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Un confuso riformismo restauratore di MDiSchiena

Michele Di Schiena*
www.adistaonline.it

Da una riforma all’altra, ansiosamente e velocemente, con annunci di esaltanti cambiamenti storici frutto di provvedimenti messi a punto nelle appartate stanze del potere da uffici e uomini di fiducia del governo senza tenere nel debito conto le realtà del Paese e senza gli apporti di elevate competenze culturali e scientifiche. Un frenetico passaggio dall’una all’altra riforma senza che i cittadini possano avere adeguata contezza di quanto viene messo in cantiere e senza prevedere tempi e strumenti di verifica degli effetti concreti di tale tumultuosa produzione normativa. Un modus operandi, quello del governo, che mortifica la partecipazione democratica, comprime i poteri del Parlamento e sacrifica il doveroso studio e la necessaria riflessione sull’altare di una spasmodica fretta che non sembra avere altro obiettivo se non quello di coltivare il mito di un’efficienza fine a se stessa.

Un continuo bombardamento di novità che serve anche a distogliere l’attenzione dai dissensi e dalle proteste provocate dalle decisioni già adottate: dalla riforma del lavoro, fortemente contrastata dai sindacati, alle riforme istituzionali ed elettorale che rischiano di provocare un profondo mutamento dell’impianto costituzionale della nostra democrazia, tanto da indurre alcuni commentatori a parlare di “democratura”, un regime a metà strada fra la democrazia e la dittatura; dalla nuova legge sulla responsabilità civile dei giudici, che con alcune disposizioni rischia di comprimere la libertà e l’autonomia dei magistrati esponendoli anche ad attacchi paralizzanti da parte di poteri forti e di gruppi criminali, alla riforma della Rai che dovrebbe essere gestita da un Consiglio di amministrazione di sette membri (quattro nominati dal Parlamento in seduta comune, due dall’esecutivo e uno in rappresentanza dei dipendenti) mentre l’amministratore delegato, il vero capo dell’azienda, dovrebbe essere scelto dal governo e confermato dal CdA. E ancora: da una improvvisata e inadeguata riforma della scuola agli altri provvedimenti in gestazione destinati ad alimentare un riformismo a getto continuo, nel quale saranno prevedibilmente rinvenibili misure restrittive a danno dei corpi intermedi e degli organi di controllo, ma sarà difficile trovare provvedimenti di qualche rilievo contro le piaghe della corruzione e dell’evasione fiscale.

Ma di quale cultura è figlio il riformismo renziano? Certo di nessuna delle tre grandi culture (progressista di matrice socialista, solidarista di ispirazione cattolico-democratica, liberal-democratica di sensibilità illuminista) che nell’immediato dopoguerra dettero vita al patto costituzionale che fonda la nostra Repubblica e che nel successivo trentennio furono preziosa fonte di ispirazione per le politiche keynesiane di segno redistributivo. Le logiche dell’attuale esecutivo sembrano invece prendere le mosse da quella “reazione restauratrice” che a partire dalla fine degli anni ’70 cominciò a mettere in discussione l’impianto costituzionale della nostra democrazia, nonché le conquiste, le tutele e i diritti acquisiti nei precedenti decenni.

Una reazione che in Italia si manifestò anche col “Piano di rinascita democratica” del maestro venerabile della loggia massonica P2 Licio Gelli, che prevedeva la semplificazione del panorama politico col bipartitismo, il rafforzamento dell’esecutivo, il controllo dei media, la ripartizione delle competenze fra Camera dei deputati con funzione politica e Senato della Repubblica con funzione economica, il ridimensionamento dei sindacati con la rottura fra Cgil e altre organizzazioni, la riforma della Magistratura con la separazione delle carriere fra pm e giudici, la responsabilità civile dei magistrati per colpa e via dicendo. Un programma che in maniera impressionante somiglia a quello che oggi sta trovando larga attuazione. Una reazione contro-riformatrice che sul versante economico sfociò poi nel nostro Paese, come in Europa e nell’intero Occidente, nell’esplosione del neoliberismo con le ricette di Milton Friedmann sulla deregulation, le privatizzazioni e la riduzione delle spese sociali. Una filosofia in qualche modo sponsorizzata fra mille contraddizioni dal berlusconismo e che oggi pesantemente influenza la politica dell’attuale governo.

Il riformismo renziano, discutibile nei contenuti, appare poi colpevolmente approssimativo anche nella formulazione tecnica dei provvedimenti adottati che sembrano destinati a produrre situazioni complicate e confuse. Per fare solo qualche esempio, sulla riforma della Rai, è appena il caso di rilevare l’impossibilità di stabilire con legge ordinaria che alcuni membri del CdA siano nominati dalle Camere in seduta comune, perché l’art. 95 dello Statuto stabilisce che il Parlamento si riunisce in seduta comune nei soli casi stabiliti dalla Costituzione, fra i quali non è contemplato quello in questione. Così come non appare proponibile che sia il governo a scegliere, sia pure con la ratifica del CdA, il capo dell’azienda, dal momento che la Corte costituzionale con sentenza n. 225 del 9 luglio 1974 ha stabilito che gli organi direttivi dell’ente gestore non possono essere «costituiti in modo da rappresentare direttamente o indirettamente espressione, esclusiva o preponderante, del potere esecutivo». Con riferimento infine alla riforma della scuola, sembra proprio che in tale travagliato settore i problemi siano destinati a crescere con la scelta di dar vita a un arcipelago di piccole imprese senza mezzi e affidate alla guida di un dirigente privo di cultura aziendale, ma dotato di poteri di ampiezza tale da esporlo al sospetto di favoritismi e al rischio di interminabili contestazioni. Un errore, perché la strada da imboccare sarebbe dovuta essere quella di promuovere le qualità professionali degli insegnanti, non certo elargendo ad essi qualche misero premio o l’elemosina di qualche buono-acquisto, ma valorizzandone il ruolo col riconoscimento della sua vitale importanza e con la corresponsione di adeguati e dignitosi compensi, creando così le premesse di più rigorosi e selettivi reclutamenti.

* presidente onorario aggiunto della Corte di Cassazione

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