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L’unità dei cristiani: utopia o possibilità? di L.Sandri

Luigi Sandri

Da quasi cento anni, dal 18 al 25 gennaio si celebra nel mondo la “Settimana di preghiere per l’unità dei cristiani”: un appuntamento che ha subìto variazioni, e si è rafforzato – in casa cattolica – con l’input lanciato dal Vaticano II, Concilio del quale, nel dicembre prossimo, si celebrerà il cinquantesimo dalla conclusione.

Il Cristianesimo ha subìto, nella storia, quattro maggiori lacerazioni, non più rimarginate:

1/ nel Concilio di Calcedonia (451) latini e bizantini insieme proclamarono una definizione del mistero di Cristo che fu rifiutata da armeni, siri e copti; da allora le Antiche Chiese Orientali non sono in comunione né con Roma né con Costantinopoli;

2/ nel 1054 Roma e Costantinopoli si scomunicarono reciprocamente, e i Concili di Lione II (1274) e Firenze (1439) riuscirono a raggiungere una pacificazione che, però, svanì quasi subito, e così tornò lo stato di scisma;

3/ nel 1517 iniziò la “protesta” di Martin Lutero contro la Roma papale, che perciò lo scomunicò. I tentativi di ricomposizione del contrasto fallirono, e così il Concilio di Trento (1545-63) sancì la definitiva rottura tra Controriforma e Riforma. Per 450 anni tra le due Parti regnò il gelo.

4/ Nel 1533 si acuì il contrasto tra la monarchia inglese e il papato che infine sfociò nella separazione della Chiesa d’Inghilterra da Roma.

Nel 1948 è nato il Consiglio ecumenico delle Chiese, un “luogo” che intende favorire la loro riconciliazione; e l’unità dei cristiani fu uno degli scopi che il Vaticano II, voluto da Giovanni XXIII, sperava di potentemente favorire.

Negli ultimi cinquant’anni molteplici dialoghi, bilaterali e multilaterali, hanno creato un clima di buon vicinato tra le Chiese divise, e certi nodi che le dividevano, e un tempo insuperabili, sono stati risolti. Ma, altri, sono rimasti ingarbugliati.

Se si guarda al mondo cristiano nell’insieme (quasi due miliardi di persone, appartenenti a centinaia di Chiese) si constata che, oggi, esso è diviso al suo interno – tra Chiesa e Chiesa, o anche all’interno della stessa Chiesa – dalla valutazione del rapporto con la modernità e sull’ammissione dei ministeri femminili. Invece il problema che divide la Chiesa cattolica romana dalle altre Chiese è, anzitutto, quello del papato.

Due esempi. La Comunione anglicana è lacerata al suo interno dalla valutazione delle unioni omosessuali e sulla possibilità della donna-vescovo: due ipotesi viste con favore dalla maggior parte delle Chiese anglicane del Nord, ma assolutamente respinte da quelle del Sud, che ritengono di poter fondare sulla Bibbia il loro granitico e duplice “no”. D’altronde il “sì” turba la Chiesa di Roma che, sulle due questioni, ufficialmente la pensa come gli anglicani “conservatori”.

Dal Vaticano II in poi (il 7 dicembre 1965 di Roma e Costantinopoli “cancellarono” reciprocamente le scomuniche del 1054!) i rapporti tra la Chiesa cattolica e l’Ortodossia sono molto migliorati, ed è diventato normale che i loro capi si visitino fraternamente. Tuttavia il nodo di fondo che contrappone le due Parti – il papato – rimane teologicamente irrisolto e, su questo punto si è incagliata la commissione mista cattolico-ortodossa anche nella sua ultima riunione, ad Amman, in settembre. Ma all’interno stesso dell’Ortodossia, che pure ha deciso di celebrare un Concilio panortodosso, nel 2016, ad Istanbul, molti sono i contrasti tra i patriarcati di Costantinopoli e di Mosca.

A livello istituzionale, dunque, la situazione non è rosea. Diverso il discorso alla base: perché nel mondo cristiano fedeli di Chiese teologicamente e storicamente contrapposte Chiese spesso lavorano insieme, impegnati nel mondo per la giustizia, la pace e salvaguardia del creato. La preghiera, nell’attuale “Settimana”, potrebbe dunque implorare dal Cielo che, oltrepassando le inimicizie ereditate dal passato, i cristiani, uniti nella diversità, sappiano spendersi per contribuire, senza pretese di primogenitura, a sanare le ferite del pianeta.

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