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C’e’ un mondo nuovo da inventare. E noi stiamo a guardare?

Gilberto Squizzato
CdB di Busto Arsizio

Per lungo tempo ci siamo spesso “parlati addosso”, come comunità di base, e abbiamo limitato la nostra iniziativa pubblica al pur doveroso lavoro di critica nei confronti dell’istituzione cattolica. Ma ora è urgente un nostro cambio di passo, che deve anzitutto partire da una nuova riflessione sul tema cruciale del rapporto fra fede e vita civile: lo impone l’emergenza politica e culturale che ci è piombata addosso non solo con la globalizzazione dei mercati ma anche e soprattutto con le bibliche migrazioni di cui siamo testimoni e con la nuova pervasività del sistema dei media veicolati dal web.

Ascoltando la voce di molti profeti (non solo singoli ma intere comunità) per alcuni decenni abbiamo giustamente tenuto al centro della nostra riflessione temi decisivi nella vita ecclesiale come la riappropriazione della parola e della celebrazione da parte del popolo, la conversione alla povertà, il conflitto con il potere (economico, politico) a partire dalla scelta preferenziale dei poveri, provando a chiamare l’intera Chiesa a una conversione radicale non solo delle coscienze ma anche dei comportamenti.

Il nuovo papa, nell’entusiasmo di molti e con le riserve di alcuni che vogliono vederlo alla prova di questioni non più rinviabili (il celibato dei preti, il ruolo della donna nella comunità, la povertà della Chiesa e non solo dei singoli credenti, la bioetica, ecc.), appare come un dono insperato a una cristianità cattolica per la semplicità dei modi, la franchezza della parola, le occasioni di dialogo inattese, l’umiltà intellettuale che non propugna la forza vincolante del dogma e di secolari consuetudini di pensiero.

Molte comunità, giustamente, si rallegrano di questa nuovo vento che sta spirando sulla Chiesa, molti gruppi e associazioni plaudono festanti alla nuova atmosfera che ha spazzato via, con le chiusure di un intero apparato di potere, la coltre asfissiante della supponenza vaticana e dell’autoritarismo gerarchico. Anch’io mi felicito, con gratitudine, per questo spalancamento di orizzonti e sono grato al Conclave per averci dato questo papa così amabile, così fraterno. Antiche fratture vanno lentamente ricomponendosi, la speranza ci fa attendere fiduciosi il giorno in cui fratelli e comunità duramente colpiti e messi ai margini della Chiesa possano di nuovo godere di autentica accoglienza, e magari di un abbraccio di riconciliazione da parte di Francesco. Ma non dobbiamo cedere alla tentazione del narcisismo, attendendoci gesti clamorosi come se fossimo noi il centro del mondo e della Chiesa. Da consapevoli “servi inutili” potremmo perfino umilmente prendere atto del fatto che la nostra non è stata una “resistenza” inutile e lieti di questo inizio di conversione dell’istituzione ecclesiale ritirarci il silenzio, grati di aver fatto quel poche siamo riusciti a fare.

O forse no. Ci è chiesta una nuova fatica, probabilmente, perché i tempi sono troppo cambiati; e magari non possiamo davvero abbandonare il campo, perché non ci stanno a cuore i destini della Chiesa ma quelli del mondo. Se per alcuni decenni il nostro carisma è stato quello della profezia dentro la Chiesa autoritaria che il Concilio Vaticano II aveva provato a smuovere dalla sua secolare pretesa di autosufficienza, oggi io credo che i “cristiani di base”, intimamente commossi e provocati dalla nuova società globale in cui culture, religioni, stili di vita sono tumultuosamente messi a confronto nella vita quotidiana, debbano essere in prima linea nell’invenzione di un nuovo pensiero – insieme laico e fedele al Vangelo- che cerchi soluzioni ai tanti conflitti delle diversità.

Provo a spiegarmi. Non si tratta solo di mostrarsi coraggiosamente “aperti” nella lotta ai razzismi, ai leghismi, alle xenofobie, alle furbizie opportunistiche di chi specula sul grande disordine oggi in atto di qua e di là del Mediterraneo, chiedendo alla Chiesa (alle chiese) di vivere invece dimensioni di accoglienza operosa e fraterna nei confronti di chi viene da lontano, fuggendo dalla guerra, dalla fame, dalla persecuzione. E neppure basta un generico pacifismo, astratto e solo teorico, pronto magari all’avvicinarsi del pericolo reale, ad arrendersi al doveroso diritto all’autodifesa dei paesi di storia e tradizione cristiana. Tanto meno possiamo scaricarci la coscienza mostrando il bell’esempio di Francesco che all’inizio del suo pontificato lancia il mare, nelle acque di Lampedusa, una corona di fiori per le vittime della tratta dei migranti.

A partire dalla nostra esperienza concreta (l’invasione inarrestabile dei migranti dal su del mondo, la presenza di un’immigrazione di seconda e terza generazione, il melting pot delle nostre scuole in cui si mescolano decine di tradizioni, lingue e culture) dobbiamo dare oggi il nostro contributo, anche come cristiani di base, all’invenzione di un modello di convivenza fraterna fra le diversità non solo animata da spirito di cristiana accoglienza ma anche regolata da una nuova legislazione civile e permeata da una nuova cultura del pluralismo.

Per decenni abbiamo denunciato l’inadeguatezza di questo Concordato e lo scandalo dei molti privilegi (economici, fiscali, ideologici) che esso ancora accorda alla Chiesa cattolica. Oggi dobbiamo proiettare più avanti il nostri sguardo profetico e, ascoltando anche i preveggenti suggerimenti del più recente Hans Kung, dare il nostro contributo alla gestazione di quello che vorrei chiamare un nuovo Concordato, o meglio un inedito “Patto di Alleanza” non solo (come ieri, fra credenti e non credenti di cultura occidentale) ma fra le diverse religioni e culture che si stanno oggi tempestosamente mescolando.

Alcuni esempi serviranno a spiegare quali sono le emergenze che incombono su di noi, proprio come appartenenti a una “chiesa dal basso” che non rivendica privilegi o favori.

– Il diritto alla cittadinanza, intesa in senso non solo nazionale/statuale. Proprio chi crede che “non da sangue siamo nati, né da volontà di carne, né da volontà d’uomo” (Gi 1,5) deve essere in prima fila per ripudiare il diritto di sangue per affermare un’altra fonte del diritto. Ma mi spingerei anche molto più lontano, dicendo che la profezia oggi dovrebbe convincerci a mettere in circolazione una moneta nuova, per così dire, cioè un’idea scandalosa e apparentemente destinata a soccombere, quella della doppia cittadinanza per tutti gli uomini e le donne: cittadinanza nazionale e cittadinanza (passaporto compreso) mondiale. In fondo anche l’ideale dell’unità europea fu pura utopia un secolo fa, eppure bastarono cinquant’anni per consentirle di affermarsi.

– L’accettazione del pluralismo religioso nella scuola. Come riconoscere a tutti gli studenti il diritto a una formazione non confessionale, assicurando al tempo stesso la laicità dello stato? Far entrare anche l’iman nelle aule? creare spazi di insegnamento per tutte le religioni presenti nel corpo scolastico? oppure proporre a tutti gli studenti corsi di conoscenza delle diverse esperienze religiose? A quale tipo di docente affidare questo delicatissimo compito? E quali lingue insegnare?

– Come organizzare gli orari di lavoro tenendo conto delle diverse pratiche religiose collettive? Rendere mobili i giorni di festività (venerdì, sabato e domenica) ma come, in un sistema economico rigido come il nostro? Contrattare una periodicità delle ferie che siano più funzionali alle diverse consuetudini religiose per evitare lo spettacolo di migliaia di lavoratori musulmani costretti a sudare sotto il sole durante il ramadam che proibisce loro di alimentarsi e bere durante la giornata solare? Perchè solo quelle del Natale cristiano devono essere feste riconosciute dalla stato? Se le festività religiose fossero invece variamente spendibili a partire dalle convincioni e tradizioni dei singoli soggetti?

– Come applicare concretamente anche nelle situazioni più ostili e refrattarie il diritto alla libertà di culto, garantendo il diritto all’edificazione di spazi religiosi autogestiti da parte delle diverse comunità? Come regolare la legislazione sui cibi, rispettando le norme igieniche e insieme la particolarità dei rituali religiosi?

– Come dare spazio nei media pubblici (radio, tv) alla pluralità delle culture e delle tradizioni? Come introdurre nella difesa dei beni culturali anche la tutela di luoghi, simboli, produzioni artistiche anche non occidentali/cristiani?

– Come ridiscutere la presenza dei cappellani militari nelle forze armate? ma anche: come far accedere ai corpi preposti alla sicurezza pubblica anche cittadini immigrati di diversa religione e cultura?

– E poi le regole della bioetica e della legislazione familiare: può essere possibile salvaguardare i comuni diritti di tutti i cittadini rendendoli compatibili con le tradizioni e le regole religiose delle diverse appartenenze? Matrimonio e diritti di famiglia – diversi nelle varie culture e tradizioni- richiedono un’omologazione uniforme, astratta, universale, o possono dare spazio a rimodulazioni che non mortifichino alcun soggetto, e nessuna donna in particolare?

Problemi enormi, come si vede, direi epocali. Non si combattono il terrorismo, la ferocia distruttiva dei fanatici islamisti (pilotati da chi? è giunto il momento di chiedercelo), l’ideologia dello scontro fra civiltà, e neanche la xenofobia di destra, solo con la buona volontà. Oserei dire che come nel 1945/1948 si trattò di scrivere la nuova costituzione repubblicana c’è bisogno oggi di ridefinire le regole del nostro “patto sociale” multiculturale (o forse, meglio- interculturale) che ci insegni le regole di una pacifica convivenza fra diversi. Situazione inedita, che può perfino spaventarci. L’impresa è enorme e richiede una creatività mai prima messa in campo. Noi davvero non abbiamo nulla da dire e da dare, in questa poderosa impresa?

Non solo. Non deve mancarci il coraggio di opporci, anche pubblicamente, come cristiani dal basso, a tutti gli integralismi, siano essi cattolici, oppure islamisti, sionisti, induisti, e perché no ateisti, dei nostri gionri, ecc. E questa è una fatica che potrebbe anche rivelarsi dolorosa. Accoglienza e fraternità, ma proprio per questo anche fermezza nei confronti di ogni intolleranza, da qualunque parte provenga, anche se malauguratamente si tratta di gruppi economicamente e socialmente deboli. Come in realtà talvolta accade.

Non credo che possiamo chiudere baracca e burattini, né contentarci di essere buoni, premurosi, solidali. C’è un mondo nuovo da inventare, e servono idee nuove, politiche nuove, normative nuove. Non basta certo un Ministero per l’Integrazione, che già nel nome prefigura l’omologazione del diverso e del nuovo ad affrontare queste tematiche!

Questa nuova fatica ci attende. Non disertiamola. Potremmo magari discuterne già nel prossimo convegno nazionale delle Comunità di base e dei movimenti ecclesiali critici?

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