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Per una pena giusta e «altra» dal carcere

Salvatore Piromalli
Confronti, gennaio 2015

I richiami della Corte europea dei diritti dell’uomo impongono all’Italia di porre rimedio al dramma del sovraffollamento delle carceri, che rende la detenzione inumana e degradante. È importante proseguire nella strada – sperimentata con successo in tutta Europa – della ricerca di forme di pena alternative alla carcerazione.

La piena realizzazione della legge di riforma penitenziaria, che ha ormai quasi quarant’anni di vita (legge n. 354 del 1975), è un obiettivo ancora lontano dal suo compimento. E questo non soltanto per i periodici arretramenti rispetto ai principi sanciti da quella normativa, determinati da esigenze contingenti di natura politico-organizzativa, bensì per una ragione più profonda e resistente: la credenza – ormai dimostratasi del tutto illusoria e ampiamente smentita dai dati e dagli studi scientifici di settore – che il carcere sia la risposta più efficace contro la criminalità. Una superstizione sapientemente fomentata dalla demagogia politica e dai mass media, che contrasta clamorosamente con la realtà dei fatti. Sia le esperienze alternative alla carcerazione in ambito europeo, sia la più che positiva esperienza italiana di esecuzione della pena fuori dalle mura del carcere, sono diventati dati ineludibili, che sempre più impongono una radicale riflessione sul futuro del sistema penale e penitenziario e una decisa riconversione di risorse, energie e progetti, dal carcere alle pene alternative.

Il pluriverso dell’esecuzione penale conosce da tempo due ambiti distinti e complementari. Da una parte la pena detentiva, che mantiene la sua efficacia e irrinunciabilità per i reati più gravi, ma a cui occorrerebbe far ricorso come extrema ratio, per ragioni non solo economiche e di inefficacia, ma soprattutto per garantire l’umanità della pena e il pieno rispetto dei diritti umani dei condannati, in un carcere sempre più umiliante e sovraffollato: si pensi che la Corte europea dei diritti dell’uomo, con la sentenza Torregiani del gennaio 2013, ha imposto all’Italia l’adozione di misure severissime, per rimediare al problema del sovraffollamento e per evitare che la detenzione sottoponga i reclusi a trattamenti inumani e degradanti. Dall’altra parte, sempre più si è avvertita l’esigenza di puntare su una diversa forma di esecuzione della pena, attuata in ambiente libero e all’interno di vincoli e programmi specifici: si tratta delle misure alternative al carcere, che hanno inaugurato nel nostro Paese una modalità «altra» rispetto alla detenzione, una pena scontata sul territorio, attraverso forme di sinergia tra sistema penitenziario, servizi e collettività. Infatti, se è vero che al comportamento di chi ha infranto la legge deve corrispondere una qualche forma di sanzione, è altrettanto vero che la gestione di tale sistema di sanzioni non può non coinvolgere la società e il territorio, al fine di dare senso e contenuti alla finalità principale della pena, la rieducazione e la risocializzazione (articolo 27 della Costituzione). Occorre fare in modo che la pena sia occasione di una rimessa in questione di due soggetti: da una parte chi ha commesso il reato, dall’altra il contesto sociale nel suo complesso.

Una pena autenticamente ri-socializzante deve diventare, al contempo, percorso di responsabilizzazione e revisione critica per il singolo, e momento di rivalutazione autocritica delle regole sociali, delle responsabilità collettive e delle possibilità di ricostruzione del patto sociale infranto.

Le misure alternative al carcere e le altre forme di sanzioni sostitutive stanno trovando sempre più spazio nel nostro ordinamento: l’ultima innovazione in tal senso riguarda la «messa alla prova» prevista dalla recente legge n. 67 del 2014, che richiede all’imputato lo svolgimento di lavori di pubblica utilità e altre forme di riparazione e mediazione penale con la vittima, in cambio del fatto di evitare il processo penale e la condanna. Si tratta di orientare la sanzione sostitutiva e la pena alternativa verso il ristabilimento di una relazione tra il comportamento deviante del singolo e il sistema di inclusione/esclusione che la comunità ha saputo costruire, nella consapevolezza che, senza questa rinnovata relazionalità, la pena sarebbe solo momentanea e inefficace inabilitazione disciplinare del singolo, ma non inciderebbe su ragioni, cause e fattori criminogeni più profondi e radicati.

Per questo le sanzioni alternative al carcere stanno realizzando sul territorio nazionale una serie di micro-esperienze positive di ri-socializzazione, intesa come ritorno del singolo ad un contesto sociale più consapevole e più ospitale. I numeri di questa impresa ambiziosa e complessa sono assolutamente promettenti: al 30 novembre 2014, i soggetti che scontano la pena fuori dalla logica carceraria erano oltre 27mila, a fronte di 54mila detenuti, di cui 17mila stranieri. La percentuale di fallimento di questi percorsi alternativi è irrilevante, nonostante i pochi casi negativi vengano amplificati dai mass media in maniera gratuita e allarmistica. La costruzione dei programmi di risocializzazione e la loro concreta gestione è affidata agli Uepe, Uffici di esecuzione penale esterna presenti in ogni provincia, in cui lavorano sia operatori sociali che psicologi, in collaborazione costante con i servizi del territorio e con grandissimo impegno, nonostante la condizione di disagio dovuto all’insufficienza di mezzi, risorse e personale. I soggetti in misura alternativa sono al centro di interventi sociali complessi e articolati, orientati a interfacciare i bisogni e le esigenze del singolo con la magistratura di sorveglianza e con le risorse del contesto sociale, al fine di offrire occasioni di recupero e reinserimento a livello personale, familiare, lavorativo.

Sono numerosissime le storie di persone che, attraverso l’esperienza della pena alternativa al carcere, apprendono nuovamente a gestire i propri comportamenti all’interno di regole sociali condivise, ri-motivandosi al rispetto della legalità e trovando nuovamente la via di una ricostituzione del legame sociale che il reato aveva interrotto. Durante questo periodo, il singolo impara a gestire i propri bisogni, i propri interessi, i propri ruoli familiari, lavorativi e sociali, all’interno di una cornice che prevede vincoli e limitazioni della libertà personale, ma anche opportunità positive di sperimentarsi come soggetto responsabile, che risponde di sé e dei propri comportamenti, rimodulandoli anche attraverso lo svolgimento di attività gratuite che hanno come finalità la riparazione simbolica del danno arrecato alla collettività.

Questo sistema alternativo alla pena carceraria è una realtà consolidata e diffusa, che ci pone accanto agli altri paesi europei nella ricerca e attuazione di forme di penalità diverse dal carcere: esperienze che fanno della pena non un inutile e dannoso periodo di custodia punitiva, ma un tempo nuovamente aperto sull’avvenire, orientato a promuovere nei singoli e nelle comunità locali un nuovo senso di legalità, di partecipazione e condivisione della vita associata. Non è forse questo, infine, il punto di tangenza tra il vero interesse della società e l’autentica finalità del diritto, un diritto ispirato – pur senza mai poterla compiutamente realizzare – ad un’idea di giustizia sempre a venire?

Scriveva Emmanuel Lévinas: «La relazione con l’altro da sé, cioè la giustizia».

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