Home Gruppi e Movimenti di Base Papa Francesco e i valdesi. Comunità, soggetto e speranza del cambiamento di A.Esposito

Papa Francesco e i valdesi. Comunità, soggetto e speranza del cambiamento di A.Esposito

Alessandro Esposito
Adista Segni Nuovi n° 25 del 11/07/2015

Il fervore mediatico intorno alla visita di papa Francesco al tempio valdese di Torino è durato, com’era prevedibile, lo spazio di un giorno: ma, più che effimera, nella maggior parte dei commenti della stampa nazionale la notizia è parsa banale, a causa delle sottolineature improntate al bon ton e ad un certo appiattimento tematico.

Che il pontefice abbia chiesto perdono a motivo «degli atteggiamenti e dei comportamenti non cristiani, persino non umani» assunti verso i valdesi, più che una dichiarazione sorprendente, rappresenta un atto dovuto e tardivo, che non ritengo sia il caso di rimarcare con eccessivo compiacimento. Eppure si è trattato dell’aspetto a cui la stampa italiana del day after ha conferito maggior rilievo.

Più importanti mi sono parsi due accenni contenuti nel discorso di Francesco.

Anzitutto, l’ammissione esplicita e – questa sì – del tutto nuova in bocca ad un pontefice relativa al fatto che «unità non significa uniformità»: affermazione, a dire il vero, dalle tinte fortemente protestanti, che deve aver spiazzato l’uditorio riformato e provocato reazioni di segno opposto in seno al cattolicesimo di base e a quello tradizionale. Per la prima volta, sembra che l’ossessiva retorica della riconduzione all’ovile rivolta da mamma Roma alle pecore smarrite della Riforma sia stata risparmiata agli astanti: parrebbe dunque che per essere cristiani a pieno titolo non sia necessario professarsi cattolici. Si tratta a tutti gli effetti di un passo significativo, che nemmeno il Vaticano II era stato capace di compiere e che, se si tradurrà in prassi, potrà avere effetti non trascurabili nell’ambito delle relazioni ecumeniche, che da tempo giacciono nelle acque ristagnanti del fair play istituzionale.

In seconda battuta, mi è parso dirompente l’accenno effettuato da Francesco all’«opzione preferenziale per i poveri» che tutte le Chiese sono chiamate a compiere se intendono mantenersi fedeli al cuore del Vangelo. Dico «dirompente» per due motivi.

In primo luogo perché si tratta del nucleo nevralgico della Teologia della Liberazione, nata e cresciuta in quell’America Latina di cui Bergoglio è figlio: la medesima teologia pervicacemente osteggiata e ferocemente perseguitata, documenti alla mano, dai due ultimi pontificati improntati all’oscurantismo. A testimonianza del fatto che anche in seno al cattolicesimo l’unità come uniformità non è che una chimera, persino nelle “alte sfere”.

In seconda istanza si è trattato di parole dirompenti perché Bergoglio le ha pronunciate incontrando una Chiesa che affonda le proprie origini nella scelta effettuata da Valdo di abbracciare la povertà per vivere in pienezza il discepolato. A queste radici ha fatto esplicito riferimento il moderatore della Tavola valdese Eugenio Bernardini quando ha chiamato opportunamente in causa l’impegno congiunto da assumere nei riguardi della allarmante situazione umanitaria in cui versano i migranti provenienti dall’Africa sub-sahariana. Il nucleo nevralgico dell’antica eresia medievale è stato dunque rievocato e, per così dire, “riabilitato” dall’erede di quell’istituzione che l’aveva oppressa e perseguitata: paradossi della storia.

La speranza che qualcosa di nuovo stia generandosi, dunque, sembra essere reale: è necessario nutrirla e coltivarla, ma che un germoglio stia facendo capolino dopo il gelido inverno dell’epoca post-conciliare credo sia innegabile. Si tratta, è bene ricordarlo, di un processo ancora in nuce, i cui esiti sono legati in buona misura al grado in cui esso sarà fatto proprio e portato avanti dalle comunità: da queste ultime, difatti, dipende la realizzazione di un cristianesimo distinto, capace di elaborare una riflessione teologica ed una prassi sociale ad essa vincolata connotate dal reciso rifiuto di quel principio d’autorità che per secoli ha condizionato la mentalità ecclesiastica, impedendo la fioritura di un movimento profetico perché contro-culturale. In questo senso, il Vangelo attende ancora di incarnarsi.

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