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Un’occasione per Francesco di M.Vigli

Marcello Vigli
Adista n. 45 del 20/12/2014

La gravità del momento che sta attraversando la società italiana riduce l’impatto della recente delibera con cui la Corte dei Conti è intervenuta sulla destinazione e gestione dell’8 per mille dell’Irpef. Ad eccezione di alcuni casi esemplari, tra cui Repubblica, il Fatto quotidiano e Avvenire, solo pochi media nazionali hanno dedicato a questo pronunciamento la dovuta attenzione.

La sua divulgazione, perciò, è balzata agli occhi solo dell’opinione pubblica più accorta e interessata, e spesso si è concentrata solo su questioni rilevanti ma già ampiamente discusse, come ad esempio la norma che consente la ridistribuzione della quota dell’8 per mille su cui i contribuenti non hanno espresso una scelta all’atto della dichiarazione. A causa del meccanismo di ripartizione delle quote non espresse, nell’anno in cui solo il 34,5% dei contribuenti sceglie di destinare il proprio 8 per mille alla Chiesa cattolica, il 4% allo Stato, l’1% alle altre confessioni religiose, il rimanente 60,5% dei contribuenti che non sceglie nulla finisce comunque per versarli in gran parte nelle casse della Chiesa cattolica.

Gli optanti nel 1990 erano il 54%; nel 2012 – dopo essere scesi nel 1999 al 37% – sono tornati (si fa per dire) al 46%. E questo forse solo perché è intervenuta la possibilità di devolvere l’8 per mille ad altre confessioni.

A tal proposito la Corte denuncia il ritardo con cui si stanno approvando le nuove Intese e le conseguenti norme attuative; rileva altresì che non si approvano, come si potrebbe, norme che consentano ai fedeli di altre confessioni prive di Intesa di fruire dell’8 per mille.

Finalmente, una voce istituzionale si è levata a denunciare quello che, da tempo e da più parti, è contestato come uno scandalo, e a sottolineare la necessità di procedere ad una revisione ed eventuale ridimensionamento della quota con cui si finanziano le confessioni religiose. Le Comunità cristiane di Base ne hanno fatto da subito un momento forte della contestazione del regime concordatario, sulla quale si sono costituite in movimento nel 1971.

È ancor più significativo che la Corte sia intervenuta su altri profili del meccanismo, richiamandosi al dibattito interno alla “Commissione paritetica Italia-Cei incaricata delle verifiche triennali”, istituita per la valutazione e il controllo dell’applicazione delle norme sull’8 per mille.

Già nel 1996, la Parte governativa di tale Commissione dichiarava che «non si può disconoscere che la quota dell’8 per mille si sta avvicinando a valori, superati i quali si potrebbe rendere opportuna una proposta di revisione. (…) Detti valori, già oggi, risultano superiori a quei livelli di contribuzione che alla Chiesa cattolica pervenivano sulla base dell’antico sistema dei supplementi di congrua e dei contributi per l’edilizia di culto».

È importante che un’autorevole voce pubblica denunci l’anomalia dell’aumento dei contributi alla Chiesa cattolica, tanto più che questo avviene, commenta la Corte, nel contesto di una crisi economica che ha imposto la riduzione della spesa sociale.

Per di più, a ben vedere, per la finalità per cui il finanziamento pubblico è stato istituito – il sostentamento del clero – sarebbero sufficienti 400 milioni di euro, molto meno del miliardo che annualmente la Chiesa cattolica riceve e che, infatti, usa per finalità considerate secondarie dalla Corte.

Aggiunge la Corte che, sia lo Stato sia la Cei, già da ora dovrebbero promuovere maggiore informazione sull’intero argomento per aumentare la consapevolezza dei cittadini sui loro diritti/doveri.

Lo Stato dovrebbe meglio promuovere l’opzione per sé, anche allo scopo di dissipare il dubbio – fondato e da molti condiviso – che tale opzione, in realtà, sia proposta esclusivamente per rendere meno scandaloso il meccanismo di finanziamento alle Chiese, millantato, anche dal prof. Mirabelli su Avvenire, come un modo per i cittadini di partecipare alla destinazione della spesa tra finalità confrontabili. Destinazioni parallele: lo Stato per interventi straordinari sociali e culturali, le Chiese con alcune varianti, ma soprattutto per culto a servizio della popolazione e carità.

La Chiesa, a sua volta, dovrebbe privilegiare la promozione dei contributi volontari dei fedeli, attraverso la dichiarazione di redditi favoriti dalla detrazione fiscale, anche per realizzare quell’autofinanziamento che la gerarchia aveva dichiarato di volere ottenere con l’abolizione del sistema della congrua, facendo credere che esso fosse ormai raggiunto con il meccanismo dell’8 per mille. Questo, invece, prevede la scelta del fedele ma su denaro non più suo perché già diventato patrimonio comune.

Il documento della Corte assume, infine, un particolare valore perché proprio la ricerca di un autentico autofinanziamento potrebbe coincidere con l’impegno a costruire la Chiesa povera auspicata da papa Francesco, al quale offre, anzi, una preziosa occasione.

Come capo della Chiesa, il papa potrebbe autorevolmente proporre alla Conferenza episcopale di rinunciare spontaneamente, come da tempo chiedono i cattolici di base, a quella ridistribuzione, duramente stigmatizzata nel documento della Corte.

La rinuncia alla cospicua parte di milioni, che ne ha fin qui ricavato, renderebbe la Chiesa italiana avviata più concretamente sul cammino di quella povertà che papa Francesco da tempo indica come essenziale per il suo rinnovamento.

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