Home Politica e Società La “Buona scuola” incostituzionale di A.Sani

La “Buona scuola” incostituzionale di A.Sani

Antonia Sani
Associazione “Per la Scuola della Repubblica”

I tentacoli della Costituzione materiale – un concetto ripetuto nel corso della sua esperienza come docente e poi come giudice della Corte costituzionale da Costantino Mortati che invitava a non valutare in astratto le norme emanate, ma all’interno dell’insieme ordinato cui appartengono (aprendo la strada a una revisione di fatto, prima ancora che sulla “Carta” dei nostri principi giuridici fondamentali) – hanno consolidato la loro azione sulla scuola con la recente approvazione da parte del Parlamento del ddl “Buona scuola”. È stato tuttavia necessario il ricorso alla fiducia nell’aula del Senato e la blindatura degli emendamenti alla Camera affinché il provvedimento passasse; ciò significa che di tentacoli ancora si tratta e non di sovrapposizione totale di quel ruvido intreccio di egoismi, autoritarismi e disuguaglianze su cui si è negli anni concretizzato il processo di revisione della Costituzione formale.

Le proteste in Parlamento e nelle piazze lo hanno dimostrato. Per tutto l’anno scolastico insegnanti, genitori, studenti, e – attratti dalla vivacità di un movimento reale – alla fine anche i sindacati, tutti uniti si sono battuti contro una controriforma che avrebbe annullato quelle conquiste democratiche avviate negli anni ‘60-‘70, quando l’attuazione dei principi costituzionali nella scuola era aspirazione sentita da gran parte della popolazione.

La “buona scuola” renziana, non appena sarà varata dal Presidente della Repubblica (ciò che abbiamo tentato di scongiurare con appelli che evidenziano i passaggi incostituzionali del provvedimento, invitando – anche attraverso l’arma dello sciopero della fame – il presidente della Repubblica a non firmare il provvedimento), diverrà legge, pronta a fare il suo ingresso nelle scuole all’avvio del nuovo anno scolastico.

La battaglia non sarà facile. La legge si presenta come l’epilogo di un processo di adesione dell’istituzione scolastica a modelli aziendalistici fondati su un’autonomia competitiva quale garanzia di efficacia ed efficienza.

Questo processo in Italia era stato avviato dal documento “Una nuova idea per la scuola” composto da 31 intellettuali di area centrosinistra nel 1994. L’esempio da imitare era rappresentato dall’iniziativa privata: il grande sforzo da compiere era liberare il Paese dal mantra “pubblico, pari opportunità, uguaglianza”, tutte cause dell’inefficienza del nostro sistema formativo. Da qui il sentimento di inadeguatezza che cominciava a diffondersi nella sinistra, che fu una delle concause della vittoria di Berlusconi e del berlusconismo. Pensiamo al mutamento del linguaggio, anche nei rappresentanti della sinistra (“carta dei servizi”, portfolio, crediti e debiti, “successo” scolastico, scuola privata paritaria), all’obbrobrio della legge per l’immissione in ruolo dei docenti di religione cattolica… provvedimenti che appartengono tutti a governi di centrosinistra.

Renzi ha raccolto quest’eredità e oggib può osare presentare a un pubblico in parte indifferente o addomesticato una scuola in cui il preside manager nomina direttamente i docenti in base a un’idea di progetto educativo del suo istituto, una scuola pubblica in cui si concedono sgravi fiscali agli alunni delle scuole paritarie, in cui i docenti subiscono una sorta di Jobs Act, con la triennalizzazione del contratto, in cui un comitato per la “valorizzazione del merito”, con la presenza di un genitore e di un alunno valuta la percentuale di docenti da premiare, in cui il rapporto scuola-lavoro risponde più alla logica dell’apprendistato che a quella dell’orientamento cui dovrebbe tendere il sistema scolastico.

Non si parla di laicità nella “buona scuola”; la libertà di insegnamento è palesemente negata, la partecipazione democratica negli Organi Collegiali è ridimensionata, non molto distante dalla proposta di legge Aprea, a suo tempo bloccata, la delega al governo su aspetti fondamentali per l’assetto e l’organizzazione scolastica priva il Parlamento del dibattito pubblico nella sede rappresentativa dell’elettorato italiano.

Questa scuola viene offerta su un piatto d’argento a Angela Merkel dal nostro premier, che si affanna a proclamare da qualche tempo la sua idea di un’Europa diversa, attenta ai valori e ai diritti, mentre le sue riforme portano il segno opposto: quello della continuità dell’Europa di Maastricht, alla quale l’Italia non può che adeguarsi poiché “queste riforme” sono da lui presentate non come un tributo da pagare in termini di cessione di diritti per l’uscita del nostro Paese dalla crisi, ma come la strada per una rivitalizzazione della nostra economia, una modernizzazione dei nostri assetti produttivi e culturali.

Qui sta la grande contraddizione che rende difficile l’azione di chi lotta per il rispetto dei principi costituzionali in Italia e per una loro affermazione in Europa.

A settembre le scuole mostreranno le consuete difficoltà. Il movimento che si è battuto per far conoscere la proposta di legge di “Iniziativa Popolare per una Buona Scuola per la Repubblica” (LIP) fondata su una riforma della scuola nel rispetto dei principi costituzionali – che tanta parte ha avuto nel presente anno scolastico nella promozione di una crescita democratica di insegnanti, genitori, studenti – continuerà la sua azione riproponendo i punti qualificanti di quella proposta di legge, arricchiti da aggiornamenti e integrazioni. Verranno valutate iniziative per l’abrogazione della legge renziana o altre vie legali per il suo ritiro.

Ma nessuna lotta contro la distruzione dei fondamenti della scuola pubblica avrà un senso, né potrà raggiungere l’obiettivo, se non sarà accompagnata dalla consapevolezza che la distinzione pubblico/privato è un valore, che l’uguaglianza e le pari opportunità per tutti e tutte non possono consentire una gerarchizzazione delle scuole e dei docenti, che la libertà di insegnamento (e di apprendimento) sono un principio prezioso.

La portata del danno educativo rappresentato dalla legge renziana deve essere compresa in tutte le sue implicazioni, che sono i processi a livello nazionale ed europeo cui abbiamo accennato. Bisogna che la scuola della Costituzione torni ad essere un’aspirazione reale, non soltanto un modo rumoroso per sconfiggere l’arroganza di questo governo.

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