Home Politica e Società Il capo non si mette in discussione! di D.Accolla

Il capo non si mette in discussione! di D.Accolla

Dario Accolla
www.italialaica.it

Nel film Django Unchained di Quentin Tarantino c’è il personaggio di Stephen, il servo che tradisce regolarmente gli altri neri come lui pur di compiacere il padrone bianco e schiavista. Sarà egli a creare non pochi problemi al protagonista del film, proprio per questa forma malata di fedeltà per il proprio carnefice. Si fa questa premessa per via di un atteggiamento diffuso proprio tra alcuni appartenenti alla comunità LGBT e vicini ai partiti di governo, in particolare il Pd: una sudditanza culturale che li porta a giustificare storture e nefandezze perpetrate dal partito per cui militano (o per cui simpatizzano) a discapito della loro dignità, con conseguenze che poi ricadono sulla comunità intera.

È notizia che il governo intenda presentare propri emendamenti al testo Cirinnà sulle unioni civili. Nell’esecutivo però c’è il Nuovo Centrodestra, partito che tenta di accreditarsi come “nuova” forza filo-confessionale e che, per questa ragione, cerca di limitare la piena equiparazione tra coppie sposate e famiglie gay e lesbiche. Le due questioni dirimenti, per il partito di Alfano, sono un no secco a reversibilità della pensione e stepchild adoption. Sui social, all’annuncio di Renzi su probabili modifiche, l’utenza più accorta e sensibile ha reagito temendo che il decreto potesse divenire una scatola vuota, proprio su questi temi. La reazione di certi gay e lesbiche renziani, di fronte a una comprensibile perplessità, è di totale rifiuto: non solo non si può mettere in discussione la limpidezza di intenti del premier, ma ai loro occhi, chi teme che si ripropongano certi schemi del passato, appare paradossalmente come la causa di un potenziale nulla di fatto.

Questo atteggiamento, per cui il capo non si mette in discussione e si attaccano i propri simili che chiedono maggiore dignità, è una forma di dogmatismo che scaturisce della fusione (come direbbe Franco Buffoni) di due assolutismi: quello del vecchio PCI e quello della vecchia DC. Per altro tale approccio entra in contraddizione col nome stesso del partito in cui militano certi soggetti – è democratico non ammettere il dissenso o il dubbio, nei confronti del leader? – e genera conseguenze culturali sulla percezione stessa della minoranza in questione.

La presenza, dentro il Pd, di persone gay e lesbiche che di fronte ai dubbi sul depotenziamento delle civil partnership si irrigidiscono e arrivano a proferire frasi quali «meglio poco che nulla», «con la politica dei piccoli passi almeno si ottiene qualcosa» e amenità similari, determina una zona grigia da cui si trasmette il messaggio che sono proprio le persone LGBT le prime a volere diritti parziali. Si sacrifica il senso di appartenenza a una minoranza al dovere di obbedienza a un partito, pensando che l’essere minoritari non sia politicamente rilevante, quando forse è addirittura vero il contrario: appartenere a un gruppo discriminato dovrebbe creare una solidarietà più forte del simpatizzare per un partito, più che mai quando quel partito ti discrimina proprio per quella identità. In tal senso, appunto, si fa la figura di Stephen del film già citato, con un danno che ricade su l’intera gay community. La stessa che poi, a ben vedere, dice di marciare unita a quei pride in cui si rivendica ogni diritto e nessuna mediazione su alcuni fatti fondamentali per il concetto stesso di civiltà.

Concludiamo ricordando che dire no a reversibilità e stepchild adoption a livello simbolico significa rinnegare progettualità e futuro di cui sono portatrici anche le coppie gay e lesbiche: il riconoscimento della stessa valenza del nucleo familiare alla morte del partner rispetto a quello eterosessuale (e proprio in questo risiede il concetto di piena uguaglianza) e la possibilità di trasmettere discendenza. Gay e lesbiche del Pd che accetterebbero queste limitazioni in nome dei “piccoli passi” danno ragione a chi ci proietta in una dimensione di disumanità, negando quel duplice riconoscimento. Si fa, appunto, la figura del nero che aiuta il suo carnefice. Un movimento autorevole dovrebbe prendere le distanze da questo approccio, ripudiando con forza certe posizioni e collocandole al di fuori del concetto di rispettabilità. Poi a libera coscienza seguirà libera scelta: se accettare dogmatismi vecchi e nuovi che ci renderebbero simili a collaborazionisti o se propendere per una piena dignità di sé, anche in quanto minoranza.

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‘La Buona Scuola’, i diritti civili e la retorica della mediocrità

Dario Accolla
www.ilfattoquotidiano.it

Nella grande narrazione renziana di un’Italia nuova liberata da crisi e rapaci notturni e affidata alle persone del fare, secondo i rigidi criteri della meritocrazia, emerge una retorica della mediocrità funzionale a giustificare il proprio leader, anche a costo di contravvenire alla tutela della propria dignità personale. Vediamo due esempi.

Sui social in questi giorni si sono accese discussioni (anche con il sottoscritto) sull’eventualità che le correzioni previste dal governo sul ddl per le unioni civili vadano in direzione di un loro depotenziamento. C’è chi, come me, sostiene che quella proposta sia già una mediazione al ribasso e che al di sotto di essa si cada nella pura e semplice discriminazione. Diverse persone Lgbt vicine al Pd e al suo segretario oppongono argomenti la cui sintesi potrebbe essere: «Meglio una pessima legge, che nessuna legge». Un po’ come con il ddl Scalfarotto. E sappiamo come è andato a finire.

Sempre sui social, nelle settimane passate, è scoppiata la polemica su Presadiretta in merito a “La buona scuola”, il cosiddetto piano di riforma del governo per l’assunzione di insegnanti precari. Il programma di Iacona ha dimostrato al grande pubblico – chi vive il mondo della scuola e ci lavora lo sapeva già – che si tratta della solita farsa per cui un provvedimento dovuto (l’Italia è obbligata per sentenza ad assumere il personale precario) viene spacciato per un “regalo” dell’esecutivo. Il quale prevede peraltro tagli agli scatti stipendiali, dequalificazione della professione (i/le docenti rischiano di finire a fare i tappabuchi), trasferimenti forzati sotto minaccia di licenziamento e inserimento dei privati nella gestione delle risorse, con possibilità di influenzare i programmi didattici: ovvero, la fine della libertà di insegnamento. Non è un caso, dunque, che questo provvedimento piaccia unicamente ai sostenitori del leader e a chi, a scuola, non ci va più da anni.

Eppure, di fronte a queste obiezioni, il fan club dell’ex sindaco di Firenze risponde con frasi preconfezionate, ripetendo ovvietà e infarcendole di bugie quali “per la prima volta si parla di un piano di assunzioni di massa” (e non è vero, perché già ai tempi di Fioroni se ne parlava e fu avviato un piano simile) e altre amenità. Ancora più tristi quei/lle colleghi/e che producono commenti del tipo “meglio condizioni di lavoro svantaggiose, che nessun lavoro”.

Pare che l’Italia renziana abbia definitivamente sdoganato l’idea che i diritti fondamentali, stabiliti peraltro costituzionalmente – come il rispetto dell’uguaglianza giuridica, la tutela delle diversità, l’istruzione pubblica, la garanzia di un lavoro – siano privilegi elargiti dal potere, rendendo accettabile anche a sinistra un processo iniziato con il berlusconismo. In questa narrazione è facile, per le classi dirigenti, screditare dignità e storie personali, in nome di un bene comune che coincide con un generale abbassamento della qualità della vita di cittadini/e e classi lavoratrici.

Un ultimo aspetto degno di nota: ho chiesto a diversi renziani Lgbt, in merito ai trasferimenti forzati previsti dal piano di assunzioni – serve un insegnante nel paesino alpino? Il preside ti ci manda dalla Sicilia senza che tu possa opporti, pena il licenziamento: e pazienza se lasci a casa marito e prole – cosa pensano di fare per tutelare quelle situazioni che non hanno riconoscimento giuridico. Come faranno i/le prof Lgbt a ricongiungersi con la persona amata se la legge non prevede il riconoscimento delle loro famiglie? La replica è la solita: “Per la prima volta si parla di un piano di assunzioni di massa” oppure “meglio condizioni di lavoro svantaggiose, che nessun lavoro”. Si mette in funzione una sorta di generatore automatico di risposte, senza affrontare l’argomento.

Credo che una buona politica debba puntare al miglior risultato possibile garantendo, in primis, la dignità delle storie che stanno dietro ogni esistenza. Per la retorica renziana, la cosa più importante è il risultato finale. Pazienza che esso non tenga conto del rispetto di intere vite umane, trattate come numeri da incasellare in questo o quello spazio vuoto. L’arrendevolezza di certi appartenenti alle categorie coinvolte non fa altro che incoraggiare questo atteggiamento. In alcuni casi, infine, il contributo di specifici “addetti ai lavori” sconfina nel collaborazionismo. In nome di un “meno peggio” che coincide con la mediocrità. E con la sua esaltazione finale.

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