Home Politica e Società Mattarella e l’unità ritrovata dei cattolici di A.Santagata

Mattarella e l’unità ritrovata dei cattolici di A.Santagata

Alessandro Santagata*
Adista n. 7 del 21/02/2015

Quello della Democrazia cristiana è uno spettro che aleggia da tempo nella nostra politica. “È tornata la Dc!”, si diceva nei giorni dell’insediamento del governo Monti, a pochi mesi dal convegno cattolico di Todi. “Il Pd è diventato una nuova Dc!”, hanno sostenuto autorevoli interpreti della politica commentando la segreteria di Renzi e il suo progetto del «partito della Nazione» di degasperiana memoria. Con l’ascesa al Colle di Sergio Mattarella sembrano non esserci più dubbi sul revival dello scudo crociato e la “questione cattolica” si impone oggi con tutte le sue incognite. No, non siamo tornati alla Dc, ma il cattolicesimo democratico, dato per morto con la débâcle dei prodiani, è più vivo che mai. Espressione, o forse sarebbe meglio dire eredi di questa corrente non sono genericamente i dirigenti che provengono dal blocco Dc/Ppi e neppure i «cattolici del Pd», un insieme molto eterogeneo che spazia dalla sinistra del partito alle diverse correnti moderate.

Lo è senza dubbio l’uomo di queste settimane, quel Mattarella che i popolari li ha fondati dopo aver militato nella sinistra Dc di De Mita e prima ancora nell’Azione cattolica degli anni del Concilio Vaticano II. L’Ac, del resto, ha funzionato come una palestra del potere politico democristiano lungo tutta la storia italiana del Novecento: dalla formazione della futura dirigente durante gli anni del fascismo (la Fuci di Moro e Andreotti sotto il controllo di Montini) alla generazione della «scelta religiosa» maturata negli anni Sessanta.

Il cattolicesimo democratico per come lo conosciamo prende le mosse da quest’ultimo passaggio: dalla svolta di Giovanni XXIII e dall’idea del «Tevere più largo», dalla dismissione dell’apparato ideologico anticomunista e da un progetto di laicità (cristianamente ispirata) che in Italia ha faticato e fatica ancora ad affermarsi. Alla scuola di Vittorio Bachelet Mattarella si era formato come credente e, da dirigente politico, sui testi di Sturzo e Maritain che sostenevano la distinzione del piano spirituale da quello temporale e propagandavano la cultura della «mediazione» e della politica cristianamente ispirata. Negli anni in cui era delegato studenti della Gioventù cattolica del Lazio (1961-1964), il suo assistente ecclesiastico era Filippo Gentiloni, poi esponente dei Cristiani per il socialismo e firma del manifesto. La carriera politica inizierà solo nel 1982 in reazione all’assassinio del fratello avvenuto due anni prima e alla drammatica situazione della sua Sicilia. Piersanti era stato allievo di Moro e da lui Sergio riprenderà l’apertura mentale e l’attitudine all’incontro con le forze popolari della sinistra. Nel 1985, per esempio, è promotore a Palermo di quella giunta Orlando che, con il sostegno del Pci, sarà protagonista di una nuova «primavera» per la città.

Nella seconda metà del decennio – il periodo dei Ministeri targati Mattarella e, dal 1990, della vicesegreteria della Dc di Forlani – partecipa alla crisi della sinistra democristiana fino allo scioglimento della «balena bianca». Siamo nel momento in cui il cattolicesimo italiano si sta indirizzando verso la «linea della presenza» di Comunione e liberazione, approvata da Giovanni Paolo II al convegno di Loreto e fonte di ispirazione per quei settori che andranno a costituire la gamba cattolica del Polo delle libertà di Berlusconi.

Nello stesso tempo, dalla diaspora dei cattolici verso sinistra e da esperienze come la Lega democratica di Scoppola e Gorrieri e l’Assemblea degli esterni prenderà vita il progetto dell’Ulivo. Mattarella è stato un esponente di primo piano di quella stagione come deputato dei popolari (in opposizione al segretario filo-berlusconiano Buttiglione, sconfitto nel 1995), capogruppo alla Camera, ministro del governo D’Alema e poi come deputato della Margherita e fondatore del Pd del cui manifesto ideologico ha contribuito alla scrittura.

Ora che – grazie all’abile manovra di Renzi, già compagno di partito negli anni margheritiani – ha assunto l’incarico più prestigioso, sembra che anche la sua area di provenienza abbia ritrovato un equilibrio. Il suo partito, in primo luogo, lacerato dallo scontro tra il segretario e la minoranza, ma anche il mondo cattolico democratico, ringalluzzito da una scelta che ricompatta i “renziani” e i cattolici che avevano sostenuto Bersani. Dopo che il governo Monti aveva solleticato le speranze dei centristi e, soprattutto, dopo il trauma della defenestrazione di Enrico Letta, oggi è come se regnasse una nuova armonia nel Pd, una “pax renziana” che ricongiunge culture politiche e generazioni.

Rimane il dubbio che, al di là delle correnti e delle famiglie politiche di provenienza dei loro esponenti (sempre meno significative per la nuova che lo dirige), le fratture nel cattolicesimo siano più profonde. Sono davvero tutti convinti che le politiche sul lavoro di Renzi si sposino con i principi del cattolicesimo sociale, per esempio quello della società dei corpi intermedi? In che modo le riforme istituzionali e la legge elettorale che accentrano il potere nelle mani dell’esecutivo si inseriscono nella tradizione democratica di matrice cristiana?

E, infine, solamente Maurizio Crozza avverte un solco tra la pastorale di Francesco e il discorso del premier sulla società?

* dottore di ricerca in Storia contemporanea, Università di Roma Tor Vergata

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