Home Europa e Mondo Plaza De Mayo, Nora sfida Chiesa e governo: “In nome dei nostri figli, riaprite gli archivi”

Plaza De Mayo, Nora sfida Chiesa e governo: “In nome dei nostri figli, riaprite gli archivi”

Costanza Zanchini
http://espresso.repubblica.it/ 4 marzo 2015

Sono passati 38 anni e Nora, di Carlos Gustavo, non ha mai saputo più nulla. Quello che sa è che l’attuale capo dell’esercito, Cèsar Milani, nominato dalla presidente Cristina Kirchner, “si è reso responsabile di violazione dei diritti umani” e potrebbe essere stato coinvolto nella sparizione di suo figlio o in quella di altri desaparecidos. Come sa che né i governi che si sono succeduti né la Chiesa hanno voluto fare piena luce sulla pagina nera della storia del suo Paese quando in Argentina tra il 1976 e il 1983 c’è stata la messa in pratica sistematica di un terrorismo di Stato da parte di una dittatura sanguinaria con sequestri, torture, omicidi degli oppositori politici cui strapparono anche i neonati.

Dal lontano 30 aprile del 1977, quando per la prima volta lei e altre 13 madri, decisero di andare in Plaza de Mayo a manifestare di fronte alla sede del governo trasformando il dolore per la perdita dei propri figli in coraggio nel fronteggiare la dittatura, le sue cariche a cavallo e le sue crudeli vendette, Nora non si è mai arresa e non intende farlo ora. Il movimento delle Madres de Plaza de Mayo, che ha unito migliaia di donne in quella piazza simbolo, da quel sabato e poi tutti i giovedì da allora sino ad oggi, è ora raccontato nei libri di scuola dei suoi nipoti come un pezzo fondamentale nel processo di democratizzazione in Argentina. Ma lei, che oggi ha 87 anni, non ci pensa proprio a farsi rinchiudere tra le pagine di un libro e ritiene, contrariamente ad altre Madres che hanno “diluito” la loro lotta, che l’impegno per la ricerca della verità debba proseguire senza sconti.

Quando l’attuale capo dell’esercito fu nominato, attacca Nora, la presidente Kirchner “sapeva” dei “sospetti” su Milani ma lo ha nominato lo stesso. Cèsar Milani, spiega la Cortinas, “era ufficiale nella zona dove mio figlio e altri giovani” furono inghiottiti dal regime. “Noi chiediamo che egli renda conto di quanto ha fatto. Deve dire quello che sa e far aprire gli archivi” su quelle vicende.

Niente sconti neanche alla Chiesa da questa donna cattolica. “Sono dimostrate le complicità dei vertici con la dittatura, cappellani militari davano l’estrema unzione ai desaparecidos prima che questi venissero gettati nel Rio de la Plata, il vertice, quattro o cinque vescovi, di cui solo uno credo oggi sia vivo, sono sempre stati schierati con il regime” e non c’è “mai stato un mea culpa”, ricorda Nora Cortinas.

All’attuale Papa argentino, Francesco, che in piena dittatura ebbe un ruolo di peso come Provinciale dei gesuiti in Sud America, chiede con forza giustizia: “so che Bergoglio durante la dittatura ha aiutato qualcuno ma so anche che sui desaparecidos non ha mai speso una parola, io non l’ho mai visto al nostro fianco. Si bea di essere moderno – lo sfida – dimostri la sua modernità chiamando l’episcopato argentino e ordinando che vengano aperti gli archivi della Chiesa per fare piena luce su quanto avvenne”.

Una cosa è certa. Gli anni della dittatura non sono stati ancora raccontati nella loro interezza, ci sono processi in corso, alcune condanne, e verità che, nonostante i passi avanti, incontrano resistenze. “Ho tre nipoti e ho tre bisnipotine e continuerò a lottare fino a quando mi rimarrà l’ultimo alito di vita”, afferma questa donna dall’energia inesauribile, con l’ostinazione di chi non intende scendere a compromessi su questioni che non ritiene negoziabili.

Ed è questo in fondo il motivo per il quale è divenuta ormai incolmabile la frattura, consumata nel 1986, tra l’associazione delle Madres de Plaza de Mayo guidata dalla più nota Hebe de Bonafini e l’associazione Madres de Plaza de Mayo, Linea Fundadora, di cui Nora fa parte. “I diritti umani, la ricerca della verità e della giustizia, non devono essere maneggiati da un governo o un partito, deve essere il popolo a difenderli attraverso istituzioni e organismi indipendenti. Tutte noi madri dobbiamo essere coscienti che se ci affidiamo ai governi finiamo per diluire la nostra lotta. Nessun governo può appropriarsi dei diritti umani, deve solo difenderli applicando la Costituzione”, sostiene Nora, aggiungendo che i Kichner hanno messo in atto un’operazione per “cooptare” il movimento delle Madri di Plaza de Mayo.

Il 29 gennaio scorso, a pochi giorni dal misterioso omicidio/suicidio del giudice che stava indagando su Cristina Kirchner e che ha messo a nudo la fragilità della democrazia argentina, a Plaza de Mayo c’erano due gruppi di donne arrivate a distanza di un quarto d’ora l’uno dall’altra. Le prime, quelle di Hebe de Bonafini che, tra stand e bandierine, hanno letto un comunicato dove esprimevano adesione cieca alla Kirchner: “l’attacco è contro Cristina, senza dubbio. Il sistema giudiziario sta attaccando la presidente. Cristina è la stella più lucente”. Le secondo, arrivate di lì a poco, un gruppo più piccolo, Nora era tra queste, giunte come tutti i giovedì a spiegare a chi ha voglia di fermarsi perché la loro lotta non è finita, con uno striscione dove si ricordavano i 30mila detenutos-desaparecidos vittime della dittatura.

“Le madri Linea Fundadora – spiega Nora Cortinas – chiedono che si aprano gli archivi e che ci dicano cosa accadde a tutti i desaparecidos, uomini e donne. Vogliamo che i giudici dicano a chi sono stati assegnati i figli strappati dal seno delle madri e che ora hanno circa 40 anni”. Ma il governo non lo fa: “non vuole aprire gli archivi perché i nomi che sono in questi archivi coinvolgono funzionari che ora sono in carica”, assicura.

Sul numero dei 30mila detenutos-desaparecidos in Argentina ancora si discute, con chi tiene a puntualizzare che sono stati di meno, anche se bastano le frasi del mai pentito dittatore Videla (finito in carcere solo nel 2003 e morto quasi due anni fa) a dare la misura di quanto è avvenuto. Videla amava ripetere: “prima elimineremo i sovversivi, poi i loro collaboratori, poi i loro simpatizzanti, successivamente quelli che resteranno indifferenti e infine gli indecisi”. Il materiale raccolto in questi anni dalle organizzazioni per i diritti umani, con le testimonianze delle vittime e le atroci ammissioni nei processi, confermano che il regime fece di tutto per realizzare quel piano.

Le vetrate dell’Esma, la scuola di addestramento della Marina che durante la dittatura si era trasformata (come altri luoghi sparsi in tutta l’Argentina) in scenario dell’orrore, sono ricoperte da migliaia di piccole foto che ritraggono i volti dei desaparecidos, foto caparbiamente conservate e diffuse dalle madri in tutti questi anni alla ricerca di qualsiasi notizia potesse restituire qualcosa, qualsiasi cosa, sui loro figli inghiottiti dal regime. “No, non sono raffigurati 30mila volti – risponde la giovane donna che tiene una visita guidata nello spazio della memoria ricavato dagli edifici che rimasero incredibilmente nella disponibilità dei militari fino al 2004 – questa cifra è stata fornita dalle associazioni a difesa dei diritti umani sulla base delle indagini che sono state svolte in questi anni. Certamente quello che sappiamo è che sono migliaia, come sappiamo che ai prigionieri veniva dato un numero, da 1 a 999, e che a partire dal millesimo desaparecido i militari ricominciavano a contare. Si è scoperto che lo stesso numero era appartenuto a più detenuti”.

La giovane donna dello “spazio della memoria dell’Esma” indica da fuori le stanze ridotte a cunicoli dove erano relegati i detenuti, quelle dove venivano torturati, il piazzale da cui partivano i voli della morte per il Rio de la Plata dove i desaparecids venivano gettati in mare. E anche le stanze, le uniche con le finestre, dove le donne incinta portavano alla luce i propri figli e poi venivano uccise.

I bambini strappati dal seno delle proprie madri, che sono stati affidati a famiglie di militari o legate al regime, si stima siano stati circa 500. Di questi, grazie alla ricerca instancabile delle loro nonne, che si costituirono nel movimento delle Abuelas, ne sono stati “recuperati” sinora 116. Un processo, quello della identificazione, lungo e doloroso, rifiutato peraltro da alcuni a causa dell’enormità nello scoprire che chi ti ha cresciuto è stato il carnefice dei tuoi veri genitori.

Tanto ancora è da ricostruire e non solo in Argentina: pochi giorni fa, nell’aula bunker di Rebibbia a Roma, si è aperto il processo Condor (dal nome del Piano messo in atto negli anni settanta capeggiato dagli Stati Uniti in diversi Paesi del Cono Sud dell’America latina per imporre il neoliberismo “a tutti i costi”, ricorda Nora). Quarantatré giovani di origini italiane sono stati sequestrati e uccisi tra il 1973 e il 1978 in Argentina, Perù, Bolivia, Uruguay e Cile e tra gli imputati, nessuno è di nazionalità Argentina perché l’Argentina non ha collaborato con la giustizia italiana e non ha notificato, come richiesto, gli atti per consentire agli imputati di partecipare al processo. Mentre a novembre scorso è stata lanciata in Italia una campagna di sensibilizzazione promossa dalle Abuelas poiché, hanno spiegato, alcuni figli di desaparecidos potrebbero trovarsi qui.

E in Argentina? A più di trent’anni dalla fine della dittatura, molti processi sono ancora in corso. Secondo i dati del Centro de estudio legales y sociales, aggiornati a metà 2014, sono oltre 2500 le persone accusate di aver violato i diritti umani, poco più di un terzo (981 persone) sono state processate, 545 di queste hanno ottenuto una sentenza e la quasi totalità, circa 500, sono state giudicate colpevoli. Solo 121 i giudizi conclusi tra il 2006 (quando i processi finalmente partirono grazie al cambio di clima politico) e il 2014, cioè il 30%. Prevalentemente, i giudizi aperti hanno riguardato uomini in uniforme e le organizzazioni dei diritti umani che lavorano al recupero di una memoria collettiva stanno spingendo affinché si indaghi sulle complicità in reati contro i diritti umani da parte di settori della società, come funzionari civili o imprenditori.

Il giudizio contro la giunta militare, aperto nel 1985, fu chiuso con rapidità. E dopo le prime condanne, arrivò un colpo di spugna con le leggi sull’impunità. “Con i governi Kirchner abbiamo ottenuto che ci fossero i processi e i primi condannati – spiega Nora – sono finiti finalmente in carcere. Ma –sottolinea – non dobbiamo applaudire tutti i giorni”. “Il gruppo delle madri che ha deciso di appoggiare il governo in tutto quello che fa, sarà domani responsabile e complice di quello che si dimostrerà essere sbagliato. Le Madri Linea Fundadora sono convinte che quando le cose non vanno è necessario dirlo, con tutto il rispetto, ma dirlo”.

Girando per Buenos Aires e parlando con chiunque abbia voglia di rispondere, la fotografia che viene restituita è di un Paese ancora non pacificato, dove le contrapposizioni sono nette. I commenti scettici nei confronti dei politici o di chiunque abbia un ruolo pubblico sembrano un intercalare, salvo poi la necessità di esprimere certezze per difendere il proprio vissuto e le proprie posizioni in quegli anni. “Che dovrei pensare? – afferma Nuccio un emigrante di origine italiana come ce ne sono tanti – Un giorno sono entrati nella fabbrica dove lavoravo e davanti ai nostri occhi hanno ucciso il padrone e il capo del personale”, dice in un discorso dove definisce i montoneros “terroristi” aggiungendo che “nessuno di loro ha pagato” e che anzi “oggi siedono in Parlamento”. Se gli si fa notare che la dittatura ne ha eliminati migliaia senza processo, risponde che “qualche eccesso c’è stato ma bisognava riportare l’ordine”.

“La gente è ingiusta – riflette Nora – chi parla così non si rende conto che questo esercito di occupazione, nel suo stesso Paese, stracciò tutti i diritti civili, qui si torturava, si uccideva e si rapivano i bambini. Qui smisero di funzionare i tre poteri dello Stato, e non c’era un solo giudice che indagasse, le porte della Chiesa ufficiale erano sbarrate, nessuno apriva quando bussavamo per chiedere informazioni”. In quegli anni si intensificò la propaganda alla radio e in televisione, “cercando di inculcare nella testa della gente le accuse contro chi poi sarebbe stato fatto sparire. Signora sa dove è suo figlio? Sa cosa sta facendo suo figlio?”, ricorda.

Gustavo, racconta Nora, “cominciò la sua militanza con un sacerdote cattolico nella Villa 31, Carlo Mujica, che fu assassinato dalla tripla A (Alleanza anticomunista argentina) nel 1974” a causa del suo impegno a fianco dei poveri, per la loro liberazione e a difesa della loro dignità. “Quando il sacerdote fu ucciso – prosegue – Gustavo cominciò a militare in una unità di base del suo partito, la gioventù peronista. Era un giovane che sentiva il desiderio di contribuire a cambiare una società ingiusta”.

“Al principio del ’74 c’era un gruppo che aveva deciso di impugnare le armi ma nel ’76 in una dichiarazione delle stesse forze armate dissero che non c’era nessuna guerriglia armata nella Repubblica argentina. Ciò significa che in quel momento cominciò il terrorismo di Stato e un patto criminale tra forze armate, imprenditori e politica”, prosegue. Gustavo fu catturato la mattina del “15 aprile del 1977, un giorno che andava al lavoro nel Gran Buenos Aires, l’unica cosa che ho saputo di lui da allora è che lo avevano preso alla stazione dei treni Castelar dove vivevamo”. Subito dopo, un gruppo di militari irruppe a casa Cortinas per una di quelle operazioni “che furono migliaia e che non venivano registrate ma che godevano della complicità delle forze dell’ordine: misero tutto sottosopra, rubarono, minacciarono mia nuora”.

Quel giorno Nora scese in strada e non si è “più fermata”. “Ho iniziato a conoscere altre madri, cominciammo a contarci, andavamo negli uffici delle forze armate o alla sede dell’episcopato alla ricerca di risposte che non ci venivano date”. I loro figli e le loro figlie erano spariti nel nulla.

Fu una Madre della prima ora, Azucena Villaflor, uccisa a sua volta nel dicembre 1977 insieme a un gruppo di familiari di desaparesidos e due religiose francesi e i cui resti furono ritrovati nel 2005, a proporre di andare in Plaza de Mayo “perché la gente ci vedesse”, di camminare nella piazza “visto che i militari ci obbligavano a circolare” e a lanciare il proclama iniziale: “tutti sono nostri figli”, trasformando una lotta individuale in una lotta collettiva, ricorda Nora Cortinas.

“Non c’è una cifra esatta di quante furono le Madres di Plaza de Mayo, così come non c’è una cifra esatta del numero dei desaparecidos, ma fummo migliaia in piazza. Ogni giorno fummo più numerose, perché ogni giorno avvenivano sparizioni. Questo metodo infame era sistematico, massivo, in tutto il Paese: dal Nord al Sud, dall’est all’ovest. Operazioni venivano fatte ovunque, nelle case, nelle fabbriche, nelle scuole e nelle università, in strada. Ovunque appariva una pattuglia e razziava quello che voleva”.

Governo e Episcopato argentino “devono aprire gli archivi”, insiste. “Di ciascun desaparecido, sia che siano stati 30mila o uno solo, deve essere chiarita la storia, dove lo presero i militari, cosa gli accadde e chi sono i responsabili diretti. E a chi ci chiede di perdonare io dico che per perdonare dovrebbero riemergere dal fondo del Rio de la Plata tutti quei corpi, quelle tombe senza nome. Il nostro compromesso, nel nome dei nostri figli, è cercare la giustizia, il nostro compromesso è che non si può dimenticare e che con i genocida non c’è riconciliazione. Con il popolo ci siamo riconciliate ma la riconciliazione civica non potrà avvenire finché i responsabili non riconosceranno quello che hanno fatto e finché non staranno in carcere. Non c’è un’altra strada possibile”.

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