riforma. È una sensazione che condividi? Nelle CdB c’è una lettura condivisa di questo pontificato?

Sicuramente l’elezione di papa Francesco ha destato, sin dalle prime sue parole e dai primi suoi gesti, una nuova attenzione verso questo nostro “vescovo di Roma”. Nelle CdB credo tuttavia che sia rimasto ancora vigile il senso critico di valutare parole e azioni, e sicuramente, come è nel nostro modo di essere da sempre, non esiste una sola lettura di questi avvenimenti, né una aspettativa uniformemente condivisa del suo operato. A iniziative sorprendenti, vedi ad esempio la convocazione del movimenti popolari e anche il discorso recente sui pastori “mercenari” (ma quello di non farsi pagare i servizi liturgici era una prassi già presente, ad esempio, nei don Mazzi e nei don Bisceglie prima del sorgere delle Comunità di Base), si alternano a volte discorsi che sorprendono negativamente per i toni che non ti aspetteresti più di sentire, come l’invito all’obiezione di coscienza per i medici sull’interruzione volontaria di gravidanza.

Insomma, ritengo che la maggioranza di noi non si aspetti che il rinnovamento della Chiesa possa venire solo da un papa, anche se animato da un nuovo spirito e buona volontà. Troppe sono le forze che oppongono resistenza all’interno dell’istituzione. Il rinnovamento potrebbe venire, forse, solo da un pieno coinvolgimento del popolo di Dio: uomini e, finalmente, donne impegnati in un processo complessivo di conversione. Ma so che questa è pura utopia.

Anche il titolo scelto, collegato alla povertà evangelica, torna spesso nelle parole e nei gesti di papa Francesco. In che modo i lavori del convegno intendono innestarsi (o declinarlo in maniera diversa) su questo tema, di cui oggi si parla così tanto dentro e fuori la Chiesa?

Quello del titolo scelto è un elemento che ha sicuramente attinenza con l’attenzione che questo papa ha dato al tema dei poveri e della Chiesa povera. Diciamo che le sue uscite su questi temi ci hanno provocato. E le comunità hanno scelto di provare a declinarli interrogandosi su vecchie e nuove povertà, ma anche sulle povertà relazionali, sulla povertà culturale, anche in campo religioso. Nonché di interrogarsi sulla struttura patriarcale della società come origine della povertà e della violenza, quella di genere come quella economica e sociale; e, infine, di provare a capire cosa voglia dire oggi “annunciare la buona notizia ai poveri”, quali i linguaggi, i mezzi da usare per comunicare con le persone, anche e soprattutto con le più povere ed emarginate.

Rispetto al quadro politico attuale (riforme costituzionali, Jobs Act, “Buona scuola”, riemergere di intolleranze e razzismi), quali sono le preoccupazioni che avvertite come più urgenti? E in che modo oggi la Chiesa di base può ancora dare un proprio contributo?

Come sai le CdB non hanno, né hanno mai voluto avere, una visione politica unitaria. La scelta politica è stata sempre laicamente individuale per cui è impossibile dare una risposta su provvedimenti del governo e del Parlamento. Sicuramente unanime è la preoccupazione di fronte al sorgere di intolleranze di ogni tipo, alcune delle quali fortemente venate di razzismo.

Ma alcuni aspetti in questione sono certo che emergeranno nel nostro incontro nazionale. Ad esempio, quelli legati alla riforma del diritto del lavoro che hanno impatto, a mio parere, sulle nuove povertà, sulla precarietà a vita cui sembrano destinate le nuove generazioni, sulla perdita di protezione del welfare nel loro futuro: tutto questo avrà conseguenze sui livelli di vita e creerà problemi esistenziali cui adesso la politica deve trovare soluzioni. Personalmente non credo che quelle finora individuate siano adeguate e mi ripugna, forse perché non sono più giovane, questo nuovo pensiero unico emergente di riportare tutto ad un conflitto generazionale, tra vecchi garantiti e giovani senza tutele. Non serve togliere diritti per creare nuovo lavoro e nuova sicurezza sociale, c’è bisogno di nuove idee e per ora non ne vedo all’orizzonte.

Riguardo alla tua seconda domanda ho due cose da dire, facendo riferimento all’articolazione del nostro convegno. C’è in esso un momento che abbiamo intitolato “CdB: memoria e progetto” con cui esprimiamo la volontà di non disperdere le nostre radici, le nostre elaborazioni passate e da cui deriva il rilievo che diamo alla cura per i nostri archivi storici, per i libri che ricordano le nostre vicende.

Dall’altra parte però esprimiamo anche la volontà di andare avanti, certi che qualcuno ci sarà a raccogliere e valutare un po’ del nostro pensiero e della nostra prassi. Per questo concluderemo il nostro incontro nazionale con un dibattito aperto con cristiani di base provenienti da esperienze diverse dalle nostre, ma che come noi hanno tenuta accesa la luce del Concilio e che, spero, credano come noi che una Chiesa altra, accogliente, plurale, e aperta alle voci che vengono dalla base, sia possibile.

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