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Archiviare esperienze di G.Codrignani

Giancarla Codrignani
www.womenews.net

Renzi direbbe “rottamare”. Un contesto femminile preferirà “archiviare”. Questione di stile? Non solo: i rottami sono prodotti residuali non più utilizzabili perché privi di contenuto. Gli archivi invece sono belli, perché fanno la storia. E, siccome la memoria senza supporti non va lontano, dagli archivi si può anche ripartire, se è vero che molto del femminismo è cresciuto con le ricerche delle storiche.

Luisa Muraro ha “archiviato”, dopo 25 anni, Via Dogana. La sua esigenza – dice – è “fare vuoto, fare silenzio”. Forse in attesa che le idee nuove maturino il frutto, aspettativa un po’ peregrina per un femminismo che non è nato ieri, ma che è rimasto elitario se non ha sfondato nemmeno i poteri della comunicazione diffusa. Di fatto costituisce problema il disconoscimento del femminismo delle nostre antiche scuole di pensiero che giustamente Muraro riconduce agli anni Sessanta del secolo scorso .

Poiché tutte abbiamo imparato qualcosa dai 111 numeri della rivista, vale la pena non solo di prendere atto della chiusura, ma di fare qualche osservazione di merito, indipendentemente dalla storia milanese. Muraro, nel numero di settembre, sosteneva che il femminismo è nato “in posizione di rottura, senza collocarsi né a destra né a sinistra, né sopra né sotto. Altrove”. Tuttavia aggiungeva che, essendo allora “il paesaggio politico molto diverso da ora,…. il tramonto del comunismo ha privato il femminismo radicale di un tratto non dico unificante ma collegante con il suo più grande intorno storico e culturale.

Un altrove non è un’alterità assoluta, ha dei termini di confronto. Con il tramonto della costellazione comunista alcuni di questi termini sono spariti”. Ma perché mai molte di noi sono state sedotte da ideologie che non ci comprendevano, anche se, nei limiti della contingenza storica, “tenevamo” (e teniamo) per la sinistra e non per la destra? Quale realizzazione socialista o socialdemocratica ha mai realizzato – a parte l’impegno emancipatorio – la differenza di genere? Dall’ Urss dove la donna poteva bitumare le strade senza avere la parità nel governo e nel partito, agli Usa dove è stato ripudiato democraticamente l’emendamento che introduceva la parità nella Costituzione?

L’ho detto un’infinità di volte: le donne hanno, almeno potenzialmente, una cultura “altra”, che il femminismo ha indicato come via maestra per rompere le catene più resistenti, a partire delle relazioni amorevoli, famiglia e maternità comprese. Come femministe abbiamo cercato di analizzare il gender, anche senza preoccuparci di realizzarlo cercando collegamenti e intese con altre “differenze” europee e internazionali.

Quando l’ultimo numero di Via Dogana indica il Malì per dire che “le donne sono ovunque”, constata solo che ne siamo informate, non facciamo con loro relazione e tanto meno sistema (senza colpa: l’impresa è ancora troppo costosa, anche se varrebbe la pena di provarci). Anche in Italia, come cittadine abbiamo scelto e praticato partiti e programmi di sinistra, senza renderci conto che quello che davamo a noi stesse di libertà ci veniva sottratto dal considerare un nostro vantaggio l’affidamento alle parti progressiste.

L’affidamento è di per sé un imbroglio e il modello resta Pigmalione anche fra donne: in politica, vale solo per l’indubbio effetto sugli immaginari vedere donne a tutti i livelli di potere. La Boschi non può pensare di far partire le riforme costituzionali dall’art. 37 che attribuisce solo alla lavoratrice l’”essenziale funzione familiare”. Infatti non lo farebbe nemmeno Muraro: non solo le ragazze non ne capirebbero la necessità (ci sfugge sempre che il pensiero femminista non è “pensiero comune” di tutte); soprattutto sarebbe, oggi, una mossa perdente.

Quindi sarà bene continuare – cara Muraro, il silenzio non va bene in un tempo di forti urgenze – a tentare di costruire contributi di pensiero politico indipendente, proprio del nostro genere. Le donne non sono meno aggressive dei maschi; ma in una stagione in cui, con l’aiuto della crisi (un altro tema su cui avremmo da dire la nostra), i conflitti si fanno sempre più minacciosi possono far valere la prevenzione.

Se piace la politica tradizionale, un’ipotesi di lavoro non è solo “entrarci”. Finché negli Statuti e nei programmi le donne saranno un paragrafo o un capitolo specifici, si partecipa senza illusioni. Nilde Iotti e Tina Anselmi sono lì a dimostrare che nemmeno un governo di sei uomini e sei donne (già diventate cinque alla prima che è passata ad altro incarico) potrà mai essere a beneficio delgli interessi femminili; a meno che le iscritte non impongano i loro progetti.

Infatti non è vero che, come commenta Lia Cigarini, la distanza dalle donne di oggi sia sentita perché “siamo andate troppo avanti”. Le italiane saranno andate avanti nella teoria; certamente non nella costruzione di unità solidale di donne per correggere la qualità del potere, che è sempre quello del padre, anche se a Milano si è favoleggiata una narcisistica fine del patriarcato. L’autorità, soprattutto se autoreferenziale, non dà potere nemmeno agli uomini migliori, sempre oscurati se scomodi. Le donne sono per ora compatibili se o omologate o sottomesse: fanno paura se minacciano di stravolgere “questa” concezione del potere.

Passano a formare opinione cose non vere: è dubbio che se le donne lavorassero paritariamente si alzerebbe il Pil. E’ vero invece che le donne sarebbero l’alleato migliore per transitare da un sistema finalizzato a produrre merci per il mercato ad uno finalizzato a produrre servizi per il benessere umano, degli uomini e delle donne, dei paesi occidentali, orientali, africani del nord e del sud. Bisognerà farsi un poco dissociate: continuare a non scoraggiarci del mondo così com’è per sostenere la libertà democratica, ma spostare almeno nel pensiero le frontiere del “genere”.

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g.c.: articolo inviato anche per sostenere la rivista “Noi Donne” – fondata nel 1944 – che continua ad essere uno strumento prezioso per la cultura delle donne nel nostro paese. Come tutta la stampa indipendente non ha risorse e vive degli abbonamenti, che mantiene a prezzo contenutissimo (25 euro).

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