Home Europa e Mondo L’universalismo non è un pranzo di gala

L’universalismo non è un pranzo di gala

Luciana Castellina
www.ilmanifesto.it

stata bella la mani­fe­sta­zione di dome­nica a Parigi. Con­fesso che la prima, appena avve­nuto l’eccidio nella reda­zione di Char­lie Hebdo, mi aveva lasciata un po’ per­plessa: com­pren­si­bile, e posi­tivo, il biso­gno di ritro­varsi per rispon­dere col­let­ti­va­mente al tre­mendo omicidio.

E però mi era parsa una riaf­fer­ma­zione orgo­gliosa della supe­riore civiltà della Fran­cia, senza che affio­rasse almeno qual­che inter­ro­ga­tivo sul per­ché di tanto odio verso il nostro Occi­dente, sulle ragioni che hanno a tal punto inde­bo­lito l’egemonia del nostro modello di demo­cra­zia nel mondo.

Troppo facile dire che si è trat­tato di un mani­polo di esal­tati e cri­mi­nali – quali cer­ta­mente gli assas­sini di Parigi sono – senza tener in conto che essi non nascono per caso e dal nulla, ma sono il frutto di una crisi che sta desta­bi­liz­zando san­gui­no­sa­mente una larga parte del con­ti­nente afri­cano ed asia­tico, con sini­stra eco anche nelle nostre stesse città europee.

Il gran­dis­simo cor­teo di dome­nica, la par­te­ci­pa­zione com­mossa e con­vinta di fran­cesi e però fra loro diver­sis­simi per razza e reli­gione, così come quella — sia pure reto­rica e fal­sa­mente una­ni­mi­sta, ma non per que­sto sim­bo­li­ca­mente meno impor­tante – di tanti capi di stato, ha avuto un segno diverso. Per­ché è stato – così almeno mi è sem­brato – l’espressione di un biso­gno auten­tico di ritro­varsi in un comune sen­tire, di aspi­rare ad un uni­ver­sale sistema di valori.

E tut­ta­via inter­ro­garsi ancora è neces­sa­rio. Non sul ter­ro­ri­smo in sé, che è aber­rante e senza giu­sti­fi­ca­zioni, ma su un pro­blema più gene­rale che ci deve pre­oc­cu­pare al di là dei gesti dispe­rati come quello di cui è stato vit­tima Char­lie Hebdo. Parlo dell’«universale sistema di valori»: siamo dav­vero sicuri che l’identificazione in quello che noi occi­den­tali defi­niamo uni­ver­sa­li­smo coin­volga tutta l’umanità, o non dob­biamo pren­dere atto che i valori della Rivo­lu­zione Fran­cese sono stati troppo logo­rati dalla sto­ria reale per poter rac­co­gliere un’adesione una­nime? Colo­nia­li­smo, guerra, dise­gua­glianze, esclu­sioni pesano e non potrebbe essere che così.

Non per que­sto, natu­ral­mente, si tratta di rinun­ciare all’ipotesi di costruire un «comune» reale, rifu­gian­dosi in un pigro relativismo.

L’universalismo è stato l’aspirazione sia delle rivo­lu­zioni bor­ghesi che di quelle pro­le­ta­rie dei secoli scorsi.

E però ha finito per essere, come era ine­vi­ta­bile, la pre­tesa di codi­fi­care come uni­ver­sale la cul­tura, l’etica, la visione del mondo, i com­por­ta­menti sociali dei vin­ci­tori. Nel con­creto: dell’occidente capi­ta­li­sta demo­cra­tico. Che non è cosa – inten­dia­moci – da but­tar via, basti pen­sare alle dit­ta­ture di ogni genere. Ma che non può certo pre­ten­dere di rap­pre­sen­tare il solo modello di moder­nità pos­si­bile, il solo che possa defi­nirsi civiltà. Non foss’altro per­ché a deter­mi­nare tale modello è stata solo una mino­ranza dell’umanità. Tut­tora lar­ga­mente esclusa, anche per­ché esclusa dal potere di infor­ma­zione, visto che il 90 per cento delle noti­zie su quanto accade sono in mano ai media occidentali.

Il pro­blema di defi­nire l’universalismo non era così impor­tante fin quando ognuno viveva a casa sua. Il colo­nia­li­smo, certo, aveva già creato non pochi pro­blemi, cer­cando di imporre con la forza la cul­tura della metro­poli, ma l’ usur­pa­zione era delo­ca­liz­zata. Oggi, per effetto della glo­ba­liz­za­zione, la diver­sità non è più dislo­cata geo­gra­fi­ca­mente, l’incontriamo all’angolo della strada, al super­mar­ket, nella scuola dei nostri bam­bini, fra i vicini di casa. Per que­sto il tema è diven­tato così scot­tante e gestito da tutti, non solo dalla Legione Straniera.

E’ stato affron­tato in modi diversi nello stesso Occi­dente. La Fran­cia è stata più gene­rosa di altri paesi nell’accoglienza di coloro che erano por­ta­tori di diver­sità cul­tu­rali e reli­giose, per­ché ha aperto più degli altri le sue porte agli immi­grati. Ma a una con­di­zione: che accet­tas­sero di diven­tare fran­cesi fino in fondo, di essere inte­grati senza riserve nella Repub­blica. La vicenda del cha­dor dichia­rato ille­gale non è che un esempio.

Diverso l’approccio della Gran Bre­ta­gna, che ha con­cesso grande auto­no­mia nel pri­vato a chiun­que arri­vasse dall’Africa o dall’Asia, bastan­do­gli la disci­plina sul piano pub­blico. Non per libe­ra­lità, ma, come ebbe a dire con iro­nia il fon­da­tore dei post colo­nial stu­dies, Stuart Hull, per­ché raz­zi­sti­ca­mente con­vinti che tanto quei neri e quei gialli non sareb­bero mai stati capaci di diven­tare inglesi.

In epo­che più recenti i «buoni» hanno rico­no­sciuto il diritto alla diver­sità cul­tu­rale, e in pro­po­sito si è per­sino strap­pata, nel 2005, una Con­ven­zione dell’Unesco. In nome della quale si è pro­cla­mato il diritto per ogni comu­nità di pre­ser­vare la pro­pria cul­tura e di otte­nerne il rispetto. I nostri migliori sin­daci si sono ado­pe­rati a costruire moschee e cen­tri cul­tu­rali in cui ognuno potesse col­ti­vare per il pro­prio auto­con­sumo i pro­pri valori. (Mai però si sono impe­gnati a far sì che noi appren­des­simo almeno qual­che rudi­mento delle cul­ture di chi è venuto ad abi­tarci vicino!). Meglio che la pre­va­ri­ca­zione, o peg­gio l’oppressione e la per­se­cu­zione.
Ma un mondo arlec­chino, con ognuno chiuso nel pro­prio ghetto, rap­pre­senta la rinun­cia all’universalismo. Le cul­ture non sono sementi che vanno con­ser­vate in nome della bio­di­ver­sità, se non cam­biano, non si inne­stano reci­pro­ca­mente, per­dono il dina­mi­smo indi­spen­sa­bile alla loro fun­zione antro­po­lo­gica. Un rela­ti­vi­smo estremo non è tol­le­ranza, è sordità.

Io non credo si debba rinun­ciare all’obiettivo di costruire un comune sistema di valori, sia pure con­ser­vando la ric­chezza delle diver­sità. E allora non ser­vono i ghetti, sia pure imma­gi­nati come pro­te­zione, così come li vive il chiu­sis­simo e rigi­dis­simo comu­ni­ta­ri­smo ame­ri­cano. Edward Said, il grande intel­let­tuale pale­sti­nese, diceva: «Le cul­ture dell’altro sono pre­ziose per noi, per dina­miz­zare le nostre società. Non si tratta di tol­le­rarle, facendo del mul­ti­cul­tu­ra­li­smo un fetic­cio, ma di assu­merle come risorsa cri­tica di noi stessi».

Ecco, pro­prio que­sta frase di Said mi è venuta in mente in que­sta tra­gica occa­sione dell’eccidio di Parigi. Non voglio certo met­tere in discus­sione quanto in ter­mini di libertà indi­vi­duale abbiamo con­qui­stato con la rivo­lu­zione fran­cese, ma spin­gere a riflet­tere su aspetti della cul­tura araba e isla­mica – non ovvia­mente dell’Isis – che dovremmo assu­mere come utile cri­tica alla nostra cul­tura occi­den­tale. Penso alla cri­tica all’individualismo esa­spe­rato, ai diritti intesi come pre­ro­ga­tiva asso­luta dell’individuo, innan­zi­tutto. E alla com­pe­ti­ti­vità anche bru­tale eletta a rango di regola essen­ziale, tanto è vero che que­sto prin­ci­pio è iscritto negli arti­coli fon­danti del Trat­tato dell’Unione Euro­pea, cui sem­pre più si sacri­fica ogni forma di soli­da­ri­smo, sì da aver gene­rato la più mostruosa disu­gua­glianza mai cono­sciuta nella storia.

Non c’è forse mate­ria per riflet­tere anche auto­cri­ti­ca­mente sul «moderno» che abbiamo creato, anzi­ché riaf­fer­mare con fasti­diosa bal­danza la nostra supe­rio­rità, in nome di un canone occi­den­tale alta­mente fossilizzato?

La costru­zione di un uni­ver­sale comune, insomma, è obiet­tivo sto­rico da per­se­guire, ma nella con­sa­pe­vo­lezza che si tratta di un lungo e dif­fi­cile pro­cesso dia­lo­gico che potrà aver suc­cesso solo nella misura in cui tutti saranno stati posti in grado di con­tri­buire a defi­nirlo, per­ché dotati dello stesso potere di infor­ma­zione, di for­ma­zione, di conoscenze.

Attrez­zarsi a ren­dere que­sto pro­cesso pos­si­bile mi sem­bra il solo modo per evi­tare le osses­sioni pro­dotte dal con­tatto stretto fra cul­ture diverse che la glo­ba­liz­za­zione ha generato.

Non si tratta di un discorso teo­rico. Si tratta molto con­cre­ta­mente di ripen­sare alla cit­ta­di­nanza euro­pea, che non può più esser fon­data sulla comu­nità di san­gue ma non può nem­meno più esser fon­data sul solo legame col suolo. Le cul­ture sono infatti sem­pre più trans­na­zio­nali e il loro rap­porto col ter­ri­to­rio è sem­pre più sog­getto a tem­po­ra­lità. Den­tro l’Europa stessa e per chi viene da fuori. Il «noi» e il «voi», e i con­fini che lo defi­ni­vano, sono ormai rimessi in discus­sione. Pren­dendo atto delle pro­por­zioni ormai assunte dai pro­cessi migra­tori, e di come que­sti esi­ges­sero una ride­fi­ni­zione del para­digma di cit­ta­di­nanza, Jaques Attali, con­si­gliere di Mit­te­rand, diceva: «È il nomade il cit­ta­dino del futuro, non lo zap­pa­tore seden­ta­rio». E tenendo conto, per di più, che ogni cul­tura, in ogni parte del globo, è ormai attra­ver­sata da un immenso pro­cesso di rie­same, auto­de­fi­ni­zione, autoa­na­lisi, in rela­zione al pre­sente e al pas­sato. Blin­dare l’immaginario den­tro con­fini sta­bi­liti appare sem­pre più eser­ci­zio degno di Salvini.

Non è facile, né ci si può accon­ten­tare del ten­ta­tivo uni­fi­ca­tore della potenza ege­mone, così come del super­fi­ciale «demo­cra­tico sguardo cosmo­po­lita» mitiz­zato da Ulrich Beck. La diver­sità cul­tu­rale non è un ter­mine indo­lore, non ci parla di «varietà» ma di con­trad­di­zioni dure; e di conflitti.

Per que­sto costruire un uni­ver­sa­li­smo vero non è un pranzo di gala. Anche solo per rag­giun­gere la defi­ni­zione che ne dava Fran­ce­sco De Mar­tino in «Fine del mondo»: «Quel fondo uni­ver­sal­mente umano in cui il pro­prio e l’alieno sono sop­pressi come due pos­si­bi­lità sto­ri­che di essere uomo».

Un opu­scolo che con­te­neva saggi e pro­po­ste su que­sto tema, redatto nel 2006 da Kevin Robins, un fun­zio­na­rio del Con­si­glio d’Europa (sem­pre assai più corag­gioso dell’Unione Euro­pea, anche per­ché l’organismo non ha poteri deli­be­ranti), con­clu­deva con scet­ti­ci­smo: «Tutto que­sto non sarà facile da parte di governi che suo­nano la tromba per esal­tare le virtù della glo­ba­liz­za­zione e della diver­sità, ma che poi blin­dano le fron­tiere dei loro paesi e raf­for­zano le misure di vigi­lanza con­tro l’ingresso dei migranti».

Esat­ta­mente quanto si sono affret­tati a deci­dere i mini­stri euro­pei nel corso stesso della mani­fe­sta­zione di Parigi (una volta tanto non da quelli ita­liani). La sicu­rezza con­tro il ter­ro­ri­smo va bene, ma se si pensa che saremo sicuri gra­zie a droni, truppe d’assalto e migranti che affo­gano nel Medi­ter­ra­neo, anzi­ché affi­darci alla poli­tica, non andremo lontano.

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“Je suis Charlie”: rispettiamo tutte le credenze, ma non costringeteci all’idolatria

Lidia Ravera
www.huffingtonpost.it

“Je suis Charlie” è scritto su tutte le vetrine di tutti i negozi di Parigi, oggi la città, compattamente, andrà alla manifestazione. Con tutti i capi di Stato. Abū Māzen e Netanyahu. Le commesse di Agnès B. Teresa che vive a Parigi da 40 anni e si ricorda della guerra, perché è nata negli Anni Trenta. La portinaia del palazzo e la gallerista che abita l’attico. Gente di destra e di sinistra. Gente che non vota più. Gente che non ha mai votato. Gente che odia gli arabi e arabi. Gente che rispetta Maometto, gente che lo adora e gente che non lo conosce e gente che immagina di conoscerlo e non lo accetta. Ci sarà di tutto, oggi, da Place de la République a Place de la Nation. Sarà la manifestazione più numerosa e più trasversale del dopoguerra.

Non sarà una manifestazione per o contro. Sarà una manifestazione di adesione. Di identificazione. Milioni di persone si identificheranno con un piccolo foglio satirico, laico, libero. Una pubblicazione che fa parte della storia della sinistra, nata e cresciuta nel Paese a cui dobbiamo la rivoluzione illuminista.

Quella che ha rotto con lo strapotere simbolico della divinità, della religione. Dire “je suis Charlie”, oggi, vuol dire: noi rispettiamo tutte le credenze, ma non costringeteci all’idolatria. Dire “je suis Charlie” ha un peso specifico. Non soltanto pietà per le vittime, non soltanto rifiuto dell’odio dell’intransigenza della violenza. Dire “Je suis Charlie” vuol dire credere nel dubbio, nell’ironia, nella dialettica. Nel libero esercizio del giudizio, del pensiero.

Se tutte le persone che saranno in piazza oggi saranno veramente “Charlie”, avremo fatto un salto di qualità.
E il sacrificio di redattori, disegnatori, della psicanalista Elsa, dei poliziotti, dei collaboratori di un piccolo giornale non sarà stato inutile.

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