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Le nuove sette virtù educative di G.Borghi

Gilberto Borghi
www.vinonuovo.it

Oggi a casa con la febbre. Un po’ di bronchite e voce azzerata. E allora rifletto. Reduce da poco dalla visita a Monte Tauro, una piccola parrocchia di poche anime sulle colline Riminesi. Ma una parrocchia speciale. Lì, una quarantina di monaci e monache “dossettiani”, da oltre trent’anni, hanno fatto una scelta strana. Ognuno di loro vive con una persona con grave disabilità, di quelli che nessuno vorrebbe mai averci a che fare. Ci mangiano, ci dormono, ci pregano, ci lavorano (fin dove si può) insieme. Ci vivono insieme. Ma la stranezza è anche un’altra. Questi stessi monaci gestiscono la parrocchia. E questa contaminazione è davvero singolare. E mi ha fatto riflettere, fino a evidenziare sette nuove virtù educative che oggi, forse, sono indispensabili per una pastorale efficace.

La prima di queste è l’essere “innamorati” di Cristo. Fa la differenza! Non esiste oggi, a mio avviso, nessuna possibilità di educare alla fede se, la Sua presenza non si dà in noi come gioia, dolcezza, pienezza di vita, prima e al di là di ogni altro carattere che la presenza di Dio possa suscitare in noi. Disabilitando ogni altra immagine di Dio, che non sia primariamente quella di Amore. A Monte Tauro questo si tocca con mano e si respira nell’aria. E attira giovani e adulti che popolano quella parrocchia ben oltre le appartenenze geografiche.

La seconda è un’altra “ì”: essere “interi”. Cioè essere capace di mostrare e vivere la fede non solo nella testa, ma anche nel cuore, e soprattutto nel corpo. E a Monte Tauro la fede è corpo sul serio, perché avere a che fare con un diversamente abile ti costringe a vivere nel corpo. Corpo che diventa luogo di ricucitura interna delle persone, dove i disequilibri tendono a scemare e la solidità delle persone viene in primo piano.. E oggi una fede che non aiuti la persona a ricucirsi dentro non è credibile oggi, da nessuno.

La terza virtù, è ancora una “i”: essere “incarnati”. Essere cioè sintonizzati sul proprio tempo storico e culturale, senza consegnarsi ad esso, certo, ma anche senza nostalgie di epoche passate ormai perdute, con l’orologio esistenziale puntato sul presente. E non è solo questione di saper usare internet o cose simili. Molto di più ha a che fare con il non aver ucciso, dentro di sé, il desiderio di vivere il presente che ci è stato regalato, così com’è, prima di giudicarlo o condannarlo, senza averne paura, perché è l’unico tempo che Dio ci ha dato da vivere. Qui a Monte Tauro nessuno vuole cambiare il mondo, perché ha capito che a dover cambiare è il proprio sguardo sul mondo.

La quarta virtù è vivere giocati sul filo della “gratuità”. Siamo abituati a questa parola, ma forse, proprio per questo ne abbiamo perso il senso. Che non è quello di compiere azioni per il bene degli altri, principalmente. Ma di compiere azioni, che facendo il bene degli altri, sono però assolutamente non necessarie alla nostra vita. Per i monaci non è necessario amare un diversamente abile. Ma è ciò che dà valore e colore alla loro vita reale. E i parrocchiani lo sentono.

Quinta virtù. Oltre la gratuità, oggi un testimone è interessante se sa “condividere”, prima e al di là delle parole che può dire. Cioè un educatore oggi, deve “partire da dove è l’uomo”, qualsiasi sia la sua condizione. Mentre spesso noi continuiamo a pensare che per accedere alla fede, e crescere in essa, siano necessarie condizioni umani minimali, senza le quali la fede non può esistere. Oggi non può esistere più una fede fondata sulla cultura! Ma una fondata sull’esperienza del sentirsi amato, questa sì. Anzi. In questa logica, i più disponibili a riconoscere di essere amati sono proprio coloro che ne sono più lontani, i peccatori, gli esclusi. Ecco parchè la parrocchia a Monte Tauro dà l’impressione di una vera comunità. Dove la prima catechesi è far sentire amata la persona che arriva.

Sesta virtù. La potremmo definire come il saper “tirarsi via”. Saper fare “un passo indietro”, perché Cristo e la persona possano incontrarsi direttamente. Avere cioè il coraggio di fidarsi di Dio e della sua azione dentro le persone, anche quando non ci sembra secondo i nostri schemi. Che prende sul serio l’evangelico “essere servi inutili”. Qui la chiesa è sempre aperta a chi vuole, ha un suo modo di vivere il rapporto con Dio, non mediato, ma vissuto e strutturato a partire dai ritmi, tempi e modi che la persona stessa sceglie, al di là dei momenti ufficiali e strutturati che pure restano.

Ultima, ma non per ultima. Oggi un educatore che vuole essere efficace non può non agire “fuori schema”. Questo vuol dire dare spazio alla creatività, ai tentativi di trovare forme educative in cui le persone di oggi si riconoscano di più. Significa avere una buona consapevolezza della propria posizione rispetto allo “schema”, cioè rispetto a ciò che diffusamente dentro la Chiesa, ma anche nella società, ci può aspettare da un educatore alla fede. Quindi non accontentarsi di azioni educative e percorsi già ampiamente “vissuti” e sfruttati in passato. E a Monte Tauro la fantasia non manca.

Vorrei portarci i miei studenti. Chissà.

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