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Fallimento dell’Europa di A.Shiri

Alidad Shiri

Oggi nel mondo si calcolano circa 52 milioni di persone in movimento, in cerca di un luogo dove abitare: sono rifugiati, apolidi, sfollati, che mettiamo insieme nella categoria profughi. Corrispondono all’incirca all’equivalente della popolazione italiana. C’è poca informazione sull’argomento, infatti non si sa generalmente che la maggior parte di questi vivono in regioni africane o asiatiche che noi spesso definiamo Paesi del terzo mondo.

Solo il Pakistan conta un milione e settecentomila profughi. La stessa percentuale vale per il Libano e altri piccoli Paesi del Medioriente. Ancora una volta rimbalza la notizia di un crimine contro l’umanità: gli almeno 700 profughi che sono annegati nel Mediterraneo mentre vedevano la salvezza a portata di mano. Proviamo a immaginare le fatiche indescrivibili che già avevano affrontato per arrivare a quel punto: fuga da guerre e persecuzioni, torture, fame e sete, famiglie divise, vendita di tutti i loro beni per pagare i trafficanti di esseri umani ed avere la possibilità di arrivare sulla sponda del Mediterraneo in vista dell’Europa, attraversamento di deserti con il pericolo di nuovi predoni, pronti a fare violenza soprattutto su donne e bambini, ansie a non finire.

Sanno benissimo che il 50 per cento di loro probabilmente morirà nel viaggio. Ma questo già da anni era nelle previsioni di chi partiva, anch’io lo sapevo. Arriva il momento in cui non hai altra scelta perché la previsione di morire se rimani è molto più alta. La continua chiusura mentale e di cuore (pensiamo ai commenti razzisti che fanno solo piangere) di fronte a queste sciagure rappresentano un fallimento dell’intera umanità e particolarmente dell’Unione Europea.

Se l’Europa con tutte le sue risorse di intelligenza, di tecnologia, e anche economiche, nonostante la crisi, non riesce ad accogliere alcune migliaia di persone, è perché non può o perché non vuole? Se è perché non può, faccia la richiesta all’Onu come è regola per i Paesi che non ce la fanno con i propri mezzi. Solo riconoscendo questo possono intervenire le Nazioni Unite. Ma se non vuole, dov’è tutto il patrimonio di cultura e antica civiltà, valorizzato nell’arte e sbandierato nell’educazione e informazione? E che ne è di tutto il patrimonio di culla dei diritti umani di cui tanto va fiera? E dove sono le radici cristiane che si volevano riconoscere nella sua costituzione?

Se l’Europa ammette che non può, vuol dire riconoscere il suo fallimento, vuol dire sentirsi umiliata nel fare domanda d’intervento all’Onu. Qui è il momento di decidere: non si può lasciare morire migliaia di persone solo per motivi di orgoglio. Il Presidente del Consiglio Renzi parla della necessità di arrestare i trafficanti di esseri umani, ma questi non vivono generalmente in Italia, neanche in Libia, ma come tutti i boss mafiosi hanno le loro reti che dirigono stando alle dovute distanze.

Basta leggere il libro di Andrea Di Nicola, professore di criminologia all’Università di Trento, “Confessioni di un trafficante di uomini, Ed Chiarelettere”, in cui l’autore intervista diversi trafficanti che si autodefiniscono “venditori di sogni”, in quanto illudono tanti poveracci di potere arrivare ad una terra di salvezza. Bisogna anche localmente come in tutta Italia, in cui tra breve ci saranno elezioni amministrative, stare attenti e smascherare quelli che cercano di usare l’argomento profughi come motivo di paura per tirare voti alla loro mancanza di argomenti.

L’Italia, terra da cui sono partiti tanti emigranti, non può dimenticare il suo passato di poche generazione e non può essere insensibile di fronte alla nuova immigrazione. Sono fiducioso in questo, perché ho conosciuto in questi giorni dei giovani italiani che facevano visita alla sede delle Nazioni Unite di Ginevra, molto impegnati e assetati di informazione e di confronto. Anche come società civile siamo responsabili, non possiamo solo delegare la soluzione di questi gravi e quotidiani problemi alle istituzioni.

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Perché saliamo su una barca

Awas Ahmed*

A chi chiede: “Non era meglio rimanere a casa piuttosto che morire in mare?”, rispondo: “Non siamo stupidi, né pazzi. Siamo disperati e perseguitati. Restare vuol dire morte certa, partire vuol dire morte probabile. Tu che sceglieresti? O meglio cosa sceglieresti per i tuoi figli?”. Due giovani ieri sono stati uccisi a Mogadiscio perché si stavano baciando sotto un albero. Avevano 20 anni. Non festeggeranno altri compleanni. Non si baceranno più.

A chi domanda: “Cosa speravate di trovare in Europa? Non c’è lavoro per noi figurarsi per gli altri”, rispondo: “Cerchiamo salvezza, futuro, cerchiamo di sopravvivere. NON ABBIAMO COLPE SE SIAMO NATI DALLA PARTE SBAGLIATA, E SOPRATTUTTO VOI NON AVETE ALCUN MERITO DI ESSERE NATI DALLA PARTE GIUSTA”.

Mio cognato scappava con me. Prima del mare c’è il deserto, che ne ammazza tanti quanti i l mare. Ma quei cadaveri non commuovono perché non si vedono in TV. Perché non c’è un giornalista che chiede ripetutamente quante donne e bambini sono morti, quante erano incinte. Perché qui in occidente a volte sembra che l’orrore non basti, c’è bisogno di pathos. Mio cognato è morto nel deserto. Per la fame. Dopo 24 giorni in cui nessuno ci ha dato da mangiare. A casa c’è una moglie che non si rassegna e aspetta una telefonata che io so che non arriverà mai. A casa c’è quel che resta di un sogno, di un progetto, di una vita. Un biglietto per due i trafficanti se lo fanno pagare caro e loro i soldi non li avevano. Se fosse restato li avrebbero ammazzati tutti e due. Il suo ultimo regalo per lei è stata la vita. Lui è scappato e lei non era più utile, l’hanno lasciata vivere.

A chi chiede: “Come si possono evitare altre morti nel Mediterraneo?”, rispondo: “Venite a vedere come viviamo, dove abitiamo, guardate le nostre scuole, informatevi dai nostri giornali, camminate per le nostre strade, ascoltate i nostri politici. Prima dell’ennesima legge, dell’ennesima direttiva, dell’ennesima misura straordinaria, impegnatevi a conoscerci, a trovare le risposte nel luogo da cui si scappa e non in quello in cui si cerca di arrivare. Cambiate prospettiva, mettetevi nei nostri panni e provate a vivere una nostra giornata. Capirete che i criminali che ci fanno salire sul gommone, il deserto, il mare, l’odio e l’indifferenza che molti di noi incontrano qui non sono il male peggiore”.

*Rifugiato somalo in Italia

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