Home Politica e Società Nessuna riduzione del budget per i caccia F35 di M.DeFazio

Nessuna riduzione del budget per i caccia F35 di M.DeFazio

Matteo De Fazio
www.riforma.it

Il nodo sulla questione Joint Strike Fighter sono gli investimenti, per troppo tempo nascosti ai cittadini

Il Ministero della Difesa ha pubblicato il Documento programmatico pluriennale dal quale si evince che la spesa prevista per l’acquisto dei caccia Joint Strike Fighter – F35, è ancora di 10 miliardi. 583 milioni di euro per l’anno 2015 e completamento del programma entro il 2027. Rispetto alle previsioni, dunque, non c’è stata nessuna riduzione della spesa per l’acquisto degli aerei, come invece la Camera aveva chiesto nel settembre del 2014. Fino ad oggi dai capitoli di investimento sui sistemi d’arma era impossibile determinare il budget indirizzato al programma Joint Strike Fighter. Ne abbiamo parlato con Francesco Vignarca, della Rete Disarmo, che da anni lotta contro l’acquisto degli F35 e soprattutto per la trasparenza nei conti della Difesa.

Quando vedremo i primi F35?

«Quest’anno sarebbe prevista la prima dichiarazione di capacità operativa iniziale da parte degli Stati Uniti per la versione B degli F35, di cui abbiamo iniziato a costruire un esemplare: gli Stati Uniti hanno un centinaio di modelli su cui fare i test, ma questa capacità iniziale non è ancora stata dichiarata. Fa un po’ sorridere quando la ministra della Difesa dice che in tempi di Isis non si può non pensare agli F35, che non saranno disponibili all’utilizzo che fra quattro o cinque anni, se va bene. Tutti i ritardi che ci sono potrebbero comportare ulteriori dilazioni, quindi giustificare questa spesa con tutte le sue problematiche con una situazione contingente come quella di Isis è davvero fuorviante e forzato. Noi vorremmo che dai nostri responsabili politici ci fosse maggiore consapevolezza, maggiore chiarezza e non una giustificazione a questa spesa sulla base di un’emozione del momento, ma su considerazioni serie e strategiche».

Come può un governo non pensare agli armamenti in un periodo come questo, in cui i conflitti non sono certo in diminuzione?

«Ci sono diversi aspetti: è ovvio che i conflitti ci sono sempre stati, forse oggi sono più visibili e più distruttivi. Noi pensiamo davvero che la pace si possa costruire solo sulla pace. Stiamo cercando di costruire degli elementi positivi: è di questi giorni la presentazione della nostra legge di iniziativa popolare per strutturare un dipartimento della difesa non armata e non violenta, che usi mezzi non violenti di trasformazione dei conflitti. Oppure la pubblicazione del decreto sulla sperimentazione riguardo ai corpi civili di pace, cioè delle persone formate per interagire nei conflitti prima che esplodano, nei pre-conflitti: la problematica del concetto di difesa militare a cui siamo abituati, è che si tratta di un intervento emergenziale alla fine del processo, ma i conflitti non scoppiano per la volontà di un dio capriccioso, come pensavano i greci. Scoppiano perché ci sono percorsi negativi e continuativi che portano in quelle situazioni. Intervenire a quel livello forse è il modo giusto per evitare che il futuro sia costellato di guerre».

Sul finanziamento completo agli F35 immagino ci sia delusione da parte vostra

«Lo scorso settembre, con l’ennesima discussione promossa alla Camera, dopo mesi di battaglia, eravamo riusciti a raggiungere un risultato importante: che si parlasse di budget. Negli anni precedenti si parlava del numero di aerei, di dimezzamento o della diminuzione, che però dipende dal tipo di aerei, dal periodo di acquisto e così via. La delusione è vedere che non ci sia stato nessun cambiamento e che continui la mancanza di trasparenza. Per mesi il Governo ha lavorato a spostare in avanti il traguardo della situazione: prima doveva essere una mozione, poi la fine dell’indagine conoscitiva sui sistemi d’arma, poi il libro bianco, poi il documento programmatico, che non prevede diminuzioni, in ultimo la dichiarazione della Pinotti di ieri che dice di aspettare la legge sessennale sull’investimento di armi. Ma il punto centrale è che il capitolo di acquisto di dieci miliardi di euro legato agli F35 non è stato toccato».

Perché questa confusione nelle dichiarazioni?

«Siamo convinti che la gran parte degli italiani sia contraria a questa spesa: non saranno tutti pro disarmo, ma sicuramente molti vorrebbero una riduzione. Il gioco del governo va su quel crinale: da una parte forse non può dire di no ad accordi e pressioni delle lobby delle armi, e dall’altra sa bene che questa presa di responsabilità potrebbe minare i consensi. Apprezzerei che il Governo dicesse che vuole acquistare i caccia perché sono importanti e servono, ma non vuole prendersi questa responsabilità perché sa benissimo che avrebbe un prezzo in termini elettorali. Questa è la critica maggiore che facciamo in questi giorni».

Qual è l’elemento che vi preme maggiormente?

«Anche se qualche passo avanti è stato fatto, contestiamo la difficoltà nel controllare quali sono le decisioni riguardo ai sistemi d’arma. Il paese che spende di più di armi al mondo, gli Stati Uniti, controlla ogni vite dei propri acquisti: per esempio un’azienda era stata messa sotto accusa perché aveva fatto costruire dei condensatori in Cina. Il controllo sulla spesa per i sistemi d’arma, è una questione che dovrebbe stare a cuore a tutti, indipendentemente che siano a favore o no agli eserciti. Ma su questo siamo ancora indietro: lo dimostrano le dichiarazioni di questi giorni che procrastinano e non danno i dati definitivi. Le tabelle di dettaglio degli F35 le chiediamo dalla legge di stabilità, e ora sono sparite. Non ho mai visto lavorare bene una commissione difesa della Camera come quella attuale: ci sono audizioni, ci sono controlli, ci sono proposte di miglioramento del controllo parlamentare e questo è positivo: ma siamo lontani dalla trasparenza e dalla possibilità di controllare ciò che viene detto. La battaglia degli F35 è diventata un simbolo della necessità di questo controllo nel meccanismo».

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Il governo compra più F35. Il 2 giugno mobilitazione In evidenza

Sergio Cararo
www.contropiano.org

Il Ministero della Difesa ha annunciato che entro il 2020 acquisterà dagli Stati Uniti 38 caccia militari F-35. La conferma viene dal “Documento programmatico pluriennale per la difesa”. Pochi giorni fa la ministra Pinotti e gli Stati Maggiori avevano presentato il Libro Bianco della Difesa nel quale vengono indicati gli indirizzi strategici. Per raggiungerli servono più spese militari e tra questi gli F 35. Quindi nessun dimezzamento degli acquisti di armamenti. Secondo la Difesa il costo complessivo dell’operazione è stimato in circa 10 miliardi di euro.

E si che in Parlamento era stata approvata la mozione che prevedeva la riduzione dell’acquisto degli F 35, ma il governo ha invece confermato in pieno il programma di acquisto e infatti dal documento della Difesa il programma non sembra aver subìto alcuna modifica. Anzi, le spese potrebbero anche aumentare. Il ministero ha fatto sapere che “la tabella relativa al programma F-35 contenuta nel Documento programmatico pluriennale riporta i costi complessivi dello stesso programma a monte del riesame che verrà condotto, tenendo conto sia degli impegni presi dal governo in sede parlamentare sia del processo di revisione strategica intrapreso dalla Difesa”.

In Parlamento, Sel e Movimento 5 Stelle protestano: “Renzi ha clamorosamente preso in giro gli italiani, non ha mantenuto gli impegni e ha imbrogliato il Parlamento”. E’ stata anche annunciata la futura mozione di sfiducia nei confronti del ministro della Difesa Roberta Pinotti.

Il ministero della Difesa ha risposto alle accuse buttandola sui soldi con una nota ufficiale, sottolineando come il programma F-35 generi un forte ritorno industriale (sic!): “A fronte di un investimento totale pari a circa 3,5 miliardi di dollari – scrive la Difesa – i ritorni industriali in termini di contratti acquisiti sono pari a circa 1,6 miliardi di dollari”.

A noi, fino ad oggi risultava il contrario e cioè che un euro investito nel settore militare ne produceva 2,7 in quello civile. Nel caso degli F 35 anche questa proporzione sembra rovesciata, dunque una operazione in perdita anche dal punto della “economia di guerra”. Acquistare armamenti e tecnologia da un altro paese – gli Usa in questo caso – non produce “effetti socializzanti” nell’economia italiana, anzi non può che produrre passivi di bilancio.

Ma come ha spiegato molte volte l’economista Giorgio Gattei, se c’è un settore della spesa pubblica dove anche gli ultraliberisti non fanno storie è proprio quello della spesa militare. E nell’Unione Europea, dove i diktat della Bce e della Trojka impongono sanguinosi tagli ai servizi, ai salari e alle spese sociali, le spese militari hanno ripreso a crescere per adeguarsi ad un altro tipo di diktat: quello della Nato che da tempo chiede che le spese militari raggiungano almeno il 2% del Pil. Qualche effetto già si vede. Josef Janning, alto funzionario delle istituzioni di Bruxelles, in un saggio pubblicato dal European Council on Foreign Relations, “sulla base dei dati del 2011, gli Stati membri (della Ue, ndr) hanno speso nel campo della Difesa più della Russia e della Cina messe insieme, secondi solo agli Stati Uniti che hanno stanziato 2,5 volte le risorse degli Stati europei”.

Anche per denunciare l’aumento delle spese militari che accompagna l’escalation bellicista dell’Italia, dell’Unione Europea e della Nato nel Mediterraneo e in Ucraina, martedi 2 giugno è stata convocata una Giornata di mobilitazione nazionale antimilitarista che vedrà manifestazioni in diverse città italiane. A Roma si manifesterà davanti al Comando Operativo Interforze (Coi) che avrà il comando dell’operazione militare europea in Libia (appuntamento alle ore 10.00 in piazza dei Consoli a Cinecittà), a Pisa l’appuntamento è alle 18.00 a Corso d’Italia; a Bologna in piazza 8 Agosto alle ore 10.00), a Taranto si manifesterà davanti all’Ammiragliato, a Napoli alle ore 10.00 in via Roma, davanti a banca Intesa, una delle “banche armate”, a Genova e in altre città si stanno definendo i luoghi delle iniziative. Sempre a Roma invece sabato 30 maggio ci sarà il convegno “Resistere alla Nato” alla ex Snia (ore 15.00) una occasione per confrontarsi sul complesso dei problemi della pace e della guerra nel XXI Secolo.

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