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In lode del caro leader di E.Rindone

Elio Rindone
http://cronachelaiche.globalist.it/

La nascita di uomini eccezionali è spesso accompagnata da fenomeni straordinari, come racconta Erodoto a proposito di Pericle, o Dante a proposito di san Domenico. Così anche la nascita, nel 1975, del nostro leader è stata preceduta da un sogno profetico che ha suggerito a mamma Renzi il nome da dare al nascituro: Matteo. Si tratta, infatti, di un nome ebraico che significa ‘dono di Yahweh’: e chi potrebbe dubitare che il nostro Matteo sia un dono divino per tutta l’Italia, se non addirittura per l’intera Europa? E, anche se è ancora giovane e in futuro compirà, ne siamo certi, opere più grandi di quelle già compiute, noi che siamo suoi amici non resistiamo alla voglia di tesserne sin d’ora le lodi e di confutare le critiche degli immancabili detrattori.

Fin da ragazzo, il nostro ha mostrato interesse, più che per astruse questioni teoriche, per i fatti concreti e il tornaconto personale, come il santo omonimo che, da uomo pratico, aveva scelto un mestiere molto redditizio: quello di esattore delle tasse. E la devozione cattolica non ha dimenticato il senso degli affari del santo che, pur divenuto apostolo ed evangelista, è ancora oggi invocato come protettore di bancari e banchieri, cambiavalute e, naturalmente, esattori delle tasse. Noi crediamo che proprio san Matteo, al momento opportuno, abbia suggerito al finanziere Davide Serra – definito da un davvero maleducato Pier Luigi Bersani «il bandito delle Cayman» solo perché creatore di un fondo speculativo nei paradisi fiscali – di finanziare le campagne elettorali del giovane Renzi alle primarie del PD.

Nato in una famiglia democratica e cristiana, presto Matteo aderisce a una delle tante associazioni giovanili cattoliche. Ma, appunto, è attratto non da quelle che si baloccano con le idee teologiche ma dal movimento scout, il cui metodo educativo si basa sull’imparare facendo. E, in effetti, il nostro giovane esploratore impara a far fruttare le sue qualità diventando insostituibile punto di riferimento per chi non desidera altro che lasciarsi guidare, quale che sia la meta (anche il baratro?), tanto che viene presto riconosciuto come un capo: spigliato, decisionista, estroverso, tenace. Sembra proprio nato per il comando. Ma le capacità, com’è noto, non bastano per assicurare il successo: ci vuole anche la fortuna. E questa non gli manca di certo. Infatti, ancora diciannovenne, Matteo partecipa come concorrente al programma televisivo La ruota della fortuna, condotto da Mike Bongiorno. Si tratta di un programma a quiz che non richiede cultura ma solo intuito, prontezza di riflessi e, appunto, fortuna. Da questo punto di vista, il nostro è proprio un campione e, infatti, vince 48 milioni di lire: nel 1994 davvero una bella somma!

La sua formazione è completata, oltre che dagli studi universitari, dal lavoro come dirigente nell’azienda di famiglia che si occupa di servizi di marketing: e quale esperienza è più utile per chi vuol fare politica nell’Italia di oggi, in cui l’elettorato si conquista non con le idee ma con la capacità di comunicare il sogno di un Paese giovane e felice? Fedele ai principi dello scoutismo, Matteo ha, infatti, l’ambizione di migliorare il mondo in cui vive e perciò già da studente universitario s’impegna in politica, contribuendo alla nascita dei “Comitati per Prodi”. Laureatosi con una tesi su Giorgio La Pira – il grande sindaco che detestava opportunismo, carrierismo e sete di potere – Renzi viene notato anzitutto da Lapo Pistelli, che lo assume come assistente parlamentare, comunemente detto portaborse. Ma la sua carriera è rapidissima: divenuto segretario provinciale del Ppi e coordinatore de La Margherita fiorentina, nel 2004 viene eletto presidente della Provincia di Firenze. In questa veste è incorso in un piccolo infortunio per alcune assunzioni considerate irregolari, e perciò causa di danno erariale, dalla Corte dei Conti, che si è occupata pure delle spese di rappresentanza del presidente, il cui mandato è costato ai contribuenti fiorentini 600 mila euro in cinque anni. Noi siamo certi, però, che si tratta di una persecuzione nei confronti del futuro premier, e ci rammarichiamo che, per evitare le critiche dei malpensanti che parlerebbero di provvedimenti ad personam, non sia stato approvato, sebbene sia stato presentato, un emendamento al testo di riforma della pubblica amministrazione che permetterebbe a Renzi di risolvere definitivamente vecchi problemi ancora aperti con la giustizia amministrativa.

Intanto nel 2009 Matteo si candida a sorpresa, pare violando patti non scritti, non per un secondo mandato alla Provincia ma alle primarie per il sindaco di Firenze, con lo slogan “O cambio Firenze o cambio mestiere e torno a lavorare”. Mossa davvero abile, perché Renzi attira così anche i voti degli elettori di destra presentandosi come alfiere del cambiamento rispetto alla sinistra che sino a quel momento aveva governato la città. Contro ogni previsione, prima sbaraglia gli altri candidati – tra cui il povero Lapo Pistelli, che era il candidato ufficiale del PD e che non si aspettava certo di essere pugnalato alle spalle dal suo ex portaborse – e poi diventa sindaco. Per un giovane brillante come il nostro Matteo è la grande occasione per mettersi in mostra a livello non cittadino ma nazionale. Renzi, infatti, presenta un programma ambizioso, anche se i suoi avversari, pronti a prendere alla lettera lo slogan ‘cento punti in cento giorni’, noteranno solo le promesse non mantenute: «Farò una sola holding delle partecipate!» (mai fatto), «Nuova pista all’aeroporto!» (mai fatta), «Recupero del parco delle Cascine!» (mai fatto), «Assumeremo trenta persone per ascoltare i cittadini nei quartieri e risolvere i piccoli problemi» (mai fatto), «Recupero delle sponde dell’Arno» (mai fatto), e così via. E le lamentele degli eterni scontenti non si fermano qui, perché si dice che come sindaco sia stato un grande assenteista, abbia investito enormi quantità di denaro in viaggi e cene a spese dei contribuenti e ci sia anche un’indagine per appalti a un’azienda legata alla sua famiglia, la “Florence multimedia”. È stato criticato anche perché ha chiuso per una notte Ponte Vecchio ai fiorentini per concederlo ai privati per un raduno di ferraristi e perché il guadagno dell’operazione è stato per il Comune irrisorio. Critiche davvero inconsistenti in confronto ai successi d’immagine del sindaco nel campo dell’arte!

Infatti, è vero che sono rimasti sulla carta i progetti di ripavimentare in cotto piazza della Signoria e di ricoprire di marmo la facciata della basilica di san Lorenzo, ma i giornali hanno parlato ugualmente di un Rinascimento di Firenze; e poi Renzi ha tentato il colpaccio di ritrovare il celebre affresco di Leonardo da Vinci, la Battaglia di Anghiari, che dovrebbe essere nascosto da un affresco del Vasari nella Sala dei Cinquecento, lo spazio più importante di Palazzo Vecchio. In fondo, che il Leonardo ci sia o non ci sia conta poco: ciò che importa è che si affermi l’immagine di un sindaco cui ci si può affidare perché non ha paura di rischiare. E in effetti il risultato dell’azzardo è stato presto dimenticato: l’affresco di Leonardo non è stato ritrovato ma in compenso quello del Vasari è stato bucato più volte, tanto che l’iniziativa è stata per il momento abbandonata e della grande scoperta non si parla più. Un’altra impresa sembra, invece, ancora irrinunciabile: il passante sotterraneo dell’alta velocità ferroviaria, una grande opera approvata dal sindaco precedente, alla quale Renzi ha dato il personale via libera. Sull’attraversamento dell’alta velocità – con annessa una nuova stazione sotterranea per i soli supertreni – il piano strutturale e il regolamento urbanistico non lasciano spazio a equivoci: anche se per ora i lavori sono sospesi, la grande opera va fatta, come ha più volte ripetuto il nuovo sindaco, il renziano Dario Nardella. Se poi il tunnel che passerà sotto la città dovesse provocare danni ad alcuni monumenti tra i più famosi al mondo, i soliti critici direbbero che Renzi ha davvero mantenuto la promessa di cambiare Firenze! Ma il capoluogo toscano è solo il trampolino di lancio per traguardi di più ampio respiro. Ben presto, infatti, Matteo comincia un bombardamento contro i dirigenti del suo partito, vecchi dinosauri da tempo detestati dagli elettori. Lo slogan della rottamazione della vecchia classe dirigente risulta efficace e il nostro brucia le tappe: nel 2013 vince le primarie e diventa segretario del PD, un partito che, caso unico nella storia, fa votare i propri candidati anche dagli elettori degli altri partiti.

La segreteria, però, è solo un obiettivo intermedio: lo scopo di Matteo è quello di diventare capo del governo, carica per il momento occupata da un esponente del suo stesso partito, Enrico Letta. Il nostro giura che farà il presidente del consiglio solo se vincerà le elezioni, ma intanto, da una parte, rassicura quotidianamente l’inquilino di palazzo Chigi e, dall’altra, non perde occasione per attaccarlo. In realtà, Enrico sa bene che non può stare affatto sereno: chi ha fatto fuori Pistelli, Bersani e l’intera nomenclatura del PD, almeno quella che non si è convertita al renzismo, perché dovrebbe fermarsi di fronte a lui? E in effetti Matteo, anche cedendo alle pressioni dei poteri forti nazionali e internazionali, preoccupati per il precipitare presso l’elettorato del gradimento del governo Letta, ne provoca la caduta. Davvero una guerra-lampo: solo chi possiede in sommo grado le vere virtù del politico, astuzia e audacia, ed è pronto a giocare duro senza esclusione di colpi può in pochi mesi diventare padrone del partito e di un governo composto di fedelissimi.

Un governo di giovani, metà uomini e metà donne, molto brillanti (solo le malelingue li definiscono incompetenti), anche se c’è sempre qualcuno che ha da ridire perché agli interni resta un ministro di cui in precedenza lo stesso Renzi aveva invocato le dimissioni e perché ci sono sottosegretari sotto inchiesta: ma è ovvio che non si può avere tutto nella vita, e poi un po’ di sano garantismo non guasta. L’importante è fare sognare gli Italiani: e Matteo ci riesce benissimo! Proclama subito che in cima ai suoi obiettivi c’è la scuola, ma per la manutenzione degli edifici scolastici sono state stanziate cifre molto inferiori a quelle promesse, mentre è stato annunciato un nuovo Patto Educativo ispirato al logoro slogan della modernizzazione. Il disegno di legge sulla futura Buona (!?!) Scuola, però, raggiunge un solo obiettivo: quello di fare infuriare tutti. Un’altra emergenza è quella del lavoro: l’unica novità, per ora, è una sostanziale modifica (o abolizione?) dell’articolo 18. Si presenta come avversario dei privilegi della casta, mettendo all’asta centinaia di auto blu, che purtroppo restano quasi tutte invendute. Si mostra deciso a ridurre i tempi biblici della giustizia, ma per ora ha ridotto solo le ferie dei magistrati con un decreto praticamente privo di effetti. Dichiara guerra alla corruzione, ma i provvedimenti approvati sino a ora mettono in pericolo non l’impunità dei corrotti ma l’autonomia dei giudici, mentre non è neanche presa in considerazione l’ipotesi di far pagare al Vaticano le tasse sugli immobili che gravano sui comuni cittadini. Promette una riforma al mese: ancora, però, pochissime sono entrate in vigore. Ma non importa: ciò che conta è annunciarle, perché la crisi economica è sempre più grave ed è urgente distrarre l’attenzione dei cittadini, diffondere ottimismo, proporre velocemente nuovi obiettivi per evitare che ci si accorga del fatto che quelli di prima non sono stati raggiunti.

La verità è, dicono i suoi critici, che Renzi mente, mente a più non posso ma, grazie anche alla complicità dei mezzi d’informazione, tutto gli viene perdonato. Del resto, chi ha mai detto che la grandezza di un politico si giudica col metro della sincerità? Sarebbe, ovviamente, ridicolo giudicare l’operato dei grandi uomini di Stato con criteri moralistici. Mentire è un’arte, anzi si può dire che, nei regimi in cui il potere si basa sul consenso degli elettori, è l’arte propria del politico, che è tanto più grande quanto più riesce a far credere di avere a cuore solo l’interesse di tutti i cittadini. E, in effetti, Matteo piace a tutti: lo votano gli elettori di centrosinistra, che lo considerano espressione di un partito di sinistra e non si accorgono delle sue scelte liberiste, e quelli di centrodestra, che lo apprezzano proprio per quelle politiche care al grande capitale. Questa strategia porta al successo delle elezioni europee – geniale il bonus di 80 euro mensili destinato a milioni di lavoratori – e la travolgente vittoria rafforza il premier nella convinzione che si può e si deve cambiare la Costituzione: poiché non si conserva a lungo il potere puntando solo sulle proprie capacità seduttive, occorre sbarazzarsi di ogni opposizione, presente e futura, prima che finisca la luna di miele con gli elettori. È lo stesso obiettivo perseguito per anni dall’altro grande seduttore presente sulla scena politica italiana: Silvio Berlusconi. Ovvio, quindi, l’accordo tra il giovane spregiudicato, all’epoca ancora soltanto segretario del PD, e il vecchio pregiudicato, condannato in via definitiva per un reato infamante e ora non rottamato come i vecchi del PD ma addirittura resuscitato come padre costituente. L’occasione è imperdibile: unire le forze per far passare, nascoste dietro la faccia da bravo ragazzo, le riforme care al vecchio piduista. Tra i due c’è profonda sintonia? Ridicolo scandalizzarsi: si tratta di un capolavoro politico.Tra due partiti sempre più simili, l’alleanza è inevitabile, e del resto Matteo sa bene che il fine giustifica i mezzi. Non ci sarebbe, quindi, da scandalizzarsi se, per evitare i prevedibili strepiti dei giustizialisti, il patto contenesse qualche clausola segreta, come l’impegno a depenalizzare l’evasione fiscale sino alla soglia del 3% dell’imponibile. Questa norma, certo, consentirebbe a Berlusconi di ottenere la revoca della condanna definitiva per frode fiscale, cancellandone gli effetti che per sei anni lo tengono lontano dalla vita politica. Ma ciò non significa per nulla che sia una norma ad personam, perché sarebbe di grande utilità per tanti gruppi industriali e bancari, che potrebbero liberarsi dai processi in corso, coll’evidente vantaggio di uno snellimento del sovraccarico di lavoro dei nostri tribunali. Piuttosto, potrebbe essere una norma suggerita al premier dal già ricordato san Matteo, protettore, in questo caso, più dei banchieri che degli esattori delle tasse. Del resto, qualche problema con la giustizia ce l’hanno anche tanti politici del PD, e quindi limitare la pubblicazione delle intercettazioni e tagliare le unghie a una magistratura che non sa riconoscere chi ha il diritto di essere trattato con riguardo non è affatto male: peccato che l’indignazione di buona parte dell’opinione pubblica abbia fatto fallire il progetto.

Del patto si conosce, a ogni modo, l’essenziale: con un’opportuna riforma del senato e della legge elettorale, si metterà fine alla repubblica parlamentare, concentrando il potere nelle mani di un solo partito, o meglio del suo leader. Del resto, il Parlamento da molto tempo ormai non è più un luogo in cui, come vorrebbe il nome, si parla, si confrontano posizioni diverse, sostenute con argomentazioni persuasive, in modo che alla fine possa essere condivisa dalla maggioranza dei rappresentanti della Nazione quella che s’impone per la sua ragionevolezza: sempre più spesso, infatti, i parlamentari neanche ascoltano le ragioni dell’altro, perché è il partito che stabilisce come votare. E nessuno più si scandalizza del fatto che le decisioni che contano davvero siano prese fuori dal parlamento: basti pensare al patto (che ora sembra scricchiolare) Renzi-Berlusconi (due non parlamentari) o alla dichiarazione di Mario Draghi, che si dice sicuro che, a prescindere dall’esito elettorale, l’Italia farà le riforme volute dalla Banca Centrale Europea come se fosse inserito il ‘pilota automatico’.

Chi non perde il vizio di criticare vorrebbe mettere in difficoltà Matteo ricordando che egli ha costruito il suo successo politico su parole d’ordine anti casta: fine del finanziamento pubblico dei partiti, maggiore coinvolgimento dei cittadini nel processo decisionale, riduzione delle indennità e del numero dei parlamentari, limite di tre mandati, possibilità degli elettori di scegliere gli eletti, abolizione dei loro odiosi privilegi e difesa dei diritti dei lavoratori. Nessuno di questi punti è contenuto nelle riforme in cantiere. Renzi ha cambiato opinione? E che male c’è? Tutti mutiamo opinione nella vita, e ciò che va bene per arrivare al potere non è detto che vada bene per mantenerlo. Il cambiare le singole posizioni non intacca la coerenza di un disegno che mira solo alla vittoria. Velocità, dinamismo, adattabilità sono pregi e non difetti! Si obietta pure che le riforme costituzionali sono di competenza non del governo ma del parlamento, che l’attuale è politicamente delegittimato perché eletto con una legge dichiarata incostituzionale, che la vittoria alle europee non implica il mandato a riformare la Costituzione, che le proposte attuali riducono lo spazio di partecipazione dei cittadini, che ci sono ben altre emergenze. Chi parla così non capisce l’impellente urgenza di cambiare la Costituzione perché trascura una questione decisiva: i poveri assoluti in Italia sono più di sei milioni, e sono aumentati nell’ultimo anno di un milione e 200 mila unità; i poveri “relativi” sono dieci milioni e la situazione continua a peggiorare; il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo nel primo trimestre 2014 ha raggiunto il 135,6%. È evidente allora che, se i vincoli europei, com’è probabile, restassero poco flessibili, l’inevitabile precipitare della crisi economica costringerebbe il governo a manovre impopolari, e allora addio riforme costituzionali per blindare l’attuale classe politica!

Quando ci troveremo in una situazione simile a quella della Grecia, solo un governo forte, in grado di controllare informazione, magistratura e poteri di garanzia, come presidenza della Repubblica e Corte costituzionale, potrà continuare a far pagare i costi della crisi ai lavoratori. Certo, la forma sarà salva e la Camera continuerà a riunirsi regolarmente, ma solo per ratificare le decisioni dell’esecutivo. È ciò a cui ci stiamo abituando in qualche modo già ora, col continuo ricorso alla decretazione d’urgenza, che ha di fatto espropriato il parlamento della funzione legislativa, e con l’uso di tagliole e ghigliottine per troncare i dibattiti cari ai perditempo. Un parlamento che obbedisce al governo è, in fondo, l’ideale che accomuna una certa destra e una certa sinistra, e infatti non è un caso che la riforma abbia il convinto sostegno sia di Berlusconi che dell’ex capo dello Stato Napolitano: basta pensare, per esempio, a quanto avveniva, da una parte, nell’Italia fascista e, dall’altra, nell’Ungheria dell’era comunista, dove il parlamento si riuniva otto volte l’anno solo per ratificare le decisioni prese dal partito. Ancora, è vero, c’è qualcuno che osa fare opposizione, ma è additato alla pubblica opinione come un ostacolo alle riforme di cui il Paese ha bisogno e messo a tacere non con noiosi ragionamenti ma con brillanti calembour del tipo ‘non contano i veti ma i voti’ o ‘non voglio uno Stato di polizia, ma di pulizia’. Per nostra fortuna, però, il servilismo e la paura di perdere i vantaggi acquisiti inducono la maggioranza dei parlamentari a piegarsi di fronte ai ricatti di un governo che non teme di essere arrogante e che riesce a far credere di essere più forte di quanto sia in realtà. Ed è proprio grazie all’audacia di Renzi e alla pavidità dei suoi avversari che vinceremo la partita se, come speriamo, il nuovo presidente della Repubblica firmerà come il vecchio le leggi, ormai prossime all’approvazione definitiva, che mirano ad assicurare al capo del governo un potere praticamente senza limiti, e se Berlusconi all’ultimo momento non farà mancare i suoi voti (ma contro tale eventualità ci stiamo premunendo con la campagna acquisti di qualche senatore).

Del resto, la maggioranza degli italiani ha sempre desiderato un uomo solo al comando e quindi, se democrazia è fare la volontà della maggioranza, di cosa si può accusare Matteo? Se, nonostante la battuta d’arresto delle recenti elezioni amministrative, egli riuscirà, come noi crediamo, nell’impresa di trasformare l’inefficiente sistema parlamentare previsto dalla vecchia Costituzione in un regime accentrato ed efficiente, capace di attuare con la necessaria velocità le direttive formulate dalla finanza internazionale, non dovranno tutti acclamarlo come uno dei più grandi uomini politici della storia d’Italia? Allora non sarà un’esagerazione paragonarlo al giovane Ottaviano, nell’antica Roma artefice della trasformazione della repubblica in impero, e proclamare che anche Matteo merita il titolo di Augusto. E noi, elevati da lui alle più alte cariche – ministri, viceministri, sottosegretari – non saremmo degli ingrati se non cantassimo le sue lodi, elogiandolo con questo panegirico alla maniera di Plinio il giovane che, ottenuto il consolato, esaltava l’imperatore Traiano come “il migliore dei principi”, inviato dagli dei per il bene dell’impero? Prendendo quindi a prestito le parole di Plinio, oggi anche noi, al cospetto di tutti gli italiani, dichiariamo: “Senza timori e pieni di zelo noi ti seguiamo dove ci chiami. Ci comandi di essere liberi: lo saremo; ci comandi di dire pubblicamente ciò che pensiamo: lo diremo”, perché tu, Matteo, sei il capo che abbiamo sempre sognato e per noi la libertà è obbedire ai tuoi ordini!

1 comment

Bruno Antonio Prof.Bellerate martedì, 30 Giugno 2015 at 10:15

Complimenti! Certo ha superato l’ammissione tra i giornalisti a pieni voti, con la parlantina che si ritrova e la fine ironia, che la condisce. Bella l’apologetica biografia di Renzi, da “tutti” applaudito (incluso “lui”, anzi “loro”: visto che usa il plurale maiestatico!?), purtroppo, come si usa nel giornalismo, non documentata, anzi con un sorprendente riferimento al “Ppi” negli anni 2000… Tante, tante parole, che tuttavia si leggono piacevolmente…

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