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Europa a lumi spenti di C.Paravati

Claudio Paravati
www.confronti.net

L’islamofobia sta crescendo in tutta l’Europa. Ne è un esempio – purtroppo non l’unico – il movimento Pegida, nato in Germania e ora esteso ad altri paesi del Continente. L’Europa dei lumi spegne le luci. Ma, dopo ciò che è successo in Francia, l’Europa deve accendere le luci per vederci chiaro e ragionare. Per farlo è indispensabile provare a uscire dal panico, che blocca e non permette di ragionare, portando ad azioni inconsulte e azzardate.

«Licht aus – Luci spente» a Dresda, per spegnere i riflettori sulle migliaia di persone che marciano contro la presunta islamizzazione dell’Occidente. Per l’occasione il movimento Pegida (Patrioti europei contro l’islamizzazione dell’Occidente) ha rispolverato il termine Abendland, per definire l’Occidente, al posto di Westen. Scelta terminologica tutt’altro che secondaria, dato che rimanda a quell’Europa pre-bellica, figlia del grande rinascimento teutonico, dei Goethe, Schiller, Kant sino a Spengler, autore del «Tramonto dell’Occidente» (Abendland per l’appunto). «Westen» è il nome invece del patto atlantico, della stagione di un blocco di mondo contro un altro, durante la Guerra Fredda. Abendland è la terra del tramonto (dove tramonta il sole), del chiaroscuro, del passaggio alla vecchiaia in vista, si sperava, di una rinascita. Hölderlin, il poeta, ricorda: «dove il pericolo cresce, cresce anche ciò che salva». Un mondo sepolto, richiamato da Pegida in parole chiave, slogan, motti, che di quel mondo ne fanno caricatura.

«Licht aus» è stata la risposta della Germania a tutto ciò: spegnere le luci delle chiese, delle strade e dei centri storici, per prendere distanza dalla marcia di chi vuole difendersi dall’«invasione», facendolo a colpi di «la Germania ai tedeschi» e issando croci cristiane dipinte di rosso, nero e giallo. L’Europa dei lumi spegne le luci.

Nel frattempo la luce è stata spenta nella terra nativa di quei lumi, nella patria di Rousseau e Voltaire. In pieno giorno, alla luce del sole, si è svolto l’omicidio che – raggiungendo l’obiettivo – ha scosso nel profondo le coscienze del vecchio continente. Mai nella stagione del terrorismo un attacco in terra europea è stato tanto doloroso, per le modalità con le quali è stato perpetrato. È la stessa paura di quando hanno fatto effrazione a casa nostra, dove siamo abituati a trovar la pace degli affetti familiari. È la paura di non avere più un luogo sicuro. «Dove il pericolo cresce, cresce anche ciò che salva».

Dopo il trauma, fiumi di parole. Difficile prendere la parola. Analisi contrapposte danno colpa agli uni o agli altri. Si creano schieramenti e fazioni, non c’è ancora spazio per ragionare con calma. Come poterlo fare, d’altra parte, di fronte a tale orrore? C’è da comprenderlo, eccome. Purtroppo se la paura innesca l’attenzione, istinto di sopravvivenza, il panico è diverso: blocca, non permette di ragionare, porta ad azioni inconsulte. E nel panico si fanno scelte azzardate, si sragiona. L’Europa dei lumi deve accendere le luci, per vederci chiaro e ragionare.

Si è cominciato a farlo. C’è chi ha immediatamente posto la questione sulla libertà di espressione, difesa senza se e senza ma. Peccato che l’argomentazione sia stata immediatamente strumentalizzata da chi «senza se e senza ma» vuole trattare – spesso in senso restrittivo, conservatore e talvolta razzistico – tutta un’altra serie di temi, in particolare quelli che hanno a che fare con i diritti delle persone. C’è chi ha difeso la libertà di espressione, ma con riserva: la libertà ha dei limiti. Argomentazione non esente da rischi, quali sarebbero e chi porrebbe tali limiti? C’è inoltre chi ha sommessamente provato a ragionare sul fatto che se la libertà «non ha limiti», al contempo non ha limiti neanche la tipologia di coscienza che le persone hanno. E quindi laddove ci sono dei conflitti accesi, e nel mondo ce ne sono tanti, si ha sì la libertà, ma si hanno anche, purtroppo, coscienze fragili e ideologizzabili altrettanto «libere di impazzire». Creando danni e azioni barbare e spaventose.

C’è chi parla di «guerra», forse mondiale; chi dice che se la sono cercata. Chi vuole chiudere le frontiere, e chi argomenta che l’islam è semplicemente incompatibile, teologicamente e storicamente, con ogni forma di società aperta e democratica. C’è infine chi dice che è semplicemente colpa dell’Occidente e della sua azione coloniale, politica, economica, imperialista; e chi dice che è colpa dell’islam (si noti: un miliardo e mezzo di persone nel mondo, quindi?).

E ancora c’è chi pretende che ora scendano tutti in piazza (i musulmani). Ma «i musulmani» non sono un partito. Sono una comunità eterogenea. Sono «anche» persone che vivono nel timore di risultare «in eccesso» nella società che li accoglie. Sono «anche» persone che credono che in fondo il Profeta non si debba prendere in giro in quel modo, e che anche se loro stessi violenti non sono, non sentono di dover dire «Je suis Charlie». Sono infine persone che poche ore dopo l’attentato erano sotto l’ambasciata francese a Roma, con una candela accesa in segno di solidarietà. Sono esattamente come i cristiani, gli italiani, come ogni comunità umana. Ci piacerebbe che fossero tutti «in un modo solo», ma trattasi di un’astrazione irragionevole, che non tiene conto della pluralità dell’umano.

Per fortuna c’è l’organizzazione sociale, e la politica. Non importa quanti italiani credono che sia meglio pagare senza fattura: la nostra legge prevede che si debbano pagare le tasse, per il bene di tutti. Non importa quante opinioni ci siano, e che ognuno abbia introiettato nella propria coscienza una convinzione. L’importante è che ci sia la politica e che normi i diritti e i doveri, che governi con l’esercizio di una forza, l’unica legittima, e che le altre forme di violenza siano illegittime. Urge politica.

Tutto questo è l’apporto dell’Europa, terra al tramonto e sempre sul punto di rinascere. È il momento di riaccendere di nuovo le luci, e fare un salto di qualità della politica. Quell’azione, quell’arte del vivere che permette di vivere. Per farlo deve uscire dal panico. Deve non essere più né terra del tramonto né «Westen» (contrapposto all’Osten – l’Oriente). Deve uscire dal panico e maturare la propria identità. L’identità cresce anche sulla contrapposizione: ma contro chi? Contro una religione? Contro un colore della pelle? Contro un’altra civiltà? Non è il momento di una terra di alleanze invece che una terra di guerre perpetue?

Bisogna riconoscere bene come si crea la propria identità. La risposta è proprio lì davanti agli occhi. Bisogna ergersi contro chi sta creando una nuova ideologia che ha dichiarato guerra a chiunque non sia «sé». Ha dichiarato guerra a musulmani, cristiani, ebrei, ezidi… Colpisce in Europa con la tecnica del terrore, della cellula addestrata e che conosce il territorio (sono cittadini francesi), mentre in Medio Oriente e in Africa colpisce sterminando città e villaggi. L’Europa deve guardare in faccia questa ideologia per riconoscerla, comprenderla, decifrarla e combatterla.

Come fare per mancare clamorosamente l’obiettivo? Semplice: sbagliare la diagnosi. Ovvero compattarsi (in maniera populistica) contro il nemico sbagliato: per esempio contro i musulmani «tout court». Oppure abbandonandosi alla paura, ritraendosi, chiudendo le frontiere. O, ancora, mettendo a repentaglio secoli di storia abbassando la soglia della convivenza, creando società cupe, impaurite, nelle quali ci si sente improvvisamente in pericolo.

La pace è una possibilità, raggiunta col sacrificio di generazioni e anche attraverso eccidi ingiustificabili. L’Europa non può ora dimenticare tutto ciò e ripercorrere strade sbagliate. Deve alzare la testa e consolidare la propria politica, consapevole che la pace, se non la potrà vivere, ebbene la cercherà per tutto il tempo necessario, senza stravolgere la propria identità rischiano di diventare – questa volta sì – terra del tramonto; la terra dei lumi ma, ancora una volta come fu allora, spenti.

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