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Democratura renziana di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it

Il dibattito politico nelle ultime settimane è stato attraversato da frequenti denunce dei rischi che correrebbe il sistema democratico nel nostro Paese per l’attivismo decisionista del Presidente del Consiglio. Investirebbe, in una prospettiva ispirata all’autoritarismo, sia la quotidiana attività di governo sia il suo presenzialismo nel processo in corso per la riscrittura della Costituzione e delle regole elettorali.

Ad avvalorare tali denunce offrono certo un notevole contributo le vicende che hanno accompagnato l’approvazione della nuova legge elettorale, il cosiddetto Italicum, al di là della valutazione del sistema di voto che ne deriva.

Farraginoso e costoso, per il previsto e molto probabile doppio turno, può affidare il controllo del governo ad un Parlamento rappresentativo solo di un quarto dell’elettorato, ridotto dall’astensionismo diffuso, per di più trasformato in una congrega di deputati in maggioranza selezionati dalla dirigenza di un solo partito all’insegna di un nuovo neo-centrismo.

Su tale testo si era già espressa positivamente la maggioranza dei parlamentari governativi e di opposizione condividendo la responsabilità di Renzi che, quindi, ha buone ragioni per respingere l’accusa di esserne l’unico ispiratore. Non ne ha, invece, per legittimare la sua pretesa di prevaricare la volontà della Camera di esercitare il diritto, sancito dal regolamento, di apportare ulteriori correzioni in sede di una ultima “lettura”. Per di più su una legge di sua competenza specifica: quella elettorale serve, infatti, a dar vita all’organo chiamato ad esercitare il potere legislativo!

Renzi ha infatti ridotto un atto di così grande rilevanza ad un tassello del suo disegno politico, tutto personale, nel quale l’approvazione di questa legge ha una sua precisa collocazione temporale, non dettata da esigenze istituzionali. Lo ha realizzato imponendo l’ irriformabilità del testo, con il voto a maggioranza, nell’assemblea dei deputati del partito democratico e, con la richiesta del voto di fiducia, nell’assemblea di Montecitorio, ritenuto da molti non giustificato per l’assenza di un serio rischio che gli emendamenti preannunciati non fossero respinti.

Il senso dell’operazione è stato ulteriormente chiarito da Renzi alla Borsa di Milano quando ha, ancora una volta, rivendicato per sé il compito di rinnovare la vita politica italiana introducendo norme da tempo, a suo dire, attese e mai realizzate. Va ripetendo spesso questo suo slogan per giustificare il suo interventismo, più annunciato, in verità, che realizzato, che include anche la definitiva rottamazione del Partito democratico con la sua trasformazione nel Partito della Nazione.

Un partito che, come denuncia Romano Prodi, non esiste nei sistemi democratici e che, comunque, contraddice la promessa di avviare il Paese verso il regime dell’alternanza fra due partiti, proponendo la prospettiva dell’uomo solo al comando.

C’è da chiedersi in che misura rappresenti una variante peggiorata della insostituibilità della vecchia Dc.

Una risposta può venire da Ciriaco De Mita intervistato da La Repubblica. Nel dar conto della sua scelta di abbandonare l’alleanza con il berlusconiano Caldoro per schierarsi nelle prossime regionali con il candidato Pd alla Regione Campania Vincenzo De Luca, prima osteggiato e poi legittimato da Renzi, ha dichiarato: il mio compito è recuperare la grande storia democristiana, il grande ruolo che ha avuto la Dc nel Paese.

Un accordo regionale, l’ha definito nel giustificarsi con chi gli ricordava di aver parlato della deriva autoritaria di Renzi, ignorando che le prossime regionali sono da molti considerate proprio prove tecniche per il Partito della Nazione.

Certo un fatto locale, ma emblematico se si pensa che nell’accordo è entrato anche Carlo Aveta ex consigliere regionale, fino a qualche giorno militante nelle file de La Destra e attualmente candidato nella lista demitiana, che non esita a rivendicare i suoi diversi pellegrinaggi a Predappio.

Queste convergenze marginali sono, però, significative, forse più delle inattendibili somiglianze fra l’Italicum e la mussoliniana legge Acerbo, per chi paventa la progressiva affermazione di una centralità del renzismo in conseguenza di un successo elettorale, frutto della nuova legge, favorito più dalla debolezza degli oppositori che dalla forza di suoi sostenitori.

Certo a Renzi giova l’incapacità della sinistra organizzata di interpretare, traducendole in forza politicamente significativa, le spinte che spontaneamente si fanno movimento per l’acqua e contro la guerra, per la casa e contro la Tav, per la lotta alla mafia e contro la Buona scuola renziana.

Pur se volubile, diffuso è il consenso che gli deriva dalla gran parte della cosiddetta “opinione pubblica”. I “poteri forti” lo sostengono grati per l’abbattimento dei limiti imposti dallo “stato sociale” alle loro iniziative imprenditoriali. Dalla sua sono anche le diverse corporazioni fin qui garantite dall’inefficacia degli annunci di smantellamento di situazioni di privilegio o di rendite di posizione.

C’è da sperare che possa, invece, diventare un reale ostacolo al renzismo, e non solo in sede elettorale, quella sollecitazione all’impegno politico che papa Francesco va promuovendo fra i cattolici liberandoli dal tradizionale richiamo all’unità e, soprattutto, dall’impegno ad una connotazione confessionale.

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