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Bilancio di un biennio di pontificato di E.Rindone

Elio Rindone
www.italialaica.it

All’intervistatore gesuita che gli chiedeva chi fosse Jorge Mario Bergoglio, il papa gesuita rispose definendosi un peccatore, e poi aggiunse: «Sì, posso forse dire che sono un po’ furbo, so muovermi, ma è vero che sono anche un po’ ingenuo» (Civiltà Cattolica 19/9/2013). I primi due anni di pontificato mi pare che abbiano ampiamente confermato tale auto definizione, che riecheggia l’esortazione evangelica “Siate dunque prudenti come i serpenti e semplici come le colombe” (Matteo 10, 16) ed è in linea con la fama di maestri di diplomazia che da sempre accompagna i membri dell’ordine fondato da Ignazio di Loyola.

In pochissimo tempo, infatti, Bergoglio è riuscito a conquistare, e non solo tra i fedeli, un entusiastico consenso già con la scelta di un nome evocativo come quello di Francesco e poi con uno stile di vita sobrio, perciò assolutamente inconsueto ai piani alti della gerarchia ecclesiastica, e con parole e gesti che esprimevano la sua calda umanità e una sincera partecipazione alle sofferenze degli ultimi.

La popolarità del papa è cresciuta nel corso dei mesi a seguito di scelte sicuramente apprezzabili, come la decisione di recarsi a Lampedusa per il suo primo viaggio da pontefice, la dichiarata volontà di fare pulizia in casa propria, con particolare riferimento alla piaga del carrierismo e agli scandali della pedofilia e dello IOR, la convocazione di un sinodo sulla famiglia, preceduto da un’ampia consultazione tra i fedeli e che forse si concluderà con qualche apertura circa la comunione ai divorziati.

Ma i fatti a mio avviso più rilevanti, e che non a caso hanno avuto minore eco sui grandi mezzi d’informazione, sono stati la pubblicazione (24/11/2013) dell’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium e il breve Discorso indirizzato (28/10/2014) ai rappresentanti dei Movimenti Popolari nel corso dell’incontro promosso dal Pontificio Consiglio della giustizia e della pace e dalla Pontificia Accademia delle scienze sociali.

Nel primo documento il papa, mentre affronta una serie di problemi intraecclesiali, si sofferma sul contesto in cui la comunità cristiana svolge la sua missione, e osserva che “la maggior parte degli uomini e delle donne del nostro tempo vivono una quotidiana precarietà” (EG 52). Mi pare che si possa cogliere nelle parole di Bergoglio – un uomo che per un certo periodo si è mantenuto prima facendo le pulizie in una fabbrica e poi lavorando come buttafuori in un locale malfamato di una città argentina – la sincera partecipazione alle sofferenze di milioni di esseri umani, ridotti alla condizione di scarti della società: “grandi masse di popolazione si vedono escluse ed emarginate: senza lavoro, senza prospettive, senza vie di uscita” (EG 53).

E questa condizione d’intollerabile miseria è prodotta da ben precise scelte economiche, che Francesco denuncia sferrando un vero e proprio attacco alla teoria, veramente peregrina ma indiscussa da decenni, secondo la quale, se i ricchi diventano più ricchi anche grazie a sostanziose riduzioni delle tasse, i poveri ne hanno un beneficio: “alcuni ancora difendono le teorie della ‘ricaduta favorevole’, che presuppongono che ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. Questa opinione, che non è mai stata confermata dai fatti, esprime una fiducia grossolana e ingenua nella bontà di coloro che detengono il potere economico e nei meccanismi sacralizzati del sistema economico imperante” (EG 54).

Parole davvero dirompenti, come quelle che vedono nelle disuguaglianze economiche la condizione che non lascerà ai poveri altra alternativa che la lotta violenta: “Si accusano della violenza i poveri e le popolazioni più povere, ma, senza uguaglianza di opportunità, le diverse forme di aggressione e di guerra troveranno un terreno fertile che prima o poi provocherà l’esplosione” (EG 59).

Non è strano che tali affermazioni abbiano suscitato le ire degli ambienti conservatori, specialmente americani, che subito hanno accusato di marxismo il papa, che ha avuto buon gioco a rispondere con pacata ironia che le sue parole, coerenti con la dottrina sociale della Chiesa, erano suffragate dai fatti: “C’era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente si ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri” (intervista a La Stampa 15/12/2013).

Ancora più significativo mi sembra il Discorso ai rappresentanti dei Movimenti Popolari di tutto il mondo, in cui Francesco, facendo rabbrividire i benpensanti, rileva con piacere che “I poveri non solo subiscono l’ingiustizia ma lottano anche contro di essa! Non si accontentano di promesse illusorie, scuse o alibi. Non stanno neppure aspettando a braccia conserte l’aiuto di Ong, piani assistenziali o soluzioni che non arrivano mai, o che, se arrivano, lo fanno in modo tale da andare nella direzione o di anestetizzare o di addomesticare”.

Ai poveri, dunque, spetta il compito di essere protagonisti di un vero e proprio cambiamento di paradigma, creando una società fondata non sull’egoismo ma sulla solidarietà che, ricorda il papa, non si riduce a qualche atto di generosità ma significa “pensare e agire in termini di comunità, di priorità della vita di tutti sull’appropriazione dei beni da parte di alcuni. È anche lottare contro le cause strutturali della povertà, la disuguaglianza, la mancanza di lavoro, terra e casa, la negazione dei diritti sociali e lavorativi. È far fronte agli effetti distruttori dell’Impero del denaro: i dislocamenti forzati, le emigrazioni dolorose, la tratta di persone, la droga, la guerra, la violenza e tutte quelle realtà che molti di voi subiscono e che tutti siamo chiamati a trasformare. La solidarietà, intesa nel suo senso più profondo, è un modo di fare la storia ed è questo che fanno i movimenti popolari”.

Se questo è l’obiettivo, è pura ipocrisia quella dei Paesi sviluppati e degli organismi internazionali che mettono in cantiere progetti di riduzione della povertà senza preoccuparsi di rimuovere le cause che la determinano: “Non si può affrontare lo scandalo della povertà promuovendo strategie di contenimento che unicamente tranquillizzano e trasformano i poveri in esseri addomesticati e inoffensivi. Che triste vedere che, dietro a presunte opere altruistiche, si riduce l’altro alla passività, lo si nega o, peggio ancora, si nascondono affari e ambizioni personali”. Il papa, quindi, incoraggia i movimenti popolari a continuare “a lottare […] affinché tutti possano beneficiare dei frutti della terra”, e ribadisce il suo stupore per le accuse che riceve: “È strano, ma se parlo di questo per alcuni il Papa è comunista. Non si comprende che l’amore per i poveri è al centro del Vangelo. Terra, casa e lavoro, quello per cui voi lottate, sono diritti sacri. Esigere ciò non è affatto strano, è la dottrina sociale della Chiesa”. Con Francesco, dunque, il papato si schiera apertamente con i poveri!

Credo che queste prese di posizione, unite alle dure critiche ai cardinali di curia, turbino più che “la tranquillità del cattolico medio” – come scrive Vittorio Messori, preoccupato per certe scelte pastorali che “sembrerebbero poco opportune, magari sospette di un populismo capace di ottenere un interesse tanto vasto quanto superficiale ed effimero” (Corriere della sera 24/12/2014) – i sonni degli ambienti ecclesiastici più tradizionalisti e dell’establishment economico internazionale.

“Avrei da osservare – prosegue Messori – alcune cose a proposito di priorità e di contenuti, nella speranza di un apostolato più fecondo”. E quali potrebbero essere queste priorità e questi contenuti? Per tranquillizzare il cattolico medio, abituato a quella religiosità borghese rispettosa dell’ordine (o del disordine?) costituito che è tanto apprezzata da gerarchie ecclesiastiche complici dei poteri mondani, ed evitare così il rischio di un troppo facile populismo, bisognerebbe tornare a insistere sui ‘principi non negoziabili’? Su questi temi la posizione di Francesco non è diversa da quella dei suoi predecessori, e l’ha detto con chiarezza, ma si rende conto, come ha dichiarato nell’intervista alla Civiltà Cattolica prima citata, che l’annuncio evangelico ha un respiro ben più ampio: «Non possiamo insistere solo sulle questioni legate ad aborto, matrimonio omosessuale e uso dei metodi contraccettivi. Questo non è possibile. Io non ho parlato molto di queste cose, e questo mi è stato rimproverato. Ma quando se ne parla, bisogna parlarne in un contesto. Il parere della Chiesa, del resto, lo si conosce, e io sono figlio della Chiesa, ma non è necessario parlarne in continuazione».

In effetti, questa a me pare la caratteristica dell’attuale pontificato: un approccio pastorale che ripropone il cuore del messaggio evangelico, la buona notizia annunciata ai poveri di cui parlano le beatitudini, unito a un’impostazione teologica assolutamente tradizionale. Bergoglio ha infatti firmato (29/6/2013), avendola appena ritoccata, l’enciclica Lumen fidei, preparata da Ratzinger e caratterizzata da un’impostazione decisamente preconciliare.

In questo documento, che sarebbe un errore sottovalutare, Francesco ribadisce, in totale sintonia col suo predecessore, che “il Magistero parla sempre in obbedienza alla Parola originaria su cui si basa la fede ed è affidabile perché si affida alla Parola che ascolta, custodisce ed espone”(n 49) e, senza tener conto delle acquisizioni dell’esegesi contemporanea, che per più aspetti rivoluzionano dalle fondamenta la teologia tradizionale, ritiene necessario l’assenso a tutte le verità rivelate e proposte dal magistero: “Proprio perché tutti gli articoli di fede sono collegati in unità, negare uno di essi, anche di quelli che sembrerebbero meno importanti, equivale a danneggiare il tutto”(n 48). Teologi ed esegeti devono quindi lavorare sotto la guida del magistero e non si ammettono deviazioni disciplinari, come dimostra la scomunica inflitta nel maggio del 2014 ai due fondatori del movimento Noi Siamo Chiesa.

Del resto, da tante dichiarazioni precedenti all’elezione si può ricavare la certezza che il nuovo papa ha sempre condiviso certe posizioni dei suoi predecessori. Nell’Argentina della presidente Kirchner, per esempio, da arcivescovo di Buenos Aires nel 2010 si oppose al disegno di legge che intendeva legalizzare il matrimonio omosessuale usando espressioni particolarmente dure: “Non siamo ingenui: non si tratta di una semplice lotta politica, […] bensì di una mossa del Padre della Menzogna che pretende di confondere e ingannare i figli di Dio”. E già in occasione delle presidenziali del 2007, come ricorda Valerio Gigante (Micromega 24/7/2013), aveva invitato gli argentini a non eleggere Cristina Kirchner perché «Le donne sono naturalmente inadatte per compiti politici. L’ordine naturale e i fatti ci insegnano che l’uomo è un uomo politico per eccellenza, le Scritture ci mostrano che le donne da sempre supportano il pensare e il creare dell’uomo, ma niente più di questo».

Si tratta, ovviamente, di posizioni molto tradizionali, che sembrano riecheggiare le espressioni di un padre della Chiesa: “Quanto grande sarà la sventura di quella città in cui le donne occuperanno le cariche degli uomini!” (Lattanzio, Epitome, 33 [38], 1). La diffidenza nei confronti della donna, di cui non è facile liberarsi, ha in effetti radici antichissime e Bergoglio l’ha appresa anche nella sua Compagnia di Gesù, il cui fondatore usava ripetere “La direzione spirituale di tre donne è compito più arduo dell’amministrazione di un ordine”. E non meno antiquata pare la credenza nel diavolo, che ha indotto Francesco a rilanciare il ruolo dell’esorcista come figura indispensabile nella lotta di liberazione degli uomini dal dominio del Padre della Menzogna.

Ma per un rinnovamento, che sembra non più rinviabile, dell’istituzione ecclesiastica, quali effetti può avere la convivenza di due aspetti – l’approccio pastorale sinceramente evangelico e l’altrettanto sincera adesione alla teologia tradizionale – che in Francesco appaiono inseparabili? Credo che, a breve, prevalgano le novità positive. Dissolto il clima plumbeo che ha caratterizzato gli anni di Benedetto XVI, si ha l’impressione di una nuova primavera della chiesa. In effetti, con l’elezione di Francesco è finalmente all’ordine del giorno il tema delle sofferenze dei poveri; si combatte, con la gradualità necessaria per evitare dolorose lacerazioni, la corruzione che sembra dilagare ai vertici della struttura ecclesiastica; la determinazione, congiunta alla prudenza, del papa gesuita, la sua affabilità e il suo spirito evangelico possono produrre frutti benefici nonostante i limiti di un’impostazione ideologica superata: l’ortoprassi, infatti, conta molto più di una pretesa ortodossia.

Nel medio termine penso che questi frutti potranno consolidarsi soltanto se Francesco avrà un tempo sufficiente per portare a compimento la sua opera di rinnovamento: infatti, la scelta di cardinali, vescovi e collaboratori della curia romana in linea col nuovo corso sarà decisiva per rendere duraturo lo svecchiamento di un’istituzione che, come affermava il cardinale Martini, è rimasta indietro almeno di un paio di secoli. Si tratta di un cambiamento difficile da realizzare perché contrastato da ambienti ecclesiastici e politici che, data la grande popolarità del papa, ancora agiscono nell’ombra, ma che già fanno di tutto per isolarlo e impedire che l’ideale di una chiesa povera diventi realtà.

Solo se tali resistenze saranno a poco a poco vinte, assisteremo, per esempio, a qualche rinuncia, per ora del tutto impensabile, ai privilegi economici di cui gode in Italia il Vaticano. In effetti, oggi non è possibile prevedere, come rileva Gigante nell’articolo citato, se e quando cambierà qualcosa per quanto riguarda “l’ampia esenzione dal pagamento dell’Imu; il pagamento a carico dei contribuenti dei docenti di religione cattolica, dei cappellani militari, delle carceri, ospedalieri; l’8 per mille garantito anche per quella parte di gettito che proviene dalle quote non espresse (cioè da coloro che non hanno barrato alcuna casella nella dichiarazione dei redditi, ma i cui soldi vengono ugualmente ripartiti tra lo Stato e le confessioni religiose in maniere proporzionale alle quote espresse); i contributi statali alle scuole cattoliche ed all’editoria cattolica; i finanziamenti pubblici a parrocchie, oratori e scuole materne”.

Ma alla lunga? Ammettiamo pure che Bergoglio riesca a fare effettivamente una pulizia radicale, ponendo fine – e sarebbe già un’impresa titanica – agli scandali delle opache finanze vaticane, della curia dilaniata dalle lotte intestine, dei preti pedofili, dell’alleanza con le forze politiche più reazionarie e della tacita convivenza con la criminalità mafiosa. Queste riforme resteranno pur sempre legate all’azione sua e dei collaboratori da lui scelti, e non potranno mettere radici profonde sinché resterà in vigore l’organizzazione che la Chiesa cattolica si è data nel corso dei secoli e che è all’origine di quelle perversioni.

Sarebbe cioè necessario mettere in discussione – con l’idea, che non ha alcun fondamento nel vangelo, di un potere autoreferenziale che ha il suo vertice in una struttura monarchica sacralizzata che si pretende depositaria della verità – un intero impianto dottrinale: infatti, se non muta la comprensione che il cattolicesimo ha di se stesso, dei propri dogmi e della stessa organizzazione ecclesiastica, tutti i cambiamenti saranno scritti sulla sabbia. Ma da Bergoglio non ci si può aspettare nulla del genere, perché egli condivide la visione tradizionale della fede, la vive intensamente e agisce di conseguenza. In effetti, è ridicolo chiedere a un papa di fare la rivoluzione: e del resto, se mettesse in discussione la dottrina, Francesco sarebbe subito accusato di eresia, provocando scissioni insanabili all’interno della struttura ecclesiastica.

Il programma riformatore di Francesco, quindi, credo che, pur senza farsi illusioni, vada apprezzato, perché a un papa non si può chiedere di più. Anzi, può tentare una simile impresa solo un papa gesuita, un uomo, per tornare alle sue parole citate in precedenza, che sa muoversi; che sa quando parlare, a chi parlare e che cosa dire; che sa ciò che può e vuole cambiare e ciò che non può e non vuole cambiare e, soprattutto, con quali tempi innovare per non fare saltare in aria l’intera baracca.

Un cambiamento radicale credo che possa venire, invece, solo dal basso, dalla comunità dei credenti che, riscoprendo il cuore del messaggio evangelico, sappia rileggere criticamente duemila anni di storia e di pensiero cristiani. Ma la cristianità attuale è composta in prevalenza da credenti che ispirano la loro vita all’esempio di Gesù di Nazareth, e perciò capaci di una simile rivoluzione, o dai cattolici medi di cui parla Messori, per i quali conta l’adesione a una tradizione ridotta a mero folclore?

Non è facile rispondere, ma almeno per quanto riguarda l’Italia si può dire che i credenti sono minoranza, come già nel 1975 riconosceva un documento della CEI, che concludeva: “Non sembri quindi eccessivo dire che l’Italia è un paese da evangelizzare” (Evangelizzazione e promozione umana, in Enchiridion Cei, Bologna 1985, II, p 684). E se, in generale, la situazione della cristianità non fosse molto diversa da quella italiana, sarebbe urgente, mentre si auspica il successo delle riforme dall’alto, impegnarsi per la riscoperta di quel vangelo che esige la conversione dei cuori, condizione indispensabile per la rivoluzionaria creazione di un mondo più umano.

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