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La famiglia tra natura e grazia di ChiccodiSenape

Chicco di Senape – Torino
Adista n. 19 del 23/05/2015

Iniziamo la nostra riflessione dal nodo “La famiglia nel disegno salvifico di Dio” della Relatio Synodi e da alcune riflessioni a partire dalle domande del Questionario nn. 12 e 19, considerando che la Chiesa è chiamata a discernere, ma anche a valorizzare, esperienze di legame affettivo diverso dal matrimonio sacramentale e tuttavia portatrici di amore, di dedizione, di solidarietà, di promozione umana. Il matrimonio come vocazione non è necessariamente solo dei cattolici, ma può essere di molte coppie, anche solo conviventi o non credenti, perché l’impegno a vivere insieme con amore e rispetto crea una “coppia” come realtà molto diversa e superiore alla somma delle persone che la costituiscono, e per far ciò si richiedono attenzione all’altro, atteggiamenti di generosità, rinunce a egoismi, ecc., che costituiscono la base dello stare insieme e danno vita alla nuova realtà della “coppia”. Ma alla valorizzazione di queste esperienze si oppone un radicato pregiudizio. Se infatti tutte vengono giudicate secondo il metro di un supposto modello naturale, allora si rischia facilmente di escluderne molte. Il richiamo alla natura presente in molti documenti ecclesiastici è fuorviante perché ambiguo. Che cosa include e che cosa esclude la natura? Per fare qualche esempio, vi sono forme di legame inaccettabili (ad es. la poligamia), che tuttavia possono essere considerate naturali. Oppure, come si può dire innaturale un modello di convivenza che non si pone programmaticamente come irrevocabile? E persino le tendenze omosessuali sono così innaturali o non sono piuttosto una variante della natura?

Ci si può appellare alla natura per sottolineare che la grazia sacramentale non è un’aggiunta estrinseca, ma una dinamica di perfezionamento interna; e tuttavia resta la difficoltà di riconoscere all’interno della condizione umana la presenza di un’unica forma naturale. L’insistenza sulla forma naturale di famiglia rischia di mettere in ombra la dimensione vocazionale della forma di famiglia fondata sul sacramento, una forma che forse è meno naturale di quanto sembri.

La promozione della coppia nella Chiesa

I coniugi vivono oggi, più che in passato, all’interno di uno spazio sociale e culturale molto complesso, che mette a dura prova la capacità di realizzare relazioni stabili, umanamente e spiritualmente coese. L’individualismo esasperato, la precarietà del lavoro come di altre esperienze di vita, la perdita di speranza e di tensione verso il futuro, l’incapacità di fronteggiare le crisi interne alla coppia o quelle derivanti dalle situazioni familiari portano spesso ad un atteggiamento di pessimismo dentro le stesse nostre comunità ecclesiali.

La Chiesa è sfidata a sostenere i coniugi perché acquisiscano un crescente senso di responsabilità nel vivere la pari dignità tra uomo e donna, in una fecondità che superi anche la dimensione genitoriale, nell’esercizio della paternità e maternità, in un’affettività e sessualità unitiva, nell’accoglienza dei figli, in uno sguardo aperto al prossimo e alle sue necessità, in una sobrietà di stile di vita. Diviene quindi urgente valorizzare i luoghi in cui si mettono in comune esperienze di dialogo costante, nel rispetto di tutte le posizioni, per fare emergere il profilo di una famiglia in grado di affrontare le sfide della modernità in chiave positiva. E a ciò può giovare il creare spazi di dialogo fra celibi e coppie di uomini e di donne, che cerchino di individuare le specificità di ciascuna forma di chiamata.

In tale contesto le persone che vivono situazioni familiari di difficoltà, di fragilità, di rottura, potrebbero trovare uno spazio di accoglienza, nel quale su di esse non si esprime alcun giudizio, ma vi è condivisione dei loro problemi, sostegno concreto nelle loro fatiche, sguardo di fiducia per il loro futuro. (…).

Divorziati risposati

L’indissolubilità del matrimonio costituisce un valore grande che, pure in un contesto culturale molto ostile, esige di essere rimotivato e proposto. Non possiamo tuttavia ignorare che in vari casi, il matrimonio sacramentale, frutto di una decisione consapevole e vissuto originariamente come impegno definitivo, può subire una crisi lacerante, la quale porta i coniugi alla separazione. Per alcuni di loro la nuova condizione può risultare umanamente molto gravosa e determinare la decisione di stabilire un nuovo legame affettivo, volendo comunque vivere in modo pieno l’appartenenza alla Chiesa.

È certamente molto importante che essi siano accolti senza alcuna discriminazione all’interno della comunità cristiana in cui vivono, prendendosene cura (cfr. Questionario n. 35). Pensiamo, altresì, che si debba trovare per i divorziati risposati un percorso di riammissione ai sacramenti, in particolare all’Eucaristia, che è offerta non per i giusti, ma per chi sa di dover essere salvato. Circa il percorso di riammissione ai sacramenti (quindi entrando più nel dettaglio della domanda n. 38 del Questionario) pensiamo che possa consistere in un esame dei motivi del fallimento del precedente matrimonio e nell’individuazione di atteggiamenti e scelte di vita atti ad evitare il ripetersi di situazioni foriere di sofferenze.

Su questo punto è opportuno un confronto con l’esperienza dei primi secoli della Chiesa, e con la prassi delle altre Chiese cristiane.

L’attenzione pastorale verso persone con tendenza omosessuale

I Lineamenta dimostrano una particolare timidezza nell’affrontare il problema della pastorale delle persone con tendenza omosessuale. L’unica domanda su questo tema, la n. 40, sembra addirittura occuparsi solo delle «famiglie che hanno al loro interno persone con tendenza omosessuale». Sembra che non si voglia accettare l’evidenza empirica che per alcune persone, create da Dio come tutte le altre, la tendenza omosessuale non è una colpa né un capriccio, ma è una caratteristica che fa parte della loro natura; bisogna anzi prendere atto che esistono anche persone che la natura ha dotato di caratteristiche sessuali incerte. In molte situazioni queste persone vengono (o venivano) fatte oggetto di scherno e derisione; in molti Stati, specie extraeuropei, permangono costumi e legislazioni gravemente persecutori.

Dovrebbe essere ben chiaro che la Chiesa accoglie pienamente questi suoi figli, cercando di favorirne la piena crescita umana e relazionale. In questo senso abbiamo apprezzato le proposizioni nn. 50, 51, 52 della Relatio post disceptationem della prima sessione del Sinodo, di cui però non si trova più traccia nei Lineamenta, e pensiamo che debbano essere riprese e approfondite. In particolare, la n. 50, che recita che «Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana: siamo in grado di accogliere queste persone, garantendo loro uno spazio di fraternità nelle nostre comunità? Spesso esse desiderano incontrare una Chiesa che sia casa accogliente per loro.

Le nostre comunità sono in grado di esserlo accettando e valutando il loro orientamento sessuale, senza compromettere la dottrina cattolica su famiglia e matrimonio?». Come la n. 52 che afferma: «Senza negare le problematiche morali connesse alle unioni omosessuali si prende atto che vi sono casi in cui il mutuo sostegno fino al sacrificio costituisce un appoggio prezioso per la vita dei partners. Inoltre, la Chiesa ha attenzione speciale verso i bambini che vivono con coppie dello stesso sesso, ribadendo che al primo posto vanno messi sempre le esigenze e i diritti dei piccoli».

La trasmissione della vita e la sfida della denatalità

Riguardo alla domanda n. 41, è molto giusto richiamare l’affermazione della Gaudium et Spes, n. 50: «I coniugi sappiano di essere cooperatori dell’amore di Dio Creatore e quasi suoi interpreti nel compito di trasmettere la vita umana e di educarla; ciò deve essere considerato come missione loro propria» e quindi trarne l’invito ad «annunziare e promuovere efficacemente la apertura alla vita e la bellezza e la dignità umana del diventare madre o padre».

Quel che invece ci lascia perplessi è il richiamo ai “metodi naturali” come unici strumenti per la paternità e la maternità responsabili. Con riferimento anche alla domanda (Questionario n. 44) su come combattere la piaga dell’aborto, ci sembra che il vero discrimine non sia fra i vari metodi contraccettivi, la cui scelta dovrebbe essere lasciata alla responsabilità dei coniugi, ma fra la contraccezione e le pratiche abortive, che invece sopprimono una vita umana in formazione.

Continuare a sostenere l’improbabile monopolio dei metodi cosiddetti naturali rischia di allontanare dalla vita sacramentale quei pochi cristiani che ancora ritengono un obbligo morale questa prescrizione della Chiesa e, peggio, di favorire la mentalità per cui certi precetti si devono proclamare, ma non vanno presi sul serio (e questo non solo nella vita familiare!).

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