Home Europa e Mondo Le conseguenze dell’accordo con l’Iran di G.Dyer

Le conseguenze dell’accordo con l’Iran di G.Dyer

Gwynne Dyer
www.internazionale.it

La cosa da tenere presente riguardo all’accordo raggiunto il 14 luglio tra l’Iran e il gruppo dei 5+1 (Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina) è che senza di esso l’Iran avrebbe potuto dotarsi di armi nucleari nel giro di un anno. Possiede le tecnologie per arricchire l’uranio, potrebbe fabbricare gli ordigni quando vuole (ogni paese importante sa come si fa) e le sanzioni che lo colpirebbero non potrebbero essere molto peggiori di quelle attuali.

Se non vi piace questo accordo e pensate davvero che Teheran si ostini a volere delle armi nucleari, l’unica scelta che vi rimane è una vasta campagna di attacchi aerei contro l’Iran. Nemmeno lo zoccolo duro del Partito repubblicano nel congresso degli Stati Uniti è pronto a impegnare le forze aeree statunitensi in un’impresa così folle. E Israele, senza il sostegno di Washington, semplicemente non potrebbe farlo da solo.

E allora cosa rimane? Nient’altro che quest’accordo. Il quale non garantisce che l’Iran non potrà mai avere armi nucleari, ma solo che non potrà rompere l’accordo senza concedere al mondo almeno due anni di tempo per poter rispondere prima che le armi siano operative. Le sanzioni rientrerebbero automaticamente in vigore e chiunque pensi che i bombardamenti siano una bella idea avrebbe tutto il tempo per metterli in pratica.

Per questo l’accorda terrà. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu può anche denunciarlo come “un errore di portata storica” che indicherà a Teheran “la strada verso le armi nucleari”, ma non può fermarlo. Netanyahu è ossessionato dall’Iran, ma neanche i servizi segreti israeliani credono che Teheran abbia davvero cercato di ottenere armi nucleari nell’ultimo decennio.

Il primo ministro israeliano ha rotto i ponti con il presidente statunitense Barack Obama, e neanche i suoi alleati nel congresso degli Stati Uniti possono bloccare l’accordo.

John Boehner, il presidente della camera statunitense, ha dichiarato che l’accordo “offrirà a un regime pericoloso miliardi di dollari in sgravi dalle sanzioni e preparerà il terreno per un Iran nucleare”. Boehner è probabilmente in grado di mettere insieme una maggioranza di deputati contro l’accordo (il congresso, come dicono a Washington, è un “territorio occupato da Israele”). Ma non può raccogliere la maggioranza di due terzi che sarebbe necessaria per scavalcare l’inevitabile veto di Obama. Passeranno ancora sessanta giorni, durante i quali il congresso dibatterà la questione, ma alla fine l’accordo andrà in porto. E fin qui tutto bene. Ma che conseguenze avrà per la politica mediorientale?

Disgelo non assicurato

È dalla rivoluzione islamica del 1979 che l’Iran e gli Stati Uniti sono acerrimi nemici. Oggi non sono diventati improvvisamente alleati, ma intrattengono buoni rapporti. Poiché quasi tutti gli alleati degli Stati Uniti nel mondo arabo considerano l’Iran un’enorme minaccia strategica, sono sconcertati all’idea di un riavvicinamento tra Teheran e Washington.

Il disgelo non è ancora assicurato. L’Iran sostiene il governo di Bashar al Assad in Siria. Washington invece vuole ancora che Assad sia rovesciato e fornisce armi ad alcuni ribelli “moderati”. Inoltre appoggia la campagna di bombardamenti dell’Arabia Saudita contro i ribelli houthi che ormai controllano la maggior parte dello Yemen, e accetta pubblicamente l’affermazione dei sauditi secondo i quali gli houthi sarebbero pedine dell’Iran.

Ma nessuno alla Casa Bianca, nel dipartimento di stato o al Pentagono crede davvero che la guerra civile in Yemen sia un complotto iraniano. Pochissimi credono ancora che Assad possa essere rovesciato senza consegnare la Siria agli estremisti islamici che oggi guidano la rivolta. Anche perché tra questi c’è lo Stato islamico, che è già oggetto dei bombardamenti degli Stati Uniti sia in Siria sia in Iraq.

La principale priorità degli Stati Uniti in Medio Oriente oggi è fare sì che Iraq e Siria non cadano nelle mani dello Stato islamico e del Fronte al nusra. L’Iran garantisce ai governi di Siria e Iraq un sostegno militare che è fondamentale per la loro sopravvivenza, e questo facilita la prospettiva di una più stretta cooperazione tra Iran e Stati Uniti.

Al contrario, l’Arabia Saudita e la Turchia, attualmente i due principali alleati degli Stati Uniti nella regione, stanno fornendo denaro e armi al Fronte al nusra in Siria, che grazie a questi aiuti ha ottenuto diverse vittorie contro l’esercito siriano negli ultimi mesi. La prospettiva di un regime islamista al potere a Damasco è accettabile per Riyadh e Ankara, ma è profondamente sgradita a Washington.

Quindi una grande ridefinizione delle alleanze statunitensi in Medio Oriente è teoricamente possibile adesso che si è chiusa la lunga guerra fredda tra Iran e Stati Uniti. In pratica, tuttavia, è molto difficile che questo accada. I legami militari ed economici di lunga data tra Washington e i suoi attuali alleati avranno la meglio sulla fredda logica strategica, e la politica degli Stati Uniti in Medio Oriente continuerà a essere il solito pasticcio.

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Iranium – uno storico accordo, parlano gli esperti

www.assadakah.it

a cura di :
Talal Khrais, Beirut
Ayman Halaweh, Vienna
Ali Badawi, Teheran

Nell’ora dell’accordo sul nucleare civile iraniano, come in un film, vediamo scorrere rapidi gli ultimi decenni. Nulla è stato risparmiato per mettere in ginocchio l’Iran e impedirgli il suo programma nucleare civile: dagli anni della guerra di Saddam Hussein (sostenuto da tutto l’Occidente e dalle petromonarchie), fino agli anni in cui un terribile embargo colpiva il popolo iraniano. Ma la giovane Repubblica Islamica dell’Iran ha resistito. «Così il sangue vince contro la spada» disse il quarto califfo Imam Ali. Suona attualissimo. L’Iran non ha mai voluto produrre nessuna bomba nucleare, tanto che più volte la Guida spirituale della Rivoluzione Iraniana ha sottolineato che la Religione vieta questo tipo di armi di uccisione di massa.
L’Iran aveva colpe imperdonabili agli occhi dei paesi occidentali: la volontà di sviluppare autonomamente il proprio Paese e il sostegno alla causa palestinese, posizione che disturbava sia Israele sia quella parte di Occidente che aveva occhi solo per “la sicurezza dello Stato Ebraico”.

Non si può, senza dubbio, che apprezzare l’insieme degli sforzi compiuti dal presidente Obama, guidati dal suo interesse a veder concluso il negoziato, cogliendo alla fine un successo dopo i numerosi insuccessi che aveva collezionato in politica estera. Oltre agli interessi specifici dell’attuale Presidente, si aggiunge una valutazione più generale di Washington, che vede nella distensione con Teheran il preludio a una diminuzione dell’impegno degli Stati Uniti in Medio Oriente. Con la conclusione dell’accordo, Obama sa di suscitare una forte opposizione dei suoi alleati del Golfo e di Israele, che si sentono “traditi”, ma l’Iran rappresenta per gli Stati Uniti un soggetto con una linea di politica internazionale in grado di ripristinare e garantire affidabilità e stabilità in aree soggette a tensioni potenzialmente incontrollabili, causate spesso da storici alleati degli USA. Oggi L’Iran, Hezbollah e la Siria sono quelli che combattono davvero il terrorismo in stile al-Qa’ida e ISIS, mentre gli amici più stretti lo hanno inventato e foraggiato. Si sa quanto sia consistente la quota dei cosiddetti jihadisti che proviene dalle monarchie del Golfo.

Tutti gli analisti hanno indubbiamente riconosciuto che gli Stati Uniti hanno ottenuto un successo. Gli USA hanno ottenuto un rallentamento dell’arricchimento dell’uranio, la distruzione di metà di quello già arricchito al 20%,la rinuncia ad attivare il reattore ad acqua pesante di Arak, per la produzione di plutonio, nonché la rinuncia a installare nuove centrifughe. Gli iraniani hanno ceduto nell’interesse del loro Paese su alcune questioni come l’imposizione di un rigoroso regime ispettivo da parte dell’AIEA (l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica con sede a Vienna), ma hanno creato le basi per favorire una collaborazione con l’Iran, essenziale per la stabilità all’intero Medio Oriente. Inoltre, una maggiore partecipazione iraniana alla fornitura di petrolio all’economia mondiale ne dovrebbe far diminuire i prezzi.

Ma all’Iran è stato riconosciuto il diritto di arricchire l’uranio a scopi pacifici (sino al 5% di U235). Da ricordare che gli Stati Uniti tempo fa avevano sostenuto che Teheran non avesse il diritto di arricchire l’uranio né di riprocessare il combustibile spento, usando come argomento la necessità che se ne potesse estrarre il plutonio utilizzabile per costruire “la bomba”.
Lo stesso giorno dell’accordo seguiamo gli avvenimenti insieme all’ambasciatore dell’Iran a Beirut Sayyed Mohamad Fatah Ali, al quale chiediamo quali siano i benefici più importanti dell’accordo. Il diplomatico sorride e spiega che i benefici non sono solo economici e non sono legati soltanto alla disponibilità degli ingenti fondi iraniani congelati dalle sanzioni, ma risiedono nell’eliminazione delle sanzioni più pesanti: quelle relative alla fornitura di parti di ricambio per le installazioni petrolifere e gasiere e, soprattutto, alle assicurazioni delle petroliere.

Senza dimenticare che l’accordo di Vienna rappresenta un’ottima occasione per l’Italia perché l’andamento delle esportazioni italiane è legato alla stabilità del Medio Oriente. Un altro vantaggio deriva dai rapporti privilegiati nel campo petrolifero tra Teheran e Roma soprattutto grazie alla presenza dell’ENI.

«Molte persone hanno pregato per i negoziatori durante il mese sacro di Ramadan. Le preghiere sono state ascoltate», ha affermato il Presidente Rohani in un discorso alla Nazione dopo l’annuncio dell’accordo di Vienna. Il Presidente iraniano parla di un nuovo inizio, di un nuovo capitolo aperto, di una svolta fondamentale per la storia del suo Paese.

«Tutti i nostri quattro obiettivi perseguiti nel corso del negoziato sono stati raggiunti» – ha spiegato – «Il primo era proteggere la capacità nucleare, la tecnologia nucleare e l’attività nucleare. Il secondo era porre fine alle sanzioni disumane e tiranniche, il terzo era occuparci di tutte le risoluzioni che dal nostro punto di vista erano inique. Il quarto era quello di far uscire il dossier nucleare dal capitolo VII. Sulla base dell’accordo concluso oggi e sulla base del piano d’azione congiunto, tutti e quattro gli obiettivi sono raggiunti».

Le sanzioni nei confronti dell’Iran, ha aggiunto Rohani, non hanno raggiunto i loro obiettivi ma «hanno creato una condizione difficile nella società, fra la gente.» E ha spiegato: «negoziare non significa solo leggere testi, dichiarazioni. Significa contrattare. A noi non è stata fatta la carità, l’elemosina. Sono orgoglioso che oggi, dopo 23 mesi di negoziati, siamo riusciti a raggiungere un punto nuovo».

Chiediamo un riassunto del contenuto dell’accordo al Generale Walid Sukkarieh, esperto militare e di scenari strategici. «L’accordo di Vienna permetterà di allentare le tensioni in Medio Oriente e di scongiurare così l’eventualità dell’esplosione di un nuovo conflitto. Prevede che gli ispettori dell’AIEA possano monitorare l’attività dei siti nucleari iraniani, comprese le installazioni militari. In cambio l’Iran ha ottenuto la possibilità di continuare a sviluppare il suo programma nucleare pacifico (al fine di produrre energia elettrica), la sospensione di tutte le sanzioni e lo sblocco di 135 miliardi di euro di fondi iraniani congelati all’estero». Secondo fonti attendibili, quanto stabilito dall’attuale accordo sarà valido per almeno dieci anni.

Ci saranno altri passaggi per la definitiva ratifica dell’accordo, non tutti semplici. Ma la completezza del quadro delineato può essere allettante per chi voglia investire nella stabilità politica.

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