Home Europa e Mondo Verso il disumano quotidiano? di F.Vassallo

Verso il disumano quotidiano? di F.Vassallo

Fulvio Vassallo
www.riforma.it

Le politiche dell’Unione Europea in materia di migrazione e le prassi applicate: quello che conta è proteggere le frontiere, non le persone. In tre giorni morti 400 migranti

L’Unione Europea persegue sempre più evidentemente politiche di esternalizzazione dei controlli migratori. Il lavoro sporco si affida ai regimi nordafricani, accordo dopo accordo. Lo sbarramento delle frontiere è avvertito come un problema di maggiore rilievo rispetto alla salvaguardia della vita umana, in nome di una non meglio definita sicurezza che in questi ultimi tempi si rappresenta a tinte fosche per i ricorrenti allarmi derivanti dalla minaccia terroristica. Alla fine però è la crisi economica che costituisce lo strumento principale che permette di innescare una guerra tra poveri e di vedere persino in coloro che chiedono asilo o altre forme di protezione una minaccia per il “benessere” ed il futuro dei cittadini europei. Partiti politici e movimenti apertamente xenofobi, presenti anche nelle sedi parlamentari, ammettono pubblicamente di volere tenere lontano i migranti ed i profughi anche a costo della loro stessa vita.

Il quadro generale è offerto dal Processo di Khartoum nel quale l’Italia, che ne ha promosso l’avvio nel semestre di presidenza dell’Unione Europea, ha coinvolto i paesi di origine come l’Eritrea e il Sudan, e di transito, come l’Egitto e l’Algeria, nel tentativo di impedire che le persone in fuga da quei paesi possano partire dalle coste africane verso l’Europa. Sono paesi dai quali si fugge perché governati da dittature o da regimi che applicano ancora detenzione arbitraria, torture e la pena di morte, come riferiscono i rapporti di Amnesty International, di Human Rights Watch e di diverse agenzie delle Nazioni Unite.

Anche l’Italia vuole coinvolgere i paesi di transito, “nel salvataggio dei migranti” però. E poi dove li sbarcheranno ? Provate ad indovinare? Ci vorrà proprio una legge per bloccare le espulsioni ed i respingimenti verso i paesi nei quali si rischiano la tortura o altri trattamenti disumani e degradanti ?

Occorrono corridoi umanitari subito, per evitare una ulteriore impennata del numero dei morti e dei dispersi. Nei primi due mesi di quest’anno siamo passati ad oltre 450 morti rispetto ai 45 circa degli stessi due mesi del 2014, quando era attiva la missione militare-umanitaria “Mare Nostrum”.

Se a marzo non si sono registrate notizie di stragi di persone in partenza dalla Libia è solo perché le partenze da quel paese erano diminuite, ma i migranti continuano a morire sempre più lontano dai confini dell’Europa degli egoismi nazionali e dell’odio verso i profughi. Ad aprile, appena il tempo è migliorato, e probabilmente per una diversa situazione sul terreno in Libia, sono riprese le partenze ed è stata strage continua. In soli tre giorni sono morte oltre 400 persone, morte di abbandono, perché i soccorsi non sono arrivati in tempo, perché le navi della Guardia costiera e della Marina militare italiana, che hanno effettuato il maggior numero dei salvataggi, non potevano raggiungere altre imbarcazioni da soccorrere prima di avere scaricato in porto i naufraghi che avevano a bordo. I mezzi di Frontex, presenti nel Canale di Sicilia con l’operazione Triton hanno avuto un ruolo del tutto marginale e il carico maggiore delle operazioni di ricerca e salvataggio è ricaduto sui mezzi della Marina militare italiana e della Guardia Costiera.

Si è anche appreso dell’avvio di diverse operazioni di salvataggio gestite da associazioni, in un caso con la collaborazione di Medici senza frontiere, Le azioni umanitarie singole non bastano, per quanto possano essere comunque utili per salvare vite umane in mare occorre un diverso impegno degli stati, oltre Triton, oltre Frontex.

Occorre una svolta nelle politiche dell’Unione Europea con l’apertura di canali legali di ingresso protetto, richiesti adesso anche dall’Unhcr e dall’Oim come unico strumento per sottrarre migliaia di vite ai trafficanti.

Occorre una missione internazionale di salvataggio. La missione Triton di Frontex dal punto di vista del salvataggio è quasi inesistente. Il prolungamento e il rifinanziamento della missione fino a dicembre del 2015 non hanno significativamente mutato la situazione nel Canale di Sicilia, dove le persone continuano ad annegare, mentre un numero sempre più elevato di salvataggi è affidato dalla centrale operativa della Marina a navi commerciali. Navi che non dispongono di attrezzature e di personale specificamente rivolti alle attività Sar (ricerca e salvataggio).

In Libia non e’ garantita nessuna possibilità di salvezza, né è pensabile a breve termine (e non sarebbe possibile neppure in un periodo più lungo) l’apertura di campi di raccolta dove “filtrare” i potenziali richiedenti asilo da ritrasferire poi in Europa. Il disumano prevale ovunque, a sud come a nord del Mediterraneo, nelle scelte della politica, nelle prassi di polizia e nel senso comune. Anche per chi sopravvive il destino in Europa è sempre più incerto, tra sistemi di accoglienza inadeguati e comportamenti discriminatori delle autorità e della popolazione.

Occorre rivedere urgentemente il Regolamento Dublino III perché bisogna garantire una distribuzione uniforme di tutti i richiedenti asilo nei diversi paesi europei, con il riconoscimento reciproco delle decisioni che riconoscono lo status di protezione internazionale, in modo da favorire la libertà di circolazione e la possibilità di movimenti secondari da un paese all’altro dell’Unione Europea senza finire di nuovo nelle mani dei trafficanti e degli agevolatori. In questo senso la politica europea e le prassi di polizia sono criminogene e alimentano un ricorso sempre più esteso alla falsificazione dei documenti di identità e di ingresso, anche perché a fronte del rischio delle traversate, stanno aumentando gli ingressi di potenziali richiedenti asilo (soprattutto siriani) dai valichi terrestri ed aeroportuali.

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Ripensare l’accoglienza

Matteo De Fazio
www.riforma.it

Dagli ultimi arrivi sulle coste italiane all’incontro del Tavolo Asilo con il sottosegretario Manzione

Prosegue l’ondata di sbarchi sulle coste italiane. Nell’ultima settimana la Guardia costiera ha soccorso diecimila persone in mare e quattrocento migranti avrebbero perso la vita in un naufragio al largo della Libia. Nelle ultime ore i quotidiani si focalizzano sui contorni di una lite che sarebbe scoppiata per motivi religiosi e avrebbe portato, secondo alcune testimonianze, a una rissa su una barca a seguito della quale una decina di persone sarebbero state gettate in mare. La polizia ha arrestato quindici persone tra chi era sulla barca.

«Sappiamo che alcune tensioni ci sono – dice Marta Bernardini, dell’Osservatorio Mediterranean Hope della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) – spesso ci sono dei conflitti tra diversi gruppi etnici o religiosi: questa notizia non è irrealistica. Quello che mi stupisce è pensare che quello che è avvenuto sia una questione esclusivamente religiosa, come è stato scritto. La situazione che vivono queste persone è tragica: spesso hanno viaggiato per lungo tempo al fianco, magari, di persone appartenenti a gruppi etnici o religiosi da cui hanno subito vessazioni, in situazioni di tensione e precarietà; basta poco perché possano scattare degli incidenti». L’osservatorio si trova a Lampedusa, luogo di passaggio per molti dei quasi diecimila migranti arrivati dell’ultima settimana: «come osservatorio delle migrazioni all’interno di un progetto Fcei, abbiamo un occhio di riguardo all’aspetto religioso e per primi cerchiamo di fare in modo che chi arriva abbia spazi per esprimere la propria fede – continua Bernardini – in questi mesi abbiamo constatato delle frizioni tra gruppi diversi che si trovavano a stretto contatto, ma abbiamo anche visto momenti di preghiera comune tra musulmani e cristiani appena sbarcati al molo Favaloro. Quello che colpisce è la grande attenzione dei media sull’elemento religioso, che inevitabilmente viene strumentalizzato in questo periodo difficile».

Pochi giorni fa, il Tavolo Nazionale Asilo, di cui fa parte anche la Fcei, ha incontrato il sottosegretario all’Interno Domenico Manzione esprimendo preoccupazione per i tempi stretti e per i contenuti del decreto legislativo con cui vengono recepite le due direttive europee sull’accoglienza e sulle procedure per il riconoscimento della protezione internazionale.

«L’incontro è stato espressamente richiesto dal Tavolo Nazionale asilo – dice Franca Di Lecce, del Servizio Rifugiati e Migranti della Fcei – ed è stato l’occasione per ribadire il rammarico per una mancata consultazione degli enti di tutela che fanno parte del Tavolo. Il decreto deve recepire due direttive europee importanti che impattano sulla vita delle persone in fuga e deve essere approvato entro luglio. Non avere un confronto con chi lavora sul campo con le persone è stata un’occasione persa. Pur apprezzando l’incontro, abbiamo richiesto che per il futuro il Governo torni a ripristinare quello che a fasi alterne c’è già stato, ovvero un’interlocuzione costante e regolare su questi temi».

Uno degli auspici del Tavolo è che il sistema di accoglienza sia pensato sempre più in modo strutturale e non emergenziale: «sicuramente, è intenzione del Governo arrivare ad un sistema di accoglienza adeguato, capace di rispondere alla realtà, e Manzione ha espresso questa volontà» continua Di Lecce. Rimane essenziale continuare a lavorare per creare una rete ampia e dinamica dell’accoglienza, superando i grandi centri, perché l’accoglienza diffusa sul territorio è migliore, evita le situazioni non dignitose derivanti dal sovraffollamento, limita gli effetti collaterali del business dell’accoglienza, e sembra dare risultati migliori: «il tema è collegato alle commissioni territoriali – dice Di Lecce – dal luglio dell’anno passato le commissioni sono aumentate, ma è importante che si continui a puntare sulla qualità. Una commissione competente accelera i tempi ed è in grado di prendere decisioni delicate che poi influiscono su chi fa richiesta d’asilo in Italia. Con il sistema Sprar, per esempio, il nostro Paese è un apripista. Durante l’incontro, sono state anche fatte delle proposte al sottosegretario, «proposte molto tecniche – dice Di Lecce – ma l’occasione del recepimento è un modo per riformare l’intero sistema: è un obbligo ma anche una chance. Un paese che si dota di sistema strutturale e non emergenziale ha già fatto un passo in avanti».

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