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Un nuovo 25 aprile per la democrazia di M.Vigli

Marcello Vigli
Adista n. 15 del 25/04/2015

Il saluto romano degli affiliati di Casa Pound durante il comizio di Salvini a Roma e la più recente condanna per tortura dell’Italia, da parte della Corte europea per i diritti dell’uomo per le conseguenze del blitz della polizia alla scuola Diaz di Genova del 2001, dove dormivano i manifestanti anti-G8, pongono seri interrogativi a chi si accinge a celebrare il 25 aprile come anniversario della Liberazione. I fascisti dichiarati sono legittimati da quello che si appresta a diventare il terzo partito italiano; e non sono ancora puniti né i poliziotti, che hanno maltrattato e umiliato cittadini inermi, né i loro superiori, che li hanno autorizzati.

Impossibile non considerarli segni, in diverso modo inquietanti, della permanenza di quella ideologia e di quella condizione di sudditanza da cui sembrava ci si fosse liberati quel 25 aprile di 70 anni fa. La costruzione della democrazia avviata con la proclamazione della Repubblica non è ancora conclusa; la Costituzione, che ha codificato nelle istituzioni repubblicane le forme di esercizio della sovranità popolare, rischia di essere stravolta in nome della governabilità dopo essere stata a lungo inattuata.

I cittadini non sono l’unica fonte della legalità, ma i destinatari di un’azione pedagogica e assistenziale da parte di governanti, autoreferenziali e impegnati solo ad assicurare pace e ordine per garantire il buon funzionamento del mercato. Non era questo l’obiettivo di quei cittadini che l’8 settembre 1943 presero le armi per testimoniare la volontà degli italiani di chiudere i conti con il fascismo e non lasciare solo agli angloamericani il compito di cancellarne l’esistenza.

La celebrazione del 25 aprile può essere l’occasione per ricordarlo agli immemori e soprattutto per insegnare ai giovani che la democrazia va costantemente riaffermata. L’hanno trovata già costruita e quindi pensano di non doversi far carico sia del controllo della sua quotidiana attuazione da parte delle pubbliche istituzioni e delle forze politiche, sia dell’osservanza delle leggi e della solidarietà sociale nel loro agire quotidiano. Molto di quello che li circonda contribuisce a confermarli in questa loro irresponsabilità, a cominciare dalle condizioni in cui versa la scuola che dovrebbe formarli all’esercizio di una cittadinanza consapevole.

Va ancora peggio nella ricerca del lavoro, che li coinvolge spesso in un difficile intreccio di raccomandazioni, ricatti, patteggiamenti, atti di sottomissione che non li induce certo ad essere gelosi custodi della loro dignità. Ne consegue una spinta a coltivare l’arte di arrangiarsi piuttosto che ad impegnarsi per costruire uguaglianza, che è condizione prima per l’esercizio della libertà e per il funzionamento della democrazia. Oltre tutto mancano gli strumenti per tale impegno, e non sono d’esempio i comportamenti dei gestori delle pubbliche istituzioni. Le cronache parlamentari e governative e la corruzione a diversi livelli che obbliga la magistratura a intervenire, diffondono sfiducia e scoraggiamento.

Si auspicava che alla fine del predominio berlusconiano tutto ciò sarebbe stato “rottamato”, con il conseguente avvio della stagione delle riforme, garantita dall’arrivo di una nuova generazione di politici al governo. Non è stato così.

Né solo per incompetenza o mancanza di scelte strategiche. È in atto, anzi, una puntuale strategia per tenere il più possibile i cittadini e le loro associazioni fuori dai luoghi in cui si esercita il potere. Può bastare a comprovarlo il processo per l’approvazione di una nuova legge elettorale che sia veramente funzionale a garantire la conciliazione fra la maggiore rappresentatività e il massimo di governabilità. Resa necessaria dalla sentenza della Corte costituzionale, che ha finalmente abrogato la “porcata” della legge elettorale scritta da Calderoli per conto di Lega e Forza Italia, la legge elettorale sta per essere votata in un testo che ormai solo i parlamentari “renziani” del Pd e i loro alleati verdiniani sembrano disposti ad approvare. Non solo continua ad essere previsto un premio di maggioranza, che nessuna legge elettorale dei Paesi democratici consente, ma si privano gli elettori della libertà di esprimere una preferenza fra i candidati offerti dai capi partito.

A renderla inaccettabile, oltre al contesto istituzionale in cui si inserirebbe se sarà approvata – come sembra probabile – la riforma costituzionale, c’è il suo presupposto di considerare i cittadini incapaci di scegliere il meglio e comunque disponibili a vendere il loro voto. Eppure sono loro a costituire il popolo sovrano. Con tale proposta di legge, «le forme e i limiti», richiesti dall’articolo 1 della Costituzione per l’espressione della «sovranità che appartiene al popolo», diventano la negazione di tale principio supremo, che la vittoria del 25 aprile aveva reso possibile riaffermare e che la prossima celebrazione dovrebbe porre come obiettivo di un rinnovato protagonismo democratico.

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