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“Isolanotte”: le poesie di Edda Billi uscite dal silenzio di C.Guidi

Carla Guidi
www.womenews.net

Edda Billi, Isolanotte, Iacobelli editore, Roma 2014, pagg. 80

Ho incontrato Edda il 24 novembre scorso su ponte Mazzini, si portavano fiori da lanciare nel Tevere in occasione della riunione in onore di Carla Capponi, medaglia d’oro al valore militare (le cui ceneri sono state disperse nel Tevere, a seguito del rifiuto del cimitero acattolico di accoglierle) nella riunione organizzata da Noi donne delle UDI romane Monteverde e La Goccia, per ricordare lei e le tante donne romane che hanno reso possibile la Liberazione dal nazifascismo.

In quella occasione Edda mi aveva comunicato ed invitato alla presentazione del suo libro di poesie che per me è stato una rivelazione. Mi ha anche confidato che il titolo Isolanotte le è stato ispirato dal romanzo di Djuna Barnes Nightwood (tradotto in italiano Bosco di notte, Foresta di notte, Bosco notturno e da ultimo La foresta della notte). Interessante citazione di una scrittrice statunitense, figura di spicco del linguaggio modernista inglese e dell’ambiente bohèmienne parigino il cui romanzo, con l’introduzione di T.S. Eliot, è poi diventato addirittura un libro di culto.

Il libro di poesie di Edda Billi invece inizia con la prefazione di Bianca Maria Pomeranzi dal titolo Edda che cercava quadrifogli e si conclude con la postfazione di Maria Clelia Cardona. Il coraggio delle emozioni. Anche mia madre, quasi della stessa generazione della sua, cercava incaponita quadrifogli nel prato, non li trovò mai e non ho mai capito perchè continuasse a cercarli. Più tardi, quando compresi qualcosa del simbolismo dei numeri, pensai che cercare un quadrifoglio in mezzo ai trifogli era impresa assai ardua, ma forse non impossibile. La famosa Trinità di divinità maschili aveva un quarto femminile nascosto, per reggere il mondo in modo più equilibrato, da qui la fortuna dell’eventuale ritrovamento.

Femminismo romano e non solo, da allora molte cose sono cambiate, ma l’ombra dell’oscurantismo è ancora presente, aggiungo che non si può prescindere dalla storia della persona che scrive queste poesie, anche se queste composizioni aderiscono naturalmente alla sensibilità di chi legge, come nel dantesco – “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende” – Non cito a caso Dante, Edda è nata in Maremma, terra di anarchia e di contadini che conoscevano a memoria tutta la Divina Commedia, terra di sfide, come quelle di quei Butteri che umiliarono Buffalo Bill e delle disfide della cultura dell’oralità in ottava rima, ma anche terra selvaggia e malarica, di introversione, di silenzi e di morte.

Nei suoi scritti si respira però soprattutto la Terra ed il Mare che ancora sopravvivono in Toscana, i profumi incrociati del Maestrale, della Macchia mediterranea e delle Alpi Apuane, l’alito di animali non del tutto domestici che corrono alla ricerca di una libertà perduta, il lupo, la cavalla, la capra, le oche … il frusciare di api ronzanti, di fiori ed erbe aromatiche, buone non solo per gli arrosti, si ode lo scorrere delle acque, le acque dolci dei fiumi e degli umori sotterranei, dei laghi e quelle del mare dove palpitano meduse …

Sono moti dell’anima, come lei li definisce, non esenti da disperazioni ma lanciate lontano, in nome della vita che continua a pulsare:
– “Andavo fiera /dei miei verdi mocassini/ io camminavo sopra/ quelle spiagge/che inghiottivano/ il mare/ e lasciavo che rabbie e tramonti/ confondessero il cielo”.
Poi ancora …
– “Mi accade d’esser viva/ quando non so/ dell’acqua che scorre il senso/ e della pioggia il verso”
Tutto questo finché non si conosce il proprio limite o addirittura il desiderio dell’auto-annullamento che la vita ci propone, allora conviene fermarsi ed assaporare ciò che di buono abbiamo fatto e dato:
– “Perchè c’è un angolo/ di strada/ che non ho mai oltrepassato/ Mi sono sempre fermata/ prima/ a mangiare un gelato/ alla crema”.

Sono poesie da meditazione, da non leggere in fretta e di fatto non riassumibili che per accenni, ognuna ha una storia al proprio interno che ha bisogno di tempo e di silenzio, in un’epoca che distrugge tutto con una velocità imposta e crudele, che cancella anche la memoria:
-“Mitigato dal respiro/ delle canne/il canale arrugginisce/ pesci e memorie/ mentre passa un vapore/ conchiglie non se ne/ trovano più/ se non di quelle/ uscite/ dagli abissi delle discariche”
– “Gli animali superstiti, metafore di crudeltà umane, fanno da cassa di risonanza ad un mondo contadino perduto – Spaventate sulle scale/ della casa colonica/ codazzo d’oche vocianti/ aprono portoni/ borchiati/ affaticate/ dopo le corse sui campi/ inseguite dai lupi/ che la luna incattivisce”

Il libro contiene anche negli Haiku, l’essenzialità dell’essenzialità musicale che esplicita anche maggiore sensualità:
– “gatta randagia/ lungo bordi di fiume/ calze amaranto”
– “gira la giostra/ mi tieni prigioniera/ anche se volo”
– “suora suorina/ suonava la campana/ e mi baciava”

Ma si esplicita sempre un legame profondo con la Natura, oggi quasi perduto, l’origine di ogni gioia e di ogni vitale pulsazione che ci colleghi gli uni agli altri, le une alle altre nella particolare sorellanza che Edda ha sempre praticato, senza rancori o invidie che da sempre dividono le donne, ma generosamente, spendendo la maggior parte degli anni della sua vita per la Causa, una causalità che ancora oggi ha bisogno di rinnovate energie positive.

Edda ha amato le donne e le ama, non solo per una sua particolare scelta sessuale, ma per la loro essenza più profonda, diventando lei un punto di riferimento per molte di loro negli anni terribili della paura e della lotta ed anche ora. Le donne hanno ancora un profondo bisogno di amarsi, di credere in se stesse, di identità culturale, le donne che da sempre, utile ripeterlo, hanno fatto e fanno da tessuto connettivo che ha tenuto insieme la società ed i gruppi umani, occupandosi della pietanza e della cura, della nascita e della morte, che adesso non vogliono essere costrette ad imitare modelli aberranti contro l’uomo od in sottomissione ad esso, ma vogliono creare una società più equilibrata dopo millenni di violenze, attraverso il dialogo tra sessi che non sono poi così diversi, come diceva il buon Wilhelm Reich, uno dei più contestati allievi di Freud, che identificò la famiglia (oggi anche i media) come istituzione privilegiata per la repressione sessuale e per la diffusione della “peste emozionale”.

Come dice Bianca Maria Pomeranzi, in una prefazione che riprende i passaggi fondamentali di una vita di politica e di impegno – “… vorrei che le sue poesie venissero lette alla luce di quel femminismo che sembra tornato a essere quasi indicibile per la sua irriducibilità alle ‘tristi’ dimensioni cui lo si vuole contenere ai nostri giorni…” o come dice Maria Clelia Cardona – “… Un libro dunque che ci trasmette il coraggio delle emozioni, e una visione delle cose non edulcorata, ma nemmeno stremata dai corrosivi della disperazione …”

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