Home Comunità Cristiane di Base A proposito di “Primo Piano”: valorizzare parole gia’ dette di L.Angeloni

A proposito di “Primo Piano”: valorizzare parole gia’ dette di L.Angeloni

Luciana Angeloni
Comunità di base dell’Isolotto – Firenze

Vorrei sottoporre a coloro che seguono la rubrica “Primo Piano” del nostro sito nazionale alcune riflessioni ed interrogativi sul valore ed il significato di impegnarsi a mantenere aperto questo spazio di opinioni sull’attualità. Provo forte disagio personale nel continuare a leggere e/o moltiplicare parole, opinioni, pensieri ed idee personali ed individuali: a furia di leggere e ascoltare rimane nella mia mente e forse non solo nella mia, un brusio confuso che non mi rende possibile discernere e non mi coinvolge se non nell’esprimere un parere: mi piace, condivido, non condivido..

Poiché la nostra identità si caratterizza per essere “comunità” di base, poiché su temi ancora di forte attualità ci siamo espressi molte volte come movimento ed abbiamo in archivio raccolte di documenti, libri, fascicoli di convegni, opinioni socializzate, testimonianze: è proprio necessario caratterizzare il primo piano sempre con riflessioni individuali ? Questa impostazione giornalistica del primo piano solo come opinione personale su un argomento mi sembra limitata e non corrisponda pienamente alla nostra identità. E’ vero che c’è l’esigenza di mantenere lo sguardo sull’oggi, ma intrecciare presente, storia e memoria di cammini condivisi potrebbe essere uno stile altro rispetto ad un giornalismo prigioniero di schemi precostituiti?

Non dico che si debba procedere sempre in questo modo.

La mia proposta vorrebbe essere di recuperare e valorizzare anche le tante parole portatrici di messaggi-esperienze- contenuti che abbiamo prodotto negli anni e che hanno il sapore ed il valore della modernità e dell’attualità. Si tratterebbe soprattutto della socializzazione di metodi ed esperienze che hanno ancora significato per l’oggi della chiesa e della società: dunque riflessioni che siano capaci di offrire contributi per un progetto di rinnovamento da elaborare insieme, donne ed uomini che ritengono utile proseguire nell’ impegno per la costruzione di cammini comunitari non solo ecclesiali.

Una delle scorse domeniche il gruppo che preparava l’assemblea della nostra comunità, in relazione ai fatti di Parigi, riproponeva una riflessione sul tema “libertà” che, contestualizzata, ci aiutava a riflettere sull’oggi ripercorrendo i cammini di ieri.

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“A commento della lettura della prima lettera di Pietro riportiamo l’omelia di Enzo Mazzi del maggio 1968, tratta dal libro “L’Isolotto: una comunità fra Vangelo e diritto canonico” di Sergio Gomiti, Edizioni il pozzo di Giacobbe, 2014:

« “Comportatevi da uomini liberi, non come chi usa la libertà come una maschera per coprire la malizia, ma da servi di Dio”. Queste parole di S. Pietro che abbiamo lette dalla sua prima lettera sono molto attuali. La libertà è anche oggi la più grande aspirazione degli uomini e dei popoli. La libertà è una mèta e una causa per la quale merita veramente spendere tutto.
Ma il cammino verso la libertà, anche oggi come ai tempi di Pietro, è ostacolato dalla falsità. L’Apostolo dice che bisogna stare attenti a non usare della libertà come di una maschera per coprire la malizia. C’è dunque un modo vero e uno falso di cercare, di difendere e di usare la libertà. E’ importante cercare la libertà in modo vero.

Prendiamo un esempio: l’affamato e il sazio. L’affamato cerca disperatamente la libertà di sfamarsi; il sazio invece cerca la libertà di godersi in pace la propria sazietà, senza essere disturbato da nessuno. Non è difficile capire che il primo è sincero nella sua ricerca di libertà, il secondo invece è falso, egli usa della libertà come di una maschera per coprire il proprio egoismo. Oggi, nella società nella quale viviamo, si parla tanto di libertà. Sentiamo dire che la nostra società è una società libera e che dobbiamo difendere questa libertà. Ma che libertà è la nostra: è vera libertà o libertà falsa? Dobbiamo cercare di vederci chiaro, perché la libertà è una cosa molto importante. La lettera di S. Pietro ci invita a questo esame.

Prendiamo uno degli aspetti più fondamentali della libertà e che, in questo caso, ci riguarda in modo particolare: la libertà religiosa. Si dice che nella nostra società vi è libertà religiosa. E’ vero questo? Badate bene che quando si parla di libertà religiosa non si intende la possibilità di vivere o no la religione esteriormente, la facoltà di andare o no in chiesa, la possibilità di insegnare la religione nelle scuole, la possibilità di costruire chiese, ecc. La libertà religiosa riguarda il più profondo dell’uomo e in particolare la possibilità di cercare la verità, la possibilità di pensare, di fare le proprie scelte religiose, di aderire al Vangelo e alla Chiesa in maniera personale, attiva, responsabile e creativa. Questa è la vera libertà religiosa. Ma vi è da noi questa libertà religiosa?

Domandiamoci prima di tutto quale è la libertà dell’uomo comune, dell’operaio, della persona del popolo in ordine alla ricerca della verità… La persona del popolo, l’uomo comune deve solo affidarsi a chi ha il tempo, la possibilità e il compito di pensare e quindi di decidere. Di fatto la gran massa della gente è considerata solo a livello delle sue possibilità di lavoro, di produzione. Si guarda come la massa può essere influenzata, guidata, magari anche contentata; ma le è tolta la possibilità di pensare e di decidere. La stessa condizione del lavoro è tale che non c’è tempo di pensare e i pochi spazi che rimangono liberi sono riempiti spesso da cose che stordiscono e fanno dimenticare la realtà dei problemi. La libertà più profonda dell’uomo scompare, e l’uomo come tale, cioè come persona che pensa e che decide, è ridotto a nulla…

Non vi sembra dunque che nel nostro sistema sociale la libertà religiosa si riduca davvero a poco più che un paravento? La stessa struttura ecclesiastica è talmente inserita in questo sistema sociale che finisce per sostenerlo e per renderlo più oppressivo. E’ doloroso vedere come gli uomini, per ognuno dei quali Cristo è morto e risorto, sono considerati, perfino dalla Chiesa, poco o nulla in quella che è la loro caratteristica fondamentale: la libertà, la loro libertà di pensare, di maturare e di decidere. Di fatto ciò che la Chiesa propone agli uomini, alla massa degli uomini, è un complesso di verità e di cose bell’e pensate, bell’e fatte…

Il guaio è che fuori della Chiesa si trova subito un altro complesso di verità pronto ad accogliere e ad opprimere. Non vi sembra che anche nella nostra società la libertà religiosa sia un po’ una maschera, come dice S. Pietro?Non vi sembra che sia importante aprire gli occhi su queste cose? Non vi sembra che valga la pena di impegnarsi a fondo perché la nostra società divenga più rispettosa della libertà delle persone e specialmente delle persone più umili?
Non ci nascondiamo che si tratta di un impegno assai difficile, duro e anche rischioso. Ci sembra però l’impegno più importante dei nostri tempi, perché l’aspirazione alla libertà è senz’altro l’ aspirazione più fortemente sentita dagli uomini e dai popoli».

2 comments

Bruno Antonio Prof.Bellerate sabato, 18 Aprile 2015 at 17:05

Scontato l’accordo sul primo intervento, dato che io, soprattutto ora, dispongo quasi solo della possibilità di pensare, vorrei aggiunger qualche riflessione sulla “Libertà”. Non è un dono, disponibile dalla… nascita o quasi, ma è una conquista continua, fino alla morte. Si richiede, per questo, l’uso di “criteri” e di “metodi” acquisiti per l’esperienza o mediante un insegnamento propositivo e suffragato dall’esempio. E’ quindi un processo impegnato e impegnativo, nonché più o meno complesso, secondo i contesti storico-sociali.

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Casimira Furlani, detta Mira mercoledì, 22 Aprile 2015 at 16:41

Sì, la libertà è una conquista continua e spesso bisogna prendersela, superando enormi ostacoli. Le “parole dette” sono importanti solo quando ci spingono e ci orientano verso tale pratica politica. Si tratta di una pratica politica non ideologica che parte, per chi crede nel Vangelo di Gesù, dalla vita vissuta con gli umili e i poveri di questo mondo. Questo processo “impegnato e impegnativo” è un partire da sé differente per ciascuna/ciascuno di noi, una pratica che si svolge dentro di sé e fuori di sé, guardando la vita e ascoltando il pensiero dell’altro/a non come un punto di vista immutabile, ma come essere umano, con i suoi limiti e la sua grandezza. Altrimenti si cade nel dogmatismo o nell’inutile mitico ricordo.
Enzo Mazzi l’ho personalmente conosciuto e frequentato fin dal 1954, quando fu mandato dal cardinale Elia Dalla Costa a fare il parroco nel quartiere dell’Isolotto (Firenze)con queste parole: “Vai a fare il missionario all’Isolotto”… “Due stanze in un casamento popolare e una cappellina furono per tre anni la sistemazione ideale per un prete che non voleva avere radici proprie per potersi incarnare nella situazione concreta del popolo…” (Isolotto 1954/1969 pag.12 ed.Laterza).

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