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Piccolo, grande, inclusivo/a, internazionale, comune, d’uso di L.Menapace

Lidia Menapace
www.italialaica.it

I qualificativi elencati nel titolo possono servire per rendere i nostri discorsi meno approssimativi, vaghi, noiosi, allusivi, ambigui di quanto non siano diventati, non per scelta, bensì per passivizzazione. Infatti approssimazione allusività ambiguità non sono sempre per sè negativamente connotati, ma perchè possano esprimere un senso positivo bisogna che vengano usati con criterio, spirito critico, avvertenze d’uso, conoscenza del loro etimo, ironia ecc.

Arrivata a questo punto mi accorgo che a chi legge potrà capitare di chiedersi: “Ma cosa viene in mente alla Menapace di mettersi a spiegare le parole?”: si figura di essere ancora una profe in servizio, portiamo pazienza”. Portate pure pazienza, ma so bene di essere in pensione da mo’ e invece spiego, perchè quando si é in una fase di confusione, é buona pratica registrare, mettere a punto il linguaggio: e non c’è sicuro bisogno di dimostrare che siamo nella confusione.

Comincio: ‘piccolo’, aggettivo che non ha bisogno di spiegazioni: mi capita spesso di osservare che l’Italia non è (ancora) un paese vinto, perchè andando in giro si incontrano molte iniziative, magari piccole o piccolissime, organizzate, pensate, agite e che raggiungono il fine cui erano destinate; ad esse bisognerebbe ispirarsi; anzi farle conoscere e metterle in relazione è un vero lavoro politico oggi importante, forse decisivo. Con ciò non accetto una generalizzazione “ideologica” che dice : “Piccolo é bello”. Se si continua a considerarlo bello, non perchè è bello, ma perchè è piccolo, si cade nel minoritarismo ecc. Così ho anche potuto far capire che cosa vuol dire “ideologia come falsa coscienza”, l’accezione di ideologia che Gramsci rifiuta.

Osservo però che ormai ideologia è diventata una parolaccia e non la si può più usare. Ho provato per un po’ a dire: dico ideologia nel senso di Weltanschauung” e per un po’ azzitivo, perchè davanti a una parola lunga e in tedesco, si deve far finta di sapere che cosa vuol dire, ma alla fine ideologia è uscita dall’uso, non potendo avere un significato positivo immediatamente comprensibile senza ulteriore specificazione . Infatti la lingua è un organismo vivente ed economico; fino a che è viva inventa parole per cose nuove (avvocata, ministra, ecc); se incomincia a non dire nemmeno più “legge sul lavoro”, ma “jobact” persino nei testi uffficiali, vuol dire che incomincia a morire rispetto all’inglese, lingua dei padroni del mondo.

Quanto a “grande”, che non voglia dire lo stesso che “grosso” è una delle prime differenze che si imparano fin da piccoli/e. Ma a proposito, che significa “i/e”? E veniamo, del tutto spontaneamente al linguaggo detto tecnicamente “inclusivo”. Con questa locuzione si indica una abitudine linguistica da scegliere e perseguire, se si vuole che nel linguaggio entri la considerazione dell’esistenza -nella specie umana- di due generi.

So bene che ci sono uomini che dicono: “Lo so che siamo uguali, per questo dico “uomo” intendendo anche “donna”. Di solito replico: va bene, se siamo uguali io dirò “donna” intendendo anche “uomo” e si vede che non siamo uguali e che la vecchia regola grammaticale, che ha vinto i secoli, resta col suo significato iniziale. Infatti la citata regola più stabile del più solenne dogma dice: in italiano nelle concordanze prevale (!) il maschile (e fin qui si studia ancora pari pari): ma la regola continuava, secondo la definizione iniziale dettata dai grammatici: “prevale il maschile come genere più nobile”: perciò se accetto di essere chiamata uomo, vuol dire che penso che il genere femminile sia un po’ ignobile, tanto è vero che si suol dire che una donna quando è brava, è più brava di un uomo, dunque è una eccezione, che conferma la regola.
Davvero “le parole sono pietre”

Di recente, forse ad appoggiare noi femministe cultrici del linguaggio inclusivo, le NU sono venute fuori a dire che le donne sono stabilmente la maggioranza della popolazione sul pianeta e in ogni paese che lo compone, sicché -si potrebbe continuare- chi dice o pensa o spera di essere in un regime politico di democrazia rappresentativa, sappia che non dice il vero, considerati i generi. Inoltre sempre le NU dicono che le donne -stabile maggioranza- occupano ovunque i livelli più bassi e sono ovunque sottorappresentate. Perciò chi intende vivere in una democazia rappresentativa, si dia da fare affinché almeno la facilissima regola del linguaggio inclusivo venga rispettata.

A regola anche ‘internazionale’ indica un uso un po’ arretrato, sarebbe meglio dire sovranazionale, trasnazionale: diamoci da fare, prima che a furia di rispettare il nazionale conservandolo indenne in tutte le accezioni date, non ci dovesse capitare di riaprire vecchie questioni, riassumibili nel detto: tutto ciò che é lodevole nei linguaggio politico, diventa negativo se gli si appiccica il prefisso:”nazionale”: da nazione nazionalismo; da nazionalità identità nazionale, insomma non c’è che da sfogliare termini fascisti o nazisti per vedere controprovato l’infausto influsso del suffisso o prefisso ‘nazionale’ a cominciare da nazismo, cioè nazionalsocialismo. Così il liberalnazionale è un peggiorativo del liberale , e il comunismo in un paese solo diventa quell’orrore che è il nazionalcomunismo in URSS.

Ma per tornare al linguaggio inclusivo, devo ancora dire che una semplice copia del maschile grammaticalmente femminilizzato non è assunzione della differenza tra i generi; noi femministe chiamiamo o chiamavamo (quando essendo all’inizio eravamo più aspre) emancipazione delle scimmiette quella che più correttamente si dice ‘emancipazione imitativa’ e che si conclude nel fatto che uomini più o meno illuminati scelgono donne da mettere in posizioni anche eminenti (come le ministre) purchè siano obbedienti e decorative. Dalla consapevolezza che i generi sono due (almeno biologicamente) si arriva a definire la differenza come il termine corretto per esprimerle. E la differenza consente di govenare in parità nella differenza.

Adesso affronto il termine “beni comuni”, che non è propriamente quella splendida novità che vien spacciata, poiché la inventò Aristotele buonanima; poi fu accolta da Tomaso d’Aquino, egli pure non proprio moderno: ma fu molto importante, dopo che gli Arabi ebbero tradotto Aristotele in latino e ne favorirono la diffusione nell’Occidente cristiano, che parlava latino. Importante perchè essendo il fine dello stato o comunque dell’organizzazione politica quello di far esistere il bene, Aristotele afferma che esso non è quel che ciascuno ha, bensì lo si raggiunge distribuendo comunemente ciò che è bene, ricchezza potere beni. E che certi beni detti comuni sono in fin dei conti una specie di diritto originario: beni comuni in questa accezione sono l’aria l’acqua e la terra che dunque non possono essere totalmente appropriati privatamente. Da ciò deriva il diritto politico a pubblicizzare l’acqua.

Marx va più avanti, forse ispirandosi alla Bibbia che credo fosse un fondamento anche inconsapevole della sua cultura, dato che era ebreo, sia pure non praticante e scolasticamente di cultura cristiana. Marx parla non solo di beni comuni, bensì anche di beni e di valori d’uso. C’è anche dunque ciò che sfugge del tutto alla proprietà anche pubblica: l’aria, l’acqua e la terra. Molto significativa la faccenda della terra. Secondo la Scrittura la terra é di Dio, cioè -sullaterra- di nessuno, è data in usufrutto agli umani e umane; deve essere lavorata senza sfruttarla troppo e perciò lasciata riposare un anno ogni sette (anno sabbatico) e ogni sette anni sabbatici, cioè ogni 50 anni va redistribuita tutta quanta in uso a chi la lavora (Giubileo).
Sembrerà strano ma questa norma così avanzata non passa nel cristianesimo, che adotta invece la dottrina giuridica romana fino ad affermare che la proprietà privata è un diritto naturale. Mah!

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