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Libia – Gli affari sono affari di G.Proglio

Gabriele Proglio
www.riforma.it

Una nuova guerra bussa alle porte dell’Europa. E, come ogni conflitto moderno, al netto degli ideali che cristallizzano le coscienze nei credo nazionali, ogni parte negozia la sua posizione in base al rapporto impegno militare-obiettivi finali. Poi, solo dopo, verrà il fuoco. In questa prospettiva si possono valutare le mosse del governo Renzi. Mentre gli aerei egiziani inviati da Al Sisi e quelli libici comandati dal generale Khalifa Haftar hanno già effettuato alcuni bombardamenti, fervono le riunioni e i contatti tra le potenze europee, gli Stati Uniti, i paesi a sud del Mediterraneo, e, ovviamente, l’Onu.

L’Italia ha preso posizione ufficialmente tramite la ministra della Difesa, Roberta Pinotti, che ha parlato di “intervento urgente”, aggiungendo poi, in un’intervista al «Messaggero», che «bisogna fare come nei Balcani», ossia mandare decine di migliaia di truppe di terra, per un assicurare una pace duratura. Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri, afferma che l’Italia è «pronta a combattere, in un quadro di legalità internazionale». Ossia, in altre parole, che Roma farà la sua parte solo se l’egida della missione cadrà sotto il vessillo Onu. È anche la posizione del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, che non ha alcuna intenzione di fare la prima mossa, sapendo che il conflitto potrebbe essere lungo e difficile da vincere. Favorevoli all’intervento la destra: un coro unanime di sì da Berlusconi a Salvini, fino ad Alfano. Ma anche l’assemblea Pd che ha, in gran parte, fatto capire di essere d’accordo per l’attacco. Contrari il Movimento 5 stelle e Sel. Ciò precisato, è necessario, per non cadere in generalizzazioni, andare a fondo della vicenda, ricostruendo, almeno in parte, gli eventi precedenti all’arrivo delle “bandiere nere” di Is nel Paese del Mediterraneo del sud.

Risiko, su scala globale

15 febbraio 2011, le vie di Bengasi si riempono di persone. È una data simbolica: ricorda il massacro del carcere di Abu Slim, dove, secondo Amnesty International, il regime di Gheddafi fece “pulizia” degli oppositori, non alla “cilena” – occultando prove e corpi – ma “semplicemente” massacrando 1270 persone, tutti oppositori. L’Europa si disinteresserà del massacro, degli appelli delle organizzazioni umanitarie, onde non compromettere i rapporti con Gheddafi. Due giorni dopo, il 17, la protesta si allarga a diverse zone del Paese.

Da questo momento, fino all’uccisione di Gheddafi a Sirte (19-20 ottobre), l’ingerenza Nato è massima. In particolare, a voler detronizzare il rais è Nicolas Sarkozy che, pur di mettere le mani sulle risorse energetiche della Libia, arriva persino a farsi fotografare a Tripoli insieme a Bernard Henry Levy, filosofo della “guerra per la pace”. Il primo ministro francese trova una sponda in Hillary Clinton che convince il presidente Obama: l’azione militare potrebbe avere risvolti positivi anche per gli Stati Uniti. Sul fronte italiano, invece, è Giorgio Napolitano a imporre che la nazione aderisca alla coalizione, per «non lasciar calpestare il Risorgimento arabo» – parole che la dicono lunga sulla prospettiva con cui l’ex presidente della repubblica intende le Primavere Arabe.

Ovviamente, dietro a queste “motivazioni civilizzatrici”, come solito, ci sono interessi economici: per Parigi si trattava di far guadagnare alla Total posizioni, e quindi pozzi, in Libia, e eventuali concessioni su nuovi giacimenti, ma anche di allargare i rapporti commerciali. Vi è poi la questione del ruolo di primo conto che Parigi vuole avere nella gestione delle transizioni delle società, in un contesto, come quello dei paesi del nord Africa, interessato dalle proteste di piazza; in cui, ancora, la guerra in Libia potrebbe far dimenticare il fallimento dell’esperimento dell’Unione per il Mediterraneo, contenitore costruito da Sarkozy per controllare le trasformazioni economiche e politiche dei vari paesi del Nord Africa. Per Roma, invece, si tratta di difendere la presenza degli stabilimenti Eni di Bu Attifel, Wafa, Tripoli e Mellitah, gli accordi per l’importazione di greggio e di gas, oltre che gli interessi di numerose aziende (come la Impregilo – la stessa del Tav Torino-Lione – che, secondo gli accordi del trattato di amicizia italo-libico, firmato nel 2008 da Berlusconi e da Gheddafi, avrebbe dovuto realizzare una superstrada di collegamento costiero tra l’Egitto e la Tunisia). Vi era poi la faccenda del controllo dell’immigrazione clandestina che, secondo gli accordi sopra, sarebbe dovuta essere controllata dalla Jamahiriya Libica a fronte di un versamento di cinque miliardi di euro da parte di Roma.

L’azione militare, avallata dalla risoluzione Onu, coinvolge quindici Paesi, oltre agli Emirati Arabi, al Qatar, alla Svezia e alla Giordania. Con la caduta del regime è chiaro che la posta in gioco è altissima: un mare di risorse energetiche su cui tutti vogliono mettere le mani. Prima la nomina, nel 2011, a ministro ad interim Mahmud Jibril a capo del Consiglio nazionale transitorio è aspramente criticata dagli ambienti islamici. Ma i veri e propri scontri scoppiano con le prime elezioni libere del 2012, quelle per definire il Congresso Nazionale Generale (Cng), che si concludono con la vittoria dell’Alleanza delle Forze Nazionali (Nfa) – fazione che rappresenta oltre cinquanta gruppi ed è guidata da Gibril. Il Partito Giustizia e Costituzione (Jcp), che raccoglie il favore della Fratellanza Musulmana, ottiene solo 17 seggi su 80. La sconfitta è così cocente anche là dove il Jcp ha maggiori presenze, come a Derna e Abu Selim. Altre coalizioni islamiste prendono ancora meno voti: è quanto accade al Gruppo Armato Islamico Libico (Lifg), alle sue due fazioni: Watan e Al Umma al Wasat. Stesso succede ai salafiti di al Asala.

I motivi della sconfitta dei partiti islamici sono numerose: per primo la scelta di un gran numero di libici – votano principalmente uomini – di un governo laico; poi il mancato radicamento dei partiti islamici sul territorio e nel contesto sociale e, ancora, una frazionamento in sei maggiori gruppi, ciascuno dei quali con una galassia di relazioni con gruppi e milizie attive nella cacciata di Gheddafi. Alcuni gruppi armati, come i salafiti, decidono di entrare nel Lybian Shield Force; altri, come nel caso delle brigate dello sceicco Omar Abd al-Rahman, vicino agli ambienti di Al Qaeda, ne rimarranno fuori.

Il 12 settembre viene dato mandato a Mustafa Abu Shagur di costruire il primo governo libero dell’era post-Gheddafi. Falliscono, però, i suoi tentativi e viene sfiduciato. Tra i motivi vi è l’esclusione di Jibril, forse a favore dell’ex delfino di Gheddafi Abu Shagur, dalla rosa dei ministri e la mancanza di esponenti della città di Zawiya, molto attiva nella rivolta del 2011. A riprovarci, dopo i tentativi di Ali Tarhouni e Aburrahim el-Keib, è Ali Zeidan, un uomo super partes, rimasto in carica, dopo la rielezione di maggio 2013, fino all’11 marzo 2014.

In due anni che seguono succede di tutto: l’attentato di Ansar al Sharia al consolato americano a Bengasi – nel quale muore l’ambasciatore Chris Stevens – e quello al console italiano Guido De Sanctis, rimasto illeso, del gennaio 2013; gli assalti di alcuni gruppi islamisti ai ministeri di Tripoli, risoltisi con l’intervento diretto del premier Ali Zeidan; un’azione americana che, bloccando il centro di Tripoli con le forze speciali, cattura Abu Anas al-Liby, uomo coinvolto negli attentati del 1998 alle ambasciate americane in Kenya e Tanzania; l’azione del generale Khalifa Haftar – vicino agli ambienti americani – contro le milizie islamiche di Bengasi che si conclude in un bagno di sangue.

In un crescente clima di sfiducia, si va alle elezioni di giugno 2014. Quello che veniva salutato dalla comunità internazionale come il “voto della svolta”, si rivela, a distanza di soli quattro mesi, un vero è proprio incubo per la Libia intera. Nel Paese vengono istituiti due governi e due parlamenti: uno con a capo Abdullah al-Thani, riconosciuto da Usa e Europa, con sede ufficiale a Tobruq, perché cacciato da Tripoli dall’altra fazione; un secondo, sotto la guida di Omar al-Hassi, per conto della coalizione di forze politiche islamiche di Fajr Libia. Nella già intricata situazione, si aggiunge la dichiarazione della Corte Suprema Libica, chiamata ad esprimersi su richiesta del deputato Abderrauf al-Manai sulla costituzionalità del governo al-Thani. Nel dispositivo della sentenza si esplicita che il governo di Tobruq è incostituzionale perché non si ritrova né a Tripoli, né a Bengasi.

Altro che Jihad, questione di oro nero e altri tesori

Gran parte delle testate nazionali e internazionali parlano di Islam “radicale”, o “integralista”, e “moderato”. Non si accenna mai al ruolo della maggioranza dei libici, della popolazione, schiacciata dagli scontri tra opposte fazioni, senza fiducia nella politica come dimostra la percentuale di astensione superiore al 70% per il voto di 2014 – nella tornata del 2011 si arrivò a oltre l’80% di votanti. Questa divisione, in realtà ha, in seno, numerose contraddizioni. La più evidente è che non si sta combattendo una guerra di religione, ma per il controllo delle tante risorse energetiche del Paese. E, ogni fazione, vuole di più. Sempre di più, e a ogni costo. E, quando diciamo “ogni” non intendiamo solo le componenti libiche, ma anche, e forse soprattutto, quelle europee.

Gli esempi abbondano. Farj Libia, ad esempio, controlla i campi estrattivi (petroliferi e di gas) offshore di al-Jurf (con concessione Total), al Buri, Bahr as Salam (di Eni e della libica National Oil Company), Zawyia (Noc) e Melillah (Eni). Viene da chiedersi come, nel caso di Melillah, l’azienda italiana abbia potuto continuare a esportare la stessa quantità di idrocarburi anche sotto il controllo della fazione islamica. E come questo sia potuto succedere, anche in seguito agli scontri tra Tobu e Tuareg, per il controllo della zona se non con accordi economici con Farj Libia. La corsa al “tesoro di Gheddafi” ha trasformato molti gruppi (politici, religiosi, “etnici”, ecc.) in fazioni. Così oltre allo scontro “istituzionale” tra i governi di Tobruq e Tripoli, si sono aggiunte altre faide: tra le milizie di Zintan e quelle di Misurata, tra Tuareg e Tobu per il campo di al Sharara.

D’altro canto, le forze del governo di al-Thani controllano i campi di Al Sharara e El Phil, Wafa, Brega e Ras Lanuf. Sul territorio libico, fino al 2013, erano attive gran parte delle compagnie energetiche a livello mondiale: l’Arabian Gulf Oil Company a Sarir e Messla, a Ras Lanuf e Marsa al-Hariga; l’americana Waha Oil Company a Gialo, Dahra, Samah, Waha; la spagnola Repsol, con la sigla Akakus e in accordo con la Noc, con estrazioni a El Sharara e nel bacino di Marzuq e nelle strutture di raffinamento a Zawiya, vicino a Tripoli; l’Eni a Mellitah, el Feel, Bu Attifel, il terminal di Zueitina; la tedesca Wintershall con estrazioni a as Sarah e Nakhla; la canadese Suncor, in accordo con Noc, a Amal con stoccaggio a Ras Lanuf; la francese Total, che dopo i fatti del 2011, entrò nei campi offshore di al Jurf; Zueitina, joint-venture che include Usa, Noc e Austria, con campi a Zueitina.

Dunque, verrebbe da chiedersi come, alcuni giornalisti e opinionisti facciano a vedere, in tutto ciò, una guerra tra “ultra-nazionalisti” e “fanatici-religiosi”, tra “etnie” o “tribù”. Il soggetto della contesa non è né la religione, né un fattore identitario che crea una comunità; non è né la fede nelle parola del Profeta né la via alla modernità. Gli oggetti della contesa si chiamano petrolio e gas o, tradotto al bancone della finanza internazionale, semplicemente denaro.

L’arrivo di Is e la retorica della civiltà

Partendo da questa condizione di destabilizzazione voluta, e ricercata ostinatamente, da parte di Francia-Italia-Usa, e, con respiro più ampio, dall’Onu, l’attacco di Is a gennaio 2015 all’hotel Corinthia, di Tripoli, sede del governo di al-Hassi, e delle diplomazie mondiali, ha avuto effetti devastanti. Due i fattori interessanti che supportano la tesi sopra: primo che Is ha attaccato Fajr Libia, cioè il governo islamico, e non quello di Tobruq; secondo che l’intento, ancora una volta simbolico del gruppo di al-Baghdadi, era di fare di quel palazzo la metafora della Libia: tutte le parti sono avvisate, l’obiettivo è la conquista dei giacimenti petroliferi, sotto ogni bandiera.

Dunque, Is arriva a termine di uno scontro tra le due (o forse bisognerebbe dire tante) fazioni in lotta, quando, per usare un’immagine forte, sono finite da entrambe le parti le munizioni. Tre anni in cui l’Italia e il mondo si è disinteressato della Libia, o meglio, in cui, per Roma, Tripoli era il principale venditore di petrolio e il quinto in termini di gas. Questo interessava. Non che le varie compagnie foraggiassero le parti per continuare a produrre, anzi, in alcuni casi, come per la spagnola Repsol, si ingaggiassero i gruppi locali a protezione degli impianti (i Tabu a al Sharara).

Vi è poi un altro grande business in Libia: l’immigrazione clandestina. Un affare che rende, ogni anno, miliardi di euro. Ovviamente, ancora una volta, non si sta parlando solo di una parte, quelli che la stampa chiama “scafisti”, ma anche dell’altra, quella dell’industria agricola italiana – da Pachino a Saluzzo – che sfrutta braccia-nere a costo zero, fuori dai parametri contrattuali e dalle garanzie lavorative minime, talvolta persino in “nero”. E poi, nelle urne, vota Lega Nord. Un traffico di esseri umani, divenuti “clandestini” con la Bossi-Fini, che si è volutamente creato per specifiche esigenze “di mercato” fin dalla Turco-Napolitano: soggetti e corpi ridotti a “essenze-assenze” in funzione del prodotto italiano, schiavizzati e a cui è imposto, dalle direttive in materia internazionale (accordo Dublino 2), di rimanere sul primo territorio nazionale d’approdo in Europa. Gli oltre trecento morti di Lampedusa, di una settimana fa, sono oramai dimenticati dalla stampa – così come gli altri centinaia di migliaia, scomparsi nella acque del Mediterraneo negli ultimi decenni. I titoli dei giornali sono tutti per l’Is, che minaccia l’Italia come culla della cristianità, dopo aver sgozzato 21 ostaggi. Sullo sfondo del video diffuso vi è il mare prospiciente Tripoli – esattamente a Wilayat Tarabulus – che simboleggia lo spazio di collegamento tra Libia e la “nazione della croce”, come viene chiamata da Is; ma che è anche il luogo immaginario in cui, a dire degli islamisti, sarebbe stato gettato il corpo di Osama Bin Laden. Nella scena finale le acque diventano rosse di sangue: minaccia di una prossima mattanza nella penisola.

Al netto della narrazione di Is – che ha imparato bene dalle pellicole americane a girare film horror – è necessario riflettere su alcuni punti. In primis, questa fazione è stata finanziata in passato dagli Stati Uniti (come ammesso da senatore repubblicano Rand Paul alla Bbc nel 2014), dal Qatar, dagli Emirati Arabi Uniti, dall’Arabia Saudita e dal Kuwait. E’ credibile l’ipotesi che queste nazioni, foraggiato l’Is per questioni di necessità militare, abbiano poi perso il controllo del gruppo che, a differenza di al Qaeda, si comporta da stato transnazionale, cioè si muove trapassando i confini nazionali e internazionali. Un mostro che, finito il suo compito di mattanza, si rivolta contro il padrone.

In questa prospettiva, il vero problema non è l’invasione – paura ricorrente fin dalla prima guerra mondiale, e forse ben da prima – né “l’integralismo islamico”, come lo chiamano i giornali, ma le scelte scellerate dei governanti occidentali. Chi semina vento raccoglierà tempesta – recita un famoso proverbio. Perché l’Is alle porte dell’Italia, e dell’Europa, è il risultato di politiche internazionali devastanti, condotte con l’unico obiettivo di “fare cassa” in termini economici, geostrategici, politici: combattendo guerre in giro per il mondo (Siria, Iraq, Libia, ecc.).

Parimenti, in Europa (e non solo) la discriminazione su base religiosa con l’Islam ha segmentato le società, con stereotipi sulla paura del musulmano – che spesso diviene “arabo” per generalizzazione – che sono sfociati nella creazione di sacche di povertà, di segregazione territoriale, di violenza istituzionale e privata. La retorica della civiltà, in altre parole, è stata per lungo tempo l’elogio dell’islamofobia, come pratica diffusa che divide “noi” da “loro”, come normale amministrazione della differenza sia nella prospettiva multietnica, sia in quella nazionalista.

Questi due frammenti di storia del presente – la politica internazionale e quella interna – si sono incrociati nel presente, creando effetti devastanti come nel caso di Parigi, dell’attacco a Charlie Hebdo. Viene da chiedersi come si possa parlare di guerra giusta quando per decenni se ne sono combattute di sbagliate.

Non è solo una questione di “guerra”, ma anche di “pace”. Sul «Manifesto» è stato diffuso un appello, a firma dei Angelo Del Boca e di Alex Zanotelli, che ha lasciato in molti sbalorditi. Lo storico e il missionario comboniano partono dal presupposto che l’abbattimento del regime di Gheddafi sia stato il vero problema perché, sebbene “crudele dittatore”, il rais avrebbe dato la libertà ai libici (ossia un esercito, un’amministrazione, un reddito pro-capite tra i maggiori in Africa), ma soprattutto – continuano i due – «una fierezza che non avevano mai conosciuto». Come ha commentato Tahar Lamri, «citare Gheddafi oggi e dire che questo criminale aveva ragione, è segno di smarrimento totale. Ed è anche un po’ come dire che noi, dell’altra sponda del Mediterraneo, meritiamo soltanto despoti o selvaggi assetati di sangue. Gheddafi non ha nulla da invidiare all’Isis». Lamri cita due assassini illustri di cui il rais fu mandante: quello dell’ingegnere Al-Sadek Al-Hamed Shuwehdy, impiccato nello stadio di Bengasi; e quello di Thomas Sankara. A questi potremmo aggiungere il massacro di Abu Slim, di cui si è parlato sopra.

I due continuano il loro appello facendo riferimento al ruolo dell’Italia, come ex-potenza coloniale, che dovrebbe mettere al tavolo le parti in guerra, per il bene, si specifica, della Libia, dell’Italia e dell’Europa. Si parla, infatti, di “tribalizzazione del territorio” di “tribù” che difendono le proprie frontiere, scomparsi i confini amministrativi posti da Gheddafi. Ma cosa intenderanno i due per “tribù”? Usano impropriamente il termine come sinonimo di qabila? O forse intendono le fazioni? Oppure intendono che, caduto Gheddafi, i libici sono tornati allo stato primitivo? In ciascuno di questi casi, come chiarito sopra, l’analisi è quanto mai sbagliata: non è una questione di “tribù” ma di ingerenze interazionali in Libia che hanno contribuito a creare frazionamenti interni. E sorprende, infine, che l’Italia debba, in funzione del suo passato coloniale, svolgere un ruolo “civilizzatore”, per raggiungere una pace che i libici, da soli in quanto intesi incapaci dai due, non sarebbero in grado di ottenere.

Insomma, tanto l’idea di “pace” quanto quella di “guerra giusta” paiono avere qualcosa a che fare con la situazione della Libia. Pensare di risolvere l’intricata situazione bombardando è semplicemente rimandare il problema, farlo crescere in seno all’Africa e all’Europa, dilatandolo ben oltre i confini del conflitto militare e lungo i selciati, talvolta non così visibili, del pregiudizio e dell’islamofobia in Europa, dell’Italia agli italiani e delle forme di schiavismo contemporaneo. Non bisogna ripartire dal mito del Mare Nostrum – in cui, in quanto italiani-europei, siamo chiamati a portare tanto la pace quanto a dare la guerra – ma dal Mediterraneo dei popoli, di tutti. Parole al vento, probabilmente, visto che persino “pace” e “guerra”, in questo strano inizio di secolo, sono divenuti sinonimi, o quasi.

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