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Violenza sulle donne e prevenzione: cosa dovrebbe fare un medico

Giorgio Dobrilla
www.cronachelaiche.it

Femminicidio è un (quasi) neologismo orribile ma ancor più orribile è ciò che significa e la consistenza del fenomeno. Non si tratta infatti di un omicidio qualunque, ma della uccisione di una persona in quanto donna, insomma un “assassinio di genere”. Il Dizionario Devoto-Oli ne dà una definizione un po’ contorta (altrimenti che dizionario sarebbe!) ma di fatto esauriente: «Qualsiasi forma di violenza (non solo l’assassinio, nda) esercitata sistematicamente sulle donne in nome di una sovrastruttura ideologica di matrice patriarcale, allo scopo di perpetuare la subordinazione, e di annientare l’identità attraverso l’assoggettamento fisico o psicologico, fino alla schiavitù o alla morte». Ed invero la serie di brutalità e di violenza che le donne subiscono nel mondo, e l’Italia non scherza, è davvero scandalosa e inaccettabile. Ancor più raccapricciante è il fatto che la gran parte delle aggressioni, dei maltrattamenti e delle uccisioni avviene ad opera degli ex partner e, peggio ancora, dei partner senza “ex”. L’attenzione e il clamore relativo a tali fatti criminosi non manca da parte dei media, ma l’interesse sui particolari, specie se scabrosi, prevale spesso sull’effettiva indignazione e sulla voglia collettiva e individuale di fare qualcosa per impedire l’obbrobrio. Come per ogni problema, soluzioni facili per prevenire o punire in modo esemplare i responsabili della violenza non ci sono o lasciano molto a desiderare. La donna “a rischio” non viene efficacemente protetta dalle minacce ricevute e queste poi, soprattutto per paura, vengono denunciate solo da una minoranza, le forze dell’ordine sono di fatto disarmate e possono intervenire soltanto “dopo” che la violenza o l’omicidio sono stati commessi.

Le riviste di medicina nostrane (e i medici in genere) di questo problema se ne occupano poco, ma non avviene così negli Stati Unti. L’autorevole New England Journal of Medicine (NEJM) è di recente intervenuto a proposito con un articolo in grande evidenza dal titolo Intimate-partner violence – What Physician can do (Violenza subita dal partner – Cosa può fare il dottore) chiedendosi lodevolmente se e in quale modo il medico non possa anch’egli collaborare per combattere efficacemente questa infamia. In Usa, il 36 per cento delle donne nel corso della loro vita è stata rapita o aggredita o risulta oggetto di stalking o di violenza. In ottica sociosanitaria, il NEJM riporta pure qual è per il Servizio sanitario Usa il costo complessivo delle angherie sulle donne esercitate dai loro partner: nel 2012 questo è stato valutato intorno ai dieci miliardi di dollari, cui ne vanno aggiunti altri cinque per le cure delle donne sopravvissute alla violenza, una spesa quasi doppia rispetto a quella erogata dal servizio nazionale per le donne non oggetto di violenza. In Italia, nello stesso anno, i femminicidi (per l’80 per cento di donne italiane) sono stati 124, quelli tentati e non riusciti 47, e anche in questo caso la scena del crimine è l’abitazione dell’assassino (in maggioranza un connazionale) o della vittima. Le conseguenze fisiche di queste aggressioni, uccisione a parte, consistono in lesioni gastrointestinali, dolore cronico, disordini psichici (depressione, crisi di panico) e neurologici (episodi sincopali, epilessia), aumento della pressione arteriosa e in molti casi, ovviamente, lesioni ginecologiche.

Ma – si chiede il NEJM – come possono intervenire i medici? In Usa hanno già realizzato un’unità di emergenza specificamente predisposta per questi reati (US Preventing Services Task Force). Questo ente si occupa di attuare una serie di otto provvedimenti ritenuti essenziali per tutelare le donne. E’ ad esempio previsto che il medico di famiglia ponga domande specifiche alle sue pazienti a partire dai 12 anni di età, una specie di screening peculiare in grande anticipo. Lo stesso dovrebbero fare periodicamente, e non solo qualche volta, pediatri e ginecologi. Si è persino definita la domanda standard che il medico dovrebbe obbligatoriamente porre alla paziente che lo consulta per qualche trauma, anche se lei non lamenta spontaneamente di aver ricevuto angherie: “Hai paura del tuo partner o di qualsiasi altro in famiglia?”

L’ente statunitense ha definito pure gli approfondimenti da fare per la donna che abbia già subito abusi in precedenza e considera doveroso che il medico, anziché ignorarli o sdrammatizzarli per non restarne coinvolto, esprima preoccupazione per i rischi cui la paziente può andare incontro. Altro compito previsto per il dottore della Task force è quello di informare la paziente che essa può avere un’assistenza legale gratuita, premurandosi di fornirle i numeri telefonici di associazioni amiche e, infine, di appurare se in casa ci sono bambini da tutelare. Ovviamente, l’aspetto psicologico, l’angoscia in primis, va considerato attentamente dal medico che si occupa di violenza sulle donne, il quale però deve agire con prudenza perché – scrive l’editoriale del NRJM – i sedativi erogati possono ridurre la capacità reattiva della paziente aggredita e quindi la sua propensione a difendersi. Insomma, la violenza sulle donne non deve essere solo cronaca, ma va considerata un «substantial public health problem», un problema sanitario sostanziale. Del resto, i dati già raccolti negli stati Uniti per affrontare la questione con il concorso attivo di medici responsabilizzati ad hoc dimostrano che il loro contributo è realmente efficace in questa battaglia civile.

Due riflessioni per concludere. La prima è in realtà una domanda: ma quanto in ritardo si è in Italia nella lotta istituzionale contro il femminicidio? La seconda è un’opinione: dati i tempi biblici di qualsiasi riforma in questo Paese è ragionevole ritenere che violenze e femminicidi possano attenuarsi solo se le sanzioni per questi abusi vengono rese immediate e di gran lunga più severe di quelle previste. Ci dirà il tempo se il decreto legge emanato nel 2013 dal Governo (che già aveva mesi prima ratificato la cosiddetta Convenzione di Istanbul) finalizzato a rendere più severe le norme avrà ricadute significative. Il problema ancor più decisivo è infatti che le pene comminate vengano poi fatte valere fino all’ultimo giorno. E’ vergognoso che le vittime di traumi, pestaggi e tentato omicidio o gli stessi familiari delle donne uccise, dopo breve tempo, si trovino nuovamente davanti il carnefice con sorriso beffardo o ancora minaccioso. Ed è ciò che si trova spessissimo in cronaca. Ma non c’è mai un limite al peggio, e mi riferisco al recente femminicidio di Stato di un mese fa: il 24 ottobre, l’iraniana Reyhaneh Jabbari , 26 anni, in carcere da più di 5, viene impiccata a mezzanotte, condannata per aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi, agente dell’intelligence iraniana, l’uomo che aveva tentato di stuprarla. Il magistrato di Teheran non ha accolto la legittima difesa accusandola di omicidio premeditato. Non fosse morto, lo stupratore, sarebbe a piede libero. Il mondo si è “indignato” ma i rapporti commerciali con l’Iran non credo abbiano avuto ripercussione alcuna. In fin dei conti era soltanto una donna.

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