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La violenza, gli uomini, la politica delle donne

Alberto Leiss
www.libreriadelledonne.it

Con alcuni brevi interventi su Facebook ho contribuito a riaprire la discussione sul caso, emerso mesi fa, dell’uomo di Maschileplurale accusato di violenza psicologica.

In realtà il confronto, il conflitto e l’elaborazione non si sono mai chiusi. Se ne è avuta un’eco negli interventi di Marisa Guarneri, Sara Gandini, Laura Colombo e Claudio Vedovati (sul sito della Libreria delle donne di Milano), di Stefano Ciccone e di altri (sul sito di Maschileplurale). La rete di Mp ha affrontato la questione in due incontri nazionali, e un altro si terrà a breve.

Non tutto quello che è stato pensato, agito, scambiato, può avere un immediato riflesso esterno. Ma è giusto che quanto può essere considerato politicamente rilevante per tutti e tutte divenga oggetto di dibattito pubblico. E’ già avvenuto in diverse occasioni: in autunno ci sono stati convegni a Roma sul tema della violenza maschile in cui ne hanno parlato Marco Deriu (in una iniziativa organizzata da Mp con l’associazione Dire e le ricercatrici Le Nove) e Claudio Vedovati, in altra simile occasione. Io stesso mi sono riferito anche a questa esperienza discutendo nei giorni scorsi con Lea Melandri a Castelfranco Veneto, in un incontro pubblico sul rapporto tra amore e violenza.

Non a caso un dibattito voluto da un gruppo di “cittadini e cittadine per la pace”: una cosa che penso da tempo e che sto cercando di approfondire riguarda il nesso tra la violenza maschile contro le donne e la violenza che pervade le nostre società, e che nell’epoca della fine o della crisi del patriarcato va assumendo forme efferate e disumane, come vediamo in questi giorni. C’è solo da sperare – e agire – scommettendo sul fatto che sacrificare bambine per far esplodere bombe nei mercati, assassinare vignettisti, utilizzare droni e bombe “intelligenti” per esportare la democrazia, considerare l’abilità di uccidere il nemico una tecnica professionale come un’altra, possano essere le manifestazioni terminali di un “amore” moderno per la violenza e la guerra che – in questo concordo con Luisa Muraro – può essere fatto risalire alla prima guerra mondiale (evento, tra l’altro, con gli orrori che ne sono seguiti fino a oggi, genuinamente “occidentale”).

Ma torno al nocciolo del tema.

Una donna e un uomo. Prima di tutto: io non riesco a rimuovere la singolarità di un caso che coinvolge due persone. Il punto politico per me è intanto la relazione che vivo con loro. Conosco da anni l’uomo accusato. Ho letto le parole della donna, ascoltato la registrazione di un suo intervento molto drammatico, arrabbiato, sofferto. Che inevitabilmente chiamava in causa anche me. Non sarò in pace con me stesso finchè la donna non si sarà liberata della violenza subita e l’uomo non avrà elaborato la responsabilità di averla agita, se così effettivamente è stato. Non posso affermare che gli uomini molto spesso agiscono violenza senza rendersene conto, e in un caso che mi coinvolge fidarmi soltanto della mia stessa percezione di quanto è accaduto. Lo dico per me, e per qualunque altro uomo, a maggior ragione se si impegna pubblicamente contro la violenza. Ma c’è una soglia al di là della quale resta la scelta e la responsabilità personale. Alla quale nessuno può sostituirsi, tanto meno una rete informale di uomini e di gruppi di uomini, che ha anche uno strumento associativo, ma che non può erigersi a “tribunale”. Proprio per non ricadere, paradossalmente, nelle tipiche logiche di potere maschili.

Partire da sé. Queste logiche naturalmente sono dure a morire. Diecimila anni di patriarcato pesano, anche se non ci giustificano. Il confronto tra noi su questa vicenda, e il dibattito anche assai aspro che ha suscitato (le modalità delle discussioni in rete meritano poi un serio approfondimento, ma non lo faccio qui), ha aperto conflitti molto acuti. E un reciproco esame critico dei nostri pensieri, comportamenti, reazioni, ecc. Io la giudico, nonostante tanti e diversi limiti di ognuno, una ricerca sincera sul proprio rapporto con la violenza e sulla qualità delle relazioni personali e politiche tra uomini e con le donne, sui nostri vissuti. Sono emerse cosa più importante anche per combattere la violenza maschile. Conta anche una nuova qualità delle relazioni tra uomini, ed è qui che per me sta conficcato il tema del che fare nei confronti dei maschi che agiscono violenza, soprattutto quelli che riconoscono questo loro “problema”, e che affermano il desiderio di cambiare.

Per questo ho molto apprezzato che Sara Gandini e Claudio Vedovati siano intervenuti nel confronto valorizzando la loro relazione. Non mi sembra molto produttiva, però, una discussione sul fatto se “al centro” debbano restare le donne, o se ci sia il rischio che “al centro” tornino gli uomini. Così come temo sia controproducente insistere tanto sul concetto di “affidamento” all’autorità femminile. Al centro – se ci crediamo e lo desideriamo – io metterei la relazione. Concordo con questa osservazione di Stefano Ciccone. E nella relazione la ricerca di uno scambio che certo parte dal riconoscimento della differenza, delle asimmetrie, della propria parzialità, e del fatto che questa nuova pratica trae origine da una rivoluzione e da una invenzione politica delle donne e del femminismo, che sono all’origine del mio impegno e di quello di tanti altri uomini coinvolti in questa rete.

Molte cose fanno ostacolo. Da parte maschile probabilmente anche il fantasma della rivalsa femminile. Forse, io credo anche di più, quello del ritorno a una fusionalità materna? E tanto altro: la differenza del desiderio, del rapporto col corpo e con i corpi. Dei meccanismi di anche posizioni politiche differenti, che meritano – come stiamo facendo – di essere discusse. Temo però che si faccia ancora troppa fatica a distinguere tra conflitto e violenza, anche nelle relazioni tra noi, e questo produce dinamiche distruttive. Non nuovo pensiero e nuova pratica politica. E ci spinge all’autoreferenzialità. Saranno in ogni caso i fatti e i nostri comportamenti concreti più che tante, penso troppe, parole, a rispondere alle domande anche severe che ci vengono rivolte. E che per quanto mi riguarda considero prima di tutto uno stimolo e un riconoscimento.

Eros, alleanza, autorità. Partire da sé, certo. Ma per andare dove? Ciò che io desidero, e cerco di agire effettivamente, è andare in nuove relazioni personali e politiche con le donne, perché penso che solo da questa relazione possa nascere una alternativa alle dinamiche della politica e del potere definite dal patriarcato (poi forse bisognerebbe discutere anche delle relazioni tra patriarcato e questo mondo tecno-capitalistico globalizzato), e che questa sia la produzione di autorità e dei suoi nessi col potere (senza mai dimenticare che questa parola – autorità – nell’esperienza maschile e anche nel linguaggio comune è quasi sempre intesa come potere o come una funzione diretta del potere).

Credo esistano anche molte resistenze femminili. Che peraltro, dopo i famosi diecimila anni, mi sembrano del tutto comprensibili. Ma non si dovrebbe parlare anche di queste?

Nulla accadrà di vero e di forte se non ci sarà la spinta di eros, e diciamo pure dell’amore. Sospetto però che l’amore sia un po’ come la grazia per i cristiani: avviene, quando può e quando vuole. Imprevedibilmente. A volte poi se ne va. Dobbiamo imparare a riconoscerlo, afferrarlo, per vivere e immaginare una vita aperta e ricca dell’altra, dell’altro.

Ma proviamo anche a dotarci, con cura, delle buone maniere di una alleanza, dove la differenza, l’affetto e il conflitto possano convivere e sostenersi, nel gusto della conversazione. Dimostrando a noi stessi , agli altri uomini e alle altre donne che un altro mondo, un’altra civiltà, è possibile qui e ora, a partire da ognuno e ognuna.

E’ già successo qualcosa di simile nella storia. Penso ai salotti europei governati da donne molto intelligenti che hanno prodotto l’illuminismo. Siamo ancora qui a mitizzarlo come una delle poche cose buone della nostra civiltà. Ma quei signori, appena saliti al potere, pensarono bene di ghigliottinare la donna che aveva preso sul serio le parole inventate insieme sulla libertà, l’uguaglianza e la fratellanza universali. Magari le nostre amiche più sospettose non se lo sono ancora dimenticato.

1 comment

carla cantatore sabato, 24 Gennaio 2015 at 17:16

Mi cita Olympe e mi tocca corde sensibili. Ho apprezzato il suo articolo in molti degli spunti che porge e che condivido, in particolare quel brevissimo accenno alle resistenze femminili in cui da donna e da femminista mi imbatto molto più spesso di quanto vorrei. Prima o poi dovremmo affrontare il tema nella sua estrema delicatezza, dato che non riguarda solo la violenza ma tutta una visione dell’esistenza e delle relazioni che è estremamente variegata e parte da più sorgenti. Sì, dovremmo parlarne.

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