Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Quella folla in piazza San Giovanni di L.Fano

Quella folla in piazza San Giovanni di L.Fano

Laura Fano
http://comune-info.net

Vivo a due passi da Piazza San Giovanni, a Roma: in questi ultimi anni mi è capitato di vedere ogni tipo di manifestazione. Oggi (sabato 20 giugno) purtroppo mi è capitato di assistere al tristissimo Family Day. Tante, troppe persone che non sapevano neanche per cosa stavano dimostrando. Un maxischermo gli ricordava che “le famiglie devono difendere i propri figli” e che bisogna dire “stop al gender”, cioè, per chi sa un po’ d’inglese e ha una cultura di base, “stop al genere”, un’espressione totalmente priva di senso (qui ne parla anche Maria G. Di Rienzo, Gender. Ecco il nuovo mostro ndr).

Mi occupo di studi di genere e vorrei dire a questa gente terrorizzata da una fantomatica “ideologia del gender” che questi studi affermano semplicemente che il genere è una costruzione sociale, non biologica. Ossia che non vi è nessuna legge naturale secondo la quale le donne devono rimanere in casa a pulire o prendersi cura dei figli, e che il fatto che gli uomini lavorino e mantengano la famiglia non è dovuto a un fattore biologico, bensì è una costruzione funzionale all’oppressione della donna da parte di un sistema patriarcale. Punto.

Vorrei anche dirgli che gli studi di genere non sostengono affatto la necessità che i bambini di tre anni facciano educazione sessuale a scuola e che questa educazione debba istigarli alla masturbazione. É proprio questo che afferma la folla di San Giovanni: che la scuola pubblica vorrebbe traviare i nostri poveri figli spingendoli a una pratica “terribile e sporca” quale la masturbazione. E a ciò sono giunti travisando, tra le altre cose, un documento dell’Organizzazione mondiale della sanità che fornisce alcune linee guida agli insegnanti per gestire al meglio una situazione con cui si trovano ogni giorno a fare i conti, ossia bambini che dalla più tenera età esplorano il proprio corpo come ogni altra cosa intorno a loro. Ma questa folla di San Giovanni, composta principalmente da genitori che dicono di preoccuparsi per i propri figli, questi figli non li hanno mai visti toccarsi come fanno tutti i bambini?

Si preoccupano poi che la scuola voglia stravolgere l’ordine naturale delle cose, ossia insegnare ai bambini che a una donna possa piacere fare il meccanico e che un uomo possa fare le pulizie di casa. Ma magari! Come se le nostre scuole fossero così avanti. Mia figlia, che frequenta una delle scuole considerate più moderne a Roma, ha fatto da poco la recita di fine anno. Poiché quest’anno hanno studiato il medioevo, le bambine hanno dovuto fare un piccolo minuetto e poi stare sedute ad assistere alle tante cose divertenti che facevano i loro coetanei maschi, tipo andare a cavallo su dei cavallini finti, tirare le lance nei cerchi, e ballare come giullari. Sono sicura che mia figlia si sarebbe divertita molto di più ad andare a cavallo come un cavaliere, però, non sia mai, per la folla di San Giovanni forse sarebbe stato un terribile stravolgimento dell’ordine naturale. Oggi, prima di tornare a casa e vedere quel deprimente maxischermo abbiamo partecipato a un corso di cucito per bambini, dove un bambino – maschio – ha passato un’ora a tessere il telaio con grande passione. Orrore! Per la folla di San Giovanni questa sarebbe stata pura istigazione all’omosessualità, malattia tra le più terribili che possano capitare.

E a chi dice che lì in piazza ci sono famiglie tranquille con bambini, io dico che non ho nessuna comprensione per chi porta i bambini a manifestazioni contro altri esseri umani. Io le mie figlie le porto alle manifestazioni contro la guerra, per la giustizia, per i diritti. Ma contro altre persone, che anzi lottano per i propri diritti, no. Perché di questo si tratta. Questa folla la fantomatica ideologia del gender non sa nemmeno cosa sia, l’omofobia invece la conosce fin troppo bene. La ragione per cui sta manifestando è l’odio e la paura nei confronti degli omosessuali, mascherata da difesa dei propri figli.

Credo che siamo lontani anni luce da una legge sulle unioni civili (per non parlare dei matrimoni gay), perché questa triste piazza purtroppo esprime fin troppo bene gli umori della società. La prossima volta che manifesteranno spero almeno di aver cambiato casa.

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FAMILY DAY: LA PIAZZA DELL’OMOFOBIA E LA CHIAMATA ALL’AZIONE

GayIt

La pioggia alla fine s’è fermata e il Family Day c’è stato. A piazza San Giovanni si sono ritrovate persone giunte da tutta Italia per dire una sola cosa: “Stop al gender nelle scuole”. Uno slogan che nelle declinazioni enunciate dai relatori sul palco è diventato anche no al ddl Cirinnà, naturalmente. Perché nella visione di quella piazza fa tutto parte di un grande complotto che punterebbe a instaurare “la dittatura del pensiero unico”. Già qui, una persona con un briciolo di lucidità capirebbe che stiamo parlando di aria fritta. Ma andiamo con ordine.
Inevitabile la rincorsa dei numeri. Secondo gli organizzatori, più di un milione. Del resto, è quella la cifra che avevano anticipato: dichiarare una partecipazione inferiore avrebbe significato ammettere di non avere raggiunto l’obiettivo. Piazza San Giovanni contiene circa 300 mila persone, era piena e c’erano persone anche nelle zone limitrofe. Ma il gioco dei numeri rischia di diventare controproducente, perché potremmo dire che solo questo mese la comunità lgbt ha portato in piazza circa 515 mila persone, nelle manifestazioni non nazionali di tra Roma, Verona, Pavia e Benevento, e devono ancora tenersi i cortei di undici città. Potremmo anche dire che questo Family Day arriva dopo otto anni dal primo (quello del 2007), mentre i Pride si fanno ogni anno, con le proporzioni che ne conseguono. E il fatto che su alcune pagine Facebook di riferimento di quella piazza circoli la foto aerea fatta nel 2007, la dice lunga (ancora non avete capito che le foto false si scoprono in pochi minuti, su internet?). Ma, come detto, non è questo il punto. Il punto sono e rimangono i contenuti.

Dal palco di San Giovanni, oggi, abbiamo sentito quello che si sente da anni ormai sulla fantomatica “teoria del gender” : niente di nuovo, in questo senso, le solite farneticazioni senza fondamento. E niente di nuovo neanche negli attacchi, feroci, fatti al DDL Cirinnà dipinto come una legge in grado di dare il via a una sorta di apocalisse.
Quello di cui ha senso parlare, rispetto alla manifestazione, sono i toni, il linguaggio, le parole scelte dai relatori (che non elencheremo) per arringare la folla.
Abbiamo sentito parlare di “bombe lanciate sulla famiglia”, di scuole trasformate in “campi di indottrinamento”, di bambini usati per fare esperimenti al pari di quello che accadeva nei campi nazisti, di “destino di morte” (perché la natalità cala e legittimare le coppie gay, non si sa bene come, avallerebbe questo trend), di “violazione del corpo delle donne per mercimonio”, di bambini “strappati con violenza” a chi l’ha partorito per darlo ai padri gay (chissà perché non si citano mai le mamme lesbiche, in questi casi), bambini che per questo strappo piangono di dolore (i bambini appena nati piangono tutti: serve ad attivare il sistema respiratorio, ma tant’è). Abbiamo sentito dire che non sono loro che discriminano “è la natura che discrimina”, che come ha fatto notare qualcuno, è un po’ come dire “non sono io ad essere razzista, sei tu che sei negro”. Abbiamo sentito inviti a combattere e resistere, a non arrendersi. Mai. Tutto condito dal concetto di famiglia che ci viene da Dio, dalla catechesi e perfino da draghi rossi con sette teste e satana.

Parole che dipingono un quadro di terrore puro, di vera e propria guerra, di violenza. Quello che porteranno a casa le persone che erano in quella piazza è l’idea di essere davvero in guerra contro un nemico orrendo, che vuole distruggere le loro vite, le loro famiglie, il futuro dei loro bambini. Un’atmosfera in cui è difficile stupirsi, poi, quando certi interpreti di questo pensiero, aggrediscono gay, lesbiche e trans quando li incontrano per strada. Perché nonostante quel “noi non siamo contro gli omosessuali” ripetuto dal palco, quella è stata una manifestazione contro le persone lgbt e i loro diritti di cittadinanza in uno stato laico.
E non è un caso che a San Giovanni abbia parlato anche l’Imam della moschea di Centocelle e si sia letto il messaggio di solidarietà del rabbino capo di Roma, sotto lo sguardo di una gigantesca Salus populi romani, l’icona bizantina della Madonna con Bambino. Quello che tiene unite queste diverse anime è proprio il rifiuto della laicità, l’idea che i valori confessionali debbano guidare la mano del legislatore e regolare il vivere civile di una società dell’occidente democratico. Una visione più vicina ad un regime teocratico, che a una democrazia che affonda le sue radici nell’antica Grecia. Ci corre l’obbligo di ricordare che l’Italia non è uno stato confessionale, che nessuno vuole imporre l’ateismo a nessuno né vietare la libera professione della fede che ognuno sceglie per sé, ma che la laicità a cui si fa appello è quella che garantisce a chi crede di vivere secondo i dettami della propria religione e a chi non crede di vivere secondo i propri valori. Tutti nel rispetto della legge e nella garanzia della parità di diritti.

Un clima di guerra che, però, non ha alcun riscontro nella realtà. Perché “dall’altra parte” ci sono persone che non lottano contro, ma per. Per avere riconosciuti i propri diritti di cittadini, di genitori e di famiglie. Di famiglie che esistono già e contribuiscono alla società esattamente come quelle già riconosciute, di genitori che vogliono che i propri figli siano tutelati e che vadano in scuole in cui non si insegna che non esistono diversità (come vorrebbero far pensare gli agitatori del gender), ma che le diversità ci sono e vanno rispettate. Tutte. Ci sono persone che scendono in piazza per l’uguaglianza, non per la discriminazione. E su questo, basta riportare la dichiarazione rilasciata da Monica Cirinnà: “Io ho fatto un lavoro di inclusione di tutte le famiglie, di tutti gli amori e di tutti gli affetti. Noi, io tutti parliamo della libertà dell’amore e di diritti per tutti. Credo che il Family Day si sia trattato di un piazza di privilegiati eterosessuali che affermano di volersi tenere i loro privilegi”.
È questa la differenza: c’è chi si impegna per una società migliore, inclusiva, egualitaria e chi, invece, scende in guerra contro nemici inventati e contro la felicità degli altri. La storia va nella direzione dei primi. Poi ognuno sceglie da che parte stare.

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