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Il diritto non va a destra di L.Boff

Leonardo Boff, Teologo/Filosofo
Ricevuto dall’autore e tradotto da Lidia e Romano Baraglia

Continuo le riflessione dell’articolo di seguito riportato. Secondo me, per uscire bene dall’attuale crisi, bisogna considerare seriamente due premesse. Altrimenti c’è il rischio di perdere tutto quello che abbiamo progettato: la crisi finale dell’ordine capitalistico e i limiti invalicabili della Terra. Naturalmente si tratta di ipotesi, ma credo che siano fondate.

Prima premessa: il sistema del capitale è arrivato, voglio dire che ha raggiunto il suo scopo fondamentale – aumentare l’accumulo privato fino al limite estremo. Thomas Piketty nel suo Il capitale nel XXI secolo fa la seguente costatazione: “I pochi che stanno nel punto più alto tendono ad appropriarsi di una grossa fetta della ricchezza nazionale, a spese della classe medio bassa”. Oggi questa tendenza non è soltanto nazionale ma globale. I dati variano di anno in anno, ma alla fine si riassumono in questo: un gruppo sempre più esiguo possiede e controlla grande parte della ricchezza mondiale.

Ma “arrivato” significa anche ‘fine corsa’, conclusione. L’agonia potrebbe essere lunga, ma il malato è di tipo terminale. Il capitalismo ha raggiunto il suo punto più alto possibile, non ha nient’altro da offrirci, se non gli stessi prodotti – e in maggior quantità – che sono all’origine della crisi. Ha raggiunto i limiti fisici della Terra; l’esaurimento dei beni e servizi naturali è reale al punto che l’ordine del capitale che ha bisogno dei beni della Terra, non riesce più autoriprodursi. Forzando la sua logica interna, può diventare biocida, e, al limite, genocida. Siccome non può più autoriprodursi, si rigira su se stesso accumulando con furia sempre più dissennata attraverso la crisi speculativo-finanziaria. Il motto è ancora quella di sempre, il perverso “greed is good” (L’avidità è buona cosa). L’umanità e la natura vadano a quel paese.

Se vogliamo uscire dalla crisi sulla base di questa logica, stiamo scegliendo la via che porta all’abisso. Entro poco tempo, tutti potremo sperimentare nella carne il senso della metafora di Kierkegaard: un pagliaccio invoca aiuto dagli spettatori perché diano una mano a spegnere il fuoco che già consuma le tende negli ambienti dietro al teatro; tutti ridono e applaudono ma nessuno dà retta al pagliaccio finché il fuoco non ha bruciato il teatro e tutti quelli che ci stanno dentro.

La seconda premessa, quasi sempre assente nei lavori degli analisti economici, è lo stato gravemente malato del pianeta Terra. L’accelerazione produttivistica sta distruggendo, e in fretta, le basi fisicochimiche che sostengono la vita oltre a generare una vasta erosione della biodiversità e l’irrefrenabile riscaldamento globale, i cui gas effetto serra hanno raggiunto attualmente il picco più alto degli ultimi 800.000 anni. Se a partire da adesso non faremo niente, come affermava già nel 2002 la società scientifica nordamericana, già in questo secolo potremo conoscere un improvviso riscaldamento di 4-6 °C. Con questa temperatura, si dice, le forme di vita conosciute non sussisteranno e gran parte dell’umanità corre il grave rischio di sparire.

Come uscire fuori da questo impasse? Può darsi che nessuno possieda le condizioni sufficienti concepire un’alternativa realmente possibile, perché la situazione ormai ha una dimensione che va oltre il Brasile, è globale.

La mia palla di cristallo mi suggerisce tre sentieri:

il primo, davanti alla gravità della crisi, è creare un consenso minimo, che non sia di parte, coinvolgendo partiti, sindacati, imprese, e la intellighenzia nazionale, ONGs e le chiese intorno a un progetto minimo di Brasile fondato su alcuni principi e valori accettati da tutti. (Sarebbe necessario identificarli). Secondo il mio parere la leadership di Lula sarebbe ancora sufficientemente forte per mettersi alla testa di questa proposta. Il governo di Itamar Franco, dopo la crisi di Collor, potrebbe suggerire qualche ispirazione.

Il secondo sarebbe costituire un fronte ampio e robusto di partiti, sindacati e gruppi progressisti per fare fronte a un avanzamento delle forze di destra e alle loro politiche neoliberali, associate al progetto-mondo capeggiato dai paesi centrali. A destra non esiste una preoccupazione sociale consistente, perché essa è interessata alla crescita del PNB che favorisce le classi proprietarie e le banche, lasciando i poveri là dove stanno, in periferia. Di nuovo penso che la figura più adeguata a continuare questo fronte progressista sarebbe Lula. Ma il suo svolgimento dovrebbe essere pluralista e non personalista. La convergenza nella diversità, non annullerebbe le singolarità dei gruppi che possiedono una loro identità e una loro storia. Ma davanti a un rischio globale bisogna relativizzare quanto è proprio in funzione di quello che è comune.

Terzo sentiero. Il PT dovrebbe fare una rigorosa autocritica, ricomporsi internamente, rinforzare i nessi di potere con i movimenti sociali, politicizzare il più rapidamente possibile le basi e presentarsi con una agenda nuova che completerebbe la prima, i cui items di base sarebbero le infrastrutture nella sanità, nell’educazione, i trasporti, dell’urbanizzazione delle favelas e la riforma politica tributaria e agraria.

Ma vedo che il guasto del PT a partire da un pugno di traditori e banditi che hanno fatto vergognare più di 1 milione di iscritti, e hanno svergognato il paese sia davanti alla nazione stessa sia davanti al mondo intero, ti fa diventare fragile fosse persino innocuo questo cammino.

Comunque sia, alla destra dobbiamo opporre il diritto. Non possiamo accettare la rottura del rito democratico. Quanto a noi non ci è permesso di smettere di cercare il meglio per il nostro paese al di là delle differenze e dei contrasti che possano sorgere in avvenire. Il bene comune deve prevalere su qualsiasi altro bene privato.

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La crisi economica attuale. Dev’esserci una via d’uscita

Leonardo Boff, Teologo/Filosofo
Ricevuto dall’autore e tradotto da Lidia e Romano Baraglia

La crisi politica e economica attuale è un’occasione per fare sul serio cambiamenti profondi tipo la riforma politica, tributaria e agraria. Per avere un inizio corretto, è necessario considerare alcuni punti preliminari.

In primo luogo, è importante situare la nostra crisi dentro alla crisi maggiore dell’umanità come un tutto. Non vederla dentro a questo intreccio vuol dire star fuori dal corso della storia. Pensare la crisi brasiliana separata dalla crisi mondiale significa non pensare alla crisi brasiliana. Siamo momento di un tutto maggiore. Nel nostro caso, non sfugge agli sguardi avidi dei paesi centrali e delle grandi corporazioni quale sarebbe il destino della settima potenza mondiale dove si concentra la principale economia del futuro di base ecologica: l’abbondanza di acqua dolce, le grandi foreste umide e l’immensa biodiversità e 600 milioni di ettari coltivabili. Non è di interesse della strategia imperiale che ci sia nell’Atlantico Sud una nazione continentale come il Brasile che non si allinei agli interessi globali e, invece, cerchi un cammino sovrano in direzione del proprio sviluppo.

In secondo luogo, l’attuale crisi brasiliana ha uno sfondo storico che mai potrà essere dimenticato, attestato dai nostri storici maggiori: non c’è mai stato una forma di governo che prestasse attenzione sufficiente alle grandi maggioranze, discendenti degli schiavi, degli indigeni e della popolazione impoverita. Erano considerati lavoratori a giornata, dei signori nessuno e lo Stato – di cui si erano impadroniti, fin dagli inizi della nostra storia, i proprietari di terre – non aveva strumenti per rispondere alle loro richieste.

In terzo luogo, bisogna riconoscere che, come frutto di una penosa e sanguinosa storia di lotte e superamento di ostacoli di qualsiasi ordine e grado si costituisce un’altra base sociale per il potere politico che adesso occupa lo Stato repubblicano e i suoi apparati. Da Stato elitista e neo liberale siamo transitati a stato repubblicano e sociale che, nonostante le peggio forzature e concessioni alle forze dominanti nazionali e internazionali, è riuscito a mettere al centro chi stava sempre ai margini. È di una magnitudo storica innegabile il fatto che il governo PT ha tirato fuori dalla miseria 36 milioni di persone e gli ha dato accesso ai beni fondamentali della vita. Che cosa vogliono gli umili della Terra? Veder garantito l’accesso ai beni minimi che possono farli vivere. A questo servono Bolsa Famìlia, Minha Casa, Minha Vita, Luz paraTodos e altre politiche sociali e culturali senza le quali i poveri giammai potrebbero diventare avvocati, medici, ingegneri, educatori, ecc.

Qualificate come vi pare queste misure, ma esse furono comunque buone per l’immensa maggioranza del popolo brasiliano. Non è la prima missione etica dello Stato di diritto quella di garantire la vita dei suoi cittadini? Perché i governi anteriori, di secoli, non hanno preso queste iniziative prima? È stato necessario aspettare un presidente-operaio per fare tutto questo? Il PT e i suoi alleati sono riusciti in questa impresa storica, non senza forti opposizioni di chi un tempo disprezzava “quelli considerati zero economici”, come hanno dimostrato Darcy Ribeiro, Capistrano de Abreu, José Honòrio Rodrigues, Raymundo Faoro e ultimamente Luis Gongaga e ancora oggi continuano a disprezzarli.

Alcuni gruppi scelti di queste alte classi privilegiate si vergognano di loro e li odiano. C’è odio di classe sì, nel nostro paese, oltre a indignazione e rabbia comprensibili, provocate da scandali e da corruzioni avvenute nel governo in cui il PT detiene la maggioranza. Queste élites di matusa con i loro mezzi di comunicazione profondamente marcati da ideologia reazionaria e di destra, con l’appoggio della vecchia oligarchia, differente dalla moderna più aperta e nazionalista, che in parte appoggia il progetto del PT, mai hanno accettato un governo di carattere popolare. Fanno di tutto per renderlo impossibile e per questo si servono di depistaggi, diffamazioni e menzogne, senza un pizzico di pudore.

Due strategie si profilano per la destra che è riuscita a articolarsi in vista delle manovre per riconquistare il potere centrale che ha perduto al voto ma che ancora non si rassegna:

La prima è mantenere nella società una situazione di permanente crisi politica in modo da impedire che la Presidenta Dilma governi. Per questo si orchestrano passeggiate per le strade, come se si trattasse di un picnic, pentolame con pentole piene visto che non hanno mai saputo che cosa sia una pentola vuota, oppure in forma maleducata e villana fischiano sistematicamente la Presidenta nelle sue apparizioni pubbliche.

La seconda consiste in un attacco al governo PT, bollandolo come incompetente e inefficace, e ridimensionare la leadership dell’ex presidente Lula con diffamazioni, distorsioni e bugie dirette, che anche quando smascherate, mai sono smentite. Con questo pretendono impedire una sua candidatura nel 2018 e la sua rielezione.

Questo tipo di procedimento rivela soltanto che la democrazia che ancora abbiamo è a bassissima intensità. Gli atti recenti provocatori e pieni di spirito di vendetta dei presidenti delle due Camere, ambedue del PMDB, confermano quello che il sociologo della UNB, Pedro Demo ha scritto nella sua Introduzione alla sociologia (2002): “La nostra democrazia è una messinscena nazionale di ipocrisia raffinata, piena di leggi ‘belle’, ma fatte sempre in ultima istanza dalla élite dominante, per suo uso e consumo dall’inizio alla fine. ‘Politico’ viene definito un individuo che pensa solo a guadagnare bene, lavorare poco, fare patti loschi, dare lavoro a parenti, amici e conoscenti, arricchirsi alle spalle del pubblico denaro, entrare nel mercato dalle posizioni più alte… Se noi volessimo collegare la democrazia con la giustizia sociale, la nostra democrazia sarebbe la sua stessa negazione” (p. 330.333).

Non usciremo da questa crisi e non ci libereremo senza riforma politica, tributaria e agraria. Caso contrario democrazia sarà zoppa e guercia.

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