Home Europa e Mondo La fede, gli interessi e i silenzi. Boko Haram, chiavi di lettura di G.Petrucci

La fede, gli interessi e i silenzi. Boko Haram, chiavi di lettura di G.Petrucci

Giampaolo Petrucci
Adista Notizie n. 3 del 24/01/2015

Nei giorni in cui il fondamentalismo islamico lanciava la sfida al cuore dell’Occidente, con gli omicidi alla redazione di Charlie Hebdo e al supermercato kosher a Parigi (v. notizia precedente), e il mondo “democratico” preparava il cordoglio mediatico globale in pompa magna, in un piccolo fazzoletto di terra africana si consumava uno dei più feroci massacri degli ultimi anni di storia del continente nero. Secondo voci non ufficiali ma ben accreditate, come Amnesty International e Bbc, sarebbero state oltre 2mila le vittime dell’offensiva lanciata a partire dal 3 gennaio scorso da Boko Haram nella zona di Baga, dove il gruppo fondamentalista ha occupato un’importante base militare, avamposto di una task force multinazionale africana nella regione. La recrudescenza dell’attività terroristica arriva ad un mese dalle elezioni presidenziali del 14 febbraio, nelle quali si ricandiderà l’attuale presidente cristiano Goodluck Jonathan, al potere dal 2010 ma considerato politicamente incapace di adottare strategie credibili di contrasto al terrorismo – a causa anche di un esercito disorganizzato, sottopagato, corrotto e mal equipaggiato – e di controllare il territorio per scongiurare le conclamate collusioni tra amministrazioni locali e terroristi.

Boko Haram – locuzione hausa che significa “l’educazione occidentale è peccato” – ha iniziato gli attacchi nello Stato di Borno (nordest della Nigeria) nel 2009, ma con la recente intensificazione del conflitto aspira, confidando anche nell’affiliazione allo Stato Islamico, alla destabilizzazione di uno dei Paesi più ricchi di petrolio al mondo, nonché alla costituzione di un grande Califfato oltre i confini con Camerun, Ciad e Niger, capace di espandersi in tutta l’Africa occidentale musulmana, già ampiamente scossa dall’avanzata dei movimenti jihadisti nella regione del Sahel. Nel solo 2014, Boko Haram ha massacrato oltre 10mila civili e ha provocato la fuga di oltre un milione e 700mila persone. Dopo le misure di sicurezza adottate dalle forze di sicurezza nigeriane nei mercati e nelle piazze del nord, i fondamentalisti hanno cambiato strategia d’attacco, costringendo bambine e giovani ragazze poco più che adolescenti a farsi esplodere in luoghi particolarmente affollati di civili. Proprio l’indicibile orrore suscitato dagli ultimi attentati condotti a Maiduguri e Potiskum con questo modus operandi ha finalmente richiamato la sonnolenta indignazione dei media e delle istituzioni internazionali sul dramma nigeriano.

Vittime di serie B

«Penso alla grande manifestazione di Parigi e auspico anche qui una grande marcia di unità nazionale che superi le divisioni politiche, etniche e religiose. Dobbiamo dire no alla violenza e trovare una soluzione ai problemi che affliggono la Nigeria», ha commentato all’agenzia Fides mons. Ignatius Ayau Kaigama (arcivescovo nigeriano di Jos), che in più occasioni ha criticato la comunità internazionale per la scarsa attenzione riservata alla questione nigeriana, definendo di fatto «vittime di serie A – quelle europee – e vittime di serie B» quelle africane.

Dello stesso parere l’arcivescovo di Agrigento – che sarà fatto cardinale nel prossimo Concistoro di febbraio (v. Adista Notizie n. 2/15) – Francesco Montenegro, intervenuto a margine della presentazione della Giornata internazionale del Migrante del 18 gennaio. «Ogni morto dovrebbe far pensare», ha dichiarato l’arcivescovo. «È strano che solo Parigi sia diventata il centro del mondo. Il giorno dopo si doveva andare, invece, tutti in Africa perché 2mila persone hanno subìto la stessa violenza di Parigi, ma ancora una volta abbiamo diviso il mondo nella sofferenza: noi quelli di serie A, messi tutti insieme a dire non è giusto, mentre i 2mila morti della Nigeria non li abbiamo visti, sono morti di serie B» (Redattore Sociale, 13/1).

Non chiamatela religione…

In una “Dichiarazione sugli attacchi in Nigeria” del 12 gennaio il Consiglio Ecumenico delle Chiese (Wcc) ha sottolineato l’assurdità di una copertura religiosa di certe nefandezze: «Una mentalità che concepisce i bambini come bombe e che massacra indiscriminatamente donne, bambini e anziani è al di là dall’indignazione, e si squalifica da ogni possibile pretesa di giustificazione religiosa». Il Wcc ha poi espresso «profonda delusione per la discriminatoria mancanza di copertura mediatica internazionale» che la crisi nigeriana necessita e ha chiesto, da un lato, l’intervento deciso del governo locale e, dall’altro, un adeguato contributo di solidarietà da parte della comunità internazionale.

La Rete NoWar ha sottolineato, in un comunicato del 12 gennaio a margine della visita alla viceambasciatrice nigeriana in Italia, Martina Gereng-Sen, che il terrorismo «non ha nulla a che vedere con l’islam», e lo dimostra il fatto che la stragrande maggioranza delle vittime del terrore «appartiene ai popoli non occidentali» ed è principalmente musulmana. «Negli stessi giorni della strage a Parigi, massacri da parte di milizie terroriste sono stati compiuti in Nigeria, Libia, Iraq, Yemen, Siria». Nel comunicato, la Rete NoWar chiede «ai media e all’opinione pubblica di riservare loro lo stesso dolore e rispetto che tutti dimostrano alle vittime di Parigi», denunciando infine che diversi «Paesi della Nato (fra i quali l’Italia) e monarchie del Golfo, anche negli ultimi anni, hanno foraggiato, formato, finanziato la crescita di diversi gruppi terroristici».

Che Boko Haram cerchi una copertura religiosa di finalità non manifeste è parere anche del direttore del mensile dei comboniani Nigrizia, p. Efrem Tresoldi, in un’intervista del 12 gennaio a Radio Vaticana. «Questo terrorismo cosiddetto islamico sta prendendo di mira non soltanto i cristiani, ma ancora di più le stesse comunità musulmane del nord del Paese. È una campagna che va contro, direi, proprio i principi dell’umanità e quindi non ha niente a che fare con la religione: questi sono criminali, che però hanno sostegno, come sappiamo, anche all’interno dello Stato» e «finanziamenti anche dall’estero».

In un’approfondita analisi pubblicata il 9 gennaio dal Sir, p. Giulio Albanese (comboniano, fondatore dell’agenzia missionaria Misna e collaboratore di numerose testate) ha denunciato i silenzi occidentali, definendo le vittime di Baga «figlie di un dio minore». Ha poi parlato di Boko Haram come di un movimento che «strumentalizza» la religione per finalità politiche: la situazione, sottolinea, è degenerata dopo la vittoria elettorale di Goodluck Jonathan nel 2010, «affatto gradita dalle oligarchie settentrionali del Paese, di fede islamica, che hanno visto, per così dire, ridimensionato il loro peso politico. Jonathan, infatti, appartiene all’etnia Ijaw, minoritaria a livello nazionale e di tradizione cristiana, ma che rappresenta la maggioranza della popolazione nella regione del Delta del Niger, ricchissima di petrolio e sotto il controllo delle multinazionali straniere. In questo contesto, il fattore religioso si sovrappone ad una competizione per il potere che rischia, di questo passo, di spaccare in due la Nigeria». «Le ragioni dell’accresciuta attività terroristica – ha scritto ancora Albanese – vanno rintracciate, almeno in parte, nei rapporti che i Boko Haram hanno stretto, nel corso degli ultimi anni, con politici locali e membri delle forze di sicurezza originari del nord, interessati alla radicalizzazione del conflitto, al fine di rendere la Nigeria ingovernabile».

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