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Pensare Dio dopo Auschwitz di L.Ghersi

Livio Ghersi
www.italialaica.it

Cerchiamo di iniziare degnamente il 2015 con un argomento che ci consente di andare oltre la cronaca. È trascorso poco tempo da quando, nel novembre del 2014, gli organi d’informazione hanno dato risalto ad un pensiero dell’oncologo Umberto Veronesi, che può sintetizzarsi con queste parole: «Dopo Auschwitz, il cancro è un’altra prova che Dio non esiste».

Nella letteratura mondiale, l’Essere supremo di cui parlava Jean Jacques Rousseau è stato chiamato con nomi differenti; ciò che più conta, è stato concepito in modi molto diversi fra loro. Quando, nel 1687, Isaac Rousseau pubblicò i suoi “Princìpi matematici della filosofia naturale”, le leggi della gravitazione universale furono finalmente evidenti alla comunità scientifica e poi ad un pubblico via via sempre più vasto. Questa scoperta, accreditando la visione di un universo perfettamente regolato, diede nuovi argomenti all’idea di un’intelligenza regolatrice. Si parlò di Dio come del grande Orologiaio. Altri lo definirono “supremo Architetto” dell’universo e questa terminologia è rimasta nella tradizione massonica.

Poiché il nostro pianeta è piccola cosa in rapporto all’universo, il fatto che il ruolo di un’Intelligenza ordinatrice del cosmo avesse ricevuto autorevole avallo sul piano scientifico determinò, fra le persone istruite, l’effetto di aumentare la distanza psicologica tra questo Dio supposto ed i singoli esseri umani. Com’era possibile che cotanto Dio, regolatore dell’universo, potesse avere un rapporto “personale” con Tizio, Caio e Sempronio? Si parla di “deismo” proprio per indicare l’atteggiamento mentale di quanti affermano la divinità, ma ne fanno qualcosa di troppo grande, o di troppo complesso, perché possa minimamente preoccuparsi degli esseri umani, individualmente considerati. Nella pratica, la divinità dei deisti lascia gli esseri umani senza protezione e senza speranze. Devono comportarsi “come se Dio non ci fosse”, in modo non troppo diverso da come fanno quanti si dichiarano atei.

Del tutto differente è la concezione di Dio propria delle rivelazioni religiose. Il caso del Cristianesimo, che afferma una divinità tanto partecipe delle vicende umane da incarnarsi, ha precedenti e conferme nella storia delle religioni. Si pensi, ad esempio, alle ricorrenti incarnazioni di Vishnu, una delle tre espressioni della Trimurti, nell’Induismo.

Un filosofo ebreo, Hans Jonas (1903-1993) ci ha lasciato un interessante scritto su “Il concetto di Dio dopo Auschwitz” (che si può leggere in un piccolo libro edito dalla Casa editrice Il Melangolo di Genova nel 1993). Il Dio in cui credono gli Ebrei — ha ricordato Jonas — è «un Dio che si prende cura» delle sue creature. Esattamente come il Dio in cui credono i Cristiani. Esattamente come il Dio in cui crede l’Islàm.

Perché un Dio «che si prende cura» è rimasto muto di fronte alle persecuzioni ed allo sterminio sistematico del popolo ebraico da parte dei nazisti? Perché, ritornando al ragionamento di Veronesi, può consentire che bambini, ossia creature per definizione innocenti, possano ammalarsi e morire di cancro?

La risposta di Jonas, riferita alla cultura religiosa ebraica, è che Dio non è onnipotente; per meglio dire, non vuole essere onnipotente. Il Vecchio testamento è pieno di narrazioni della collera di Dio; ma il Dio che si adira può soltanto annientare gli esseri umani. Può fare sommergere il mondo dalle acque con un diluvio universale. Può radere al suolo, in un attimo, città come Sodoma e Gomorra. Di fronte a siffatte, possibili, manifestazioni della potenza divina, gli esseri umani sono annichiliti. Non c’è merito a mettersi in ginocchio di fronte ad una forza che non puoi nemmeno provare a contrastare perché è terribilmente, infinitamente, superiore alle tue possibilità di difesa.

Va ripensata, allora, la concezione tradizionale: la nostra idea della divinità deve prevedere un Dio che si spoglia della propria onnipotenza. Lo fa per amore delle proprie creature: riconosce e rispetta la loro libertà di scegliere, quindi di sbagliare, quindi anche di commettere qualunque crimine. Soltanto chi è libero può maturare la coscienza del bene e del male. Può scegliere di operare il bene. Può pentirsi di avere operato il male. Può cercare di riparare gli errori commessi. Anche il dolore degli innocenti, momento ineliminabile della condizione umana, può spingere quanti ne sono testimoni a farsene carico e ad operare il bene.

Siffatto modo di concepire la divinità dovrebbe riuscire tanto più facile a quanti muovono dalla cultura religiosa cristiana. La storia del Cristianesimo rende evidente il progressivo affinamento del concetto della divinità. Con il passare dei secoli, sembra diventare sempre più attuale un passo del Vangelo secondo Giovanni, riferito all’episodio del colloquio fra Gesù e la Samaritana: «Ma viene un’ora, ed è adesso, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in Spirito e verità; infatti il Padre cerca tali persone che l’adorino. Dio è Spirito, e coloro che lo adorano, in Spirito e verità devono adorarlo» (Gv 4, 23-24).

Nell’ultimo grande romanzo di Dostoevskij, “I fratelli Karamazov”, terminato nel 1880, c’è una chiave di lettura adatta ad aprire le menti anche di lettori odierni, magari cresciuti in un ambiente estraneo alla problematica religiosa. Nel racconto del Grande Inquisitore, Dostoevskij interpreta la parabola delle tentazioni alle quali Gesù fu esposto nel deserto, secondo la narrazione che ne fanno i Vangeli: Matteo (4, 1-11), Luca (4, 1-13), Marco (1, 12-13). Il demonio propose a Gesù, in successione di tempo: 1) di trasformare le pietre in pane, per sfamarsi; 2) di lasciarsi cadere dalla parte più alta del Tempio di Gerusalemme, perché, se veramente figlio di Dio, gli angeli sarebbero accorsi a salvarlo in volo; 3) di avere dominio e potenza su tutti i regni del mondo, con le loro ricchezze e magnificenze, a condizione che accettasse di adorare il demonio. Gesù rifiutò e, rifiutando, respinse tre vie attraverso le quali facilmente avrebbe potuto avere il consenso degli esseri umani. Egli non volle un’ubbidienza comprata con l’abbondanza di beni materiali (il pane). Non volle che gli uomini lo adorassero per l’evidenza del miracolo (l’intervento degli angeli). Non volle l’autorità che sarebbe discesa dall’essere a capo di un impero universale (il potere della spada).

Gesù volle essere seguiìto soltanto da quegli esseri umani che volontariamente avessero deciso di farlo, in quanto conquistati dal suo insegnamento di amore. Piena libertà, quindi piena responsabilità, degli esseri umani. Invero, una pesante responsabilità. A fronte di questo sta il mistero del Cristo crocifisso; che ha non pochi punti di contatto con l’immagine del «Dio sofferente» di cui ha scritto Jonas nel testo su Auschwitz. Dio vede quale uso gli esseri umani facciano della loro libertà e non può fare altro che soffrirne. Continua, però, a dar loro fiducia.

Noi pensiamo che la Storia vada strettamente ricondotta alla responsabilità umana. Non Dio, ma gli uomini, hanno reso possibile Auschwitz! Così come quasi tutto il male, il dolore, l’infelicità, che purtroppo incontriamo ovunque nel mondo hanno la loro causa prevalente in azioni, o omissioni, dei medesimi esseri umani. Anche quanti credono in un disegno provvidenziale che si attua nella Storia, devono convenire che la Provvidenza divina opera in tempi che non sono i tempi delle aspettative umane. Oggi, a settant’anni di distanza, tutto il mondo sembra concorde nel giudicare lo sterminio degli Ebrei un crimine odioso contro l’umanità.

Ma in settant’anni si sono alternate tre generazioni. Oltre quella che ha sperimentato il male su di sé. Dovevano, dunque, verificarsi quei fatti, perché gli esseri umani ne provassero orrore? Purtroppo, nulla di quanto gli uomini apprendono è acquisito per sempre. Purtroppo, nessun popolo è immune dai rischi di regressione, una volta raggiunto un elevato livello di civiltà. La prova si rinviene nello stesso popolo tedesco che aveva espresso autentici campioni del pensiero e della libertà quali Leibniz e Kant, Goethe e Schiller, e che, nonostante questo, poté cadere sotto il dominio di una dittatura barbarica quale fu quella nazista.

Il problema che si pone, dopo la sollecitazione di Veronesi, è di aver chiaro come si atteggi un mondo umano senza Dio, privato dell’idea stessa di Dio. Il personaggio di Ivàn Karamazov ne deduce le seguenti conclusioni: «per ogni singolo individuo … il quale non creda né in Dio, né nella propria immortalità, la legge morale naturale deve trasformarsi subito nel perfetto opposto dell’antica legge religiosa, e l’egoismo, portato anche fino al delitto, deve essere non solo permesso all’uomo, ma addirittura riconosciuto come la soluzione necessaria, la più ragionevole». In altre parole, se Dio non esiste «tutto è permesso».

La condizione in cui si trovano le nuove generazioni ai giorni nostri è di essere culturalmente disarmate quando si tratti di affrontare problemi di questa natura. Disarmate, a dispetto dei titoli di studio posseduti. A poco serve la storia della filosofia, così come viene insegnata nelle scuole. Per quanto riguarda la letteratura, non soltanto da tempo non si sono più manifestati autori della profondità di pensiero di un Dostoevskij. Prima anche la letteratura di intrattenimento assolveva un compito formativo.

A cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, sotto l’influsso dell’illuminismo prima e del romanticismo poi, si scrivevano romanzi pensati per dare un’educazione sentimentale. Nel senso di riflettere approfonditamente sui sentimenti fondamentali degli individui, in quanto membri della specie umana ed in quanto parte di una società. Basti pensare, ad esempio, a “Giulia o la nuova Eloisa” di Rousseau (del 1761), o all'”Emilio”, sempre di Rousseau (del 1762). Ma si potrebbero fare tanti altri esempi: basti pensare all’importanza dei romanzi di formazione nella cultura tedesca.

I buoni cittadini, partecipi dei problemi della comunità in cui vivono, pronti alla solidarietà nei confronti delle persone in difficoltà, impegnati a prestare la propria collaborazione affinché le istituzioni funzionino nel migliore dei modi possibile, non crescono da soli, come i funghi nei boschi. I buoni cittadini, come i buoni sentimenti, vanno coltivati. Il compito di auto-educazione è permanente: non finisce mai, finché dura la vita umana. Scriveva il filosofo tedesco Gottfried Wilhelm Leibniz (1646-1716) che l’essenza della religione è l’amor di Dio. Dove Dio è l’oggetto dell’amore umano; è ciò che si ricerca, ciò verso cui si tende, è l’ideale del quale vogliamo essere degni.

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