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Secondo te che figlio sono? La domanda di un omosessuale di L.Accattoli

Luigi Accattoli
Il Regno, 15/06/2015

Ho avuto i testi di una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia, ho parlato con alcuni partecipanti e con il padre gesuita che la guidava. Ho posto un paio di domande ai visitatori del mio blog e sulla base di questa istruttoria affronto senza rete la questione. L’affronto narrativamente, che è la via del giornalista. Osservare come pregano gli omosessuali credenti può aiutare a intendere la loro condizione nella Chiesa.
Chiarisco a prologo che non basta più l’atteggiamento di non discriminazione e di non giudizio: «Chi sono io per giudicare». È un passo, anzi due, ma non basta. Occorre cercare la risposta da dare alla persona omosessuale che chiede: secondo te, io che figlio sono? Non ho strumenti per porre la domanda alla grande Chiesa, ma posso porla a me e a te, dovunque due o tre si riuniscono nel suo nome.

«Qui siete i benvenuti» dice padre Camillo

Roma, chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, 17 maggio 2015 ore 19.30: «Veglia di preghiera in ricordo delle persone omosessuali e transessuali vittime di odio, violenza e discriminazione». Una ragazza va al microfono e ricorda che queste veglie si fanno oggi in tante parti del mondo ma sono iniziate proprio in Italia nel 2007.
Il padre gesuita Camillo Ripamonti, rettore della Chiesa (e responsabile del Centro Astalli per i rifugiati), dà inizio alla celebrazione con il segno della croce, saluta i convenuti e così conclude: «So che negli anni passati avete avuto difficoltà per trovare un posto dove pregare e questo non deve più succedere. La nostra è una Chiesa che accoglie. Alcuni di voi li ho già incontrati a San Saba dove da due anni si svolgono gli appuntamenti del gruppo “Chiesa casa per tutti”. Qui siete i benvenuti».
Due ragazze introducono. Una segnala il cammino che vari gruppi di omosessuali credenti stanno compiendo «per sollecitare una pastorale inclusiva e dell’ascolto», che non vuol dire necessariamente «accettazione» ma quantomeno «accoglienza e comprensione».
L’altra osserva che «un’accoglienza comunitaria autentica aiuta le persone omosessuali a sviluppare un rapporto più maturo con Dio». «Ma non c’è – dice ancora – chi deve accogliere e chi è accolto, se la logica del Vangelo è la reciproca attenzione. I gruppi omosessuali cristiani hanno una duplice vocazione: far emergere l’esperienza di fede di una minoranza, offrire un esempio di persone che nonostante le difficoltà portano avanti la loro esperienza con un’ammirevole capacità di sperare. La pastorale del silenzio è l’unica inaccettabile».
Si canta il Salmo 139 (138): «Io ti rendo grazie, hai fatto di me una meraviglia stupenda». Queste parole tornano lungo la veglia. Per esempio, dice un ragazzo con riferimento al Salmo appena letto: «Quest’oggi vorrei che pregassimo non soltanto per le vittime dell’omofobia altrui, ma anche per le vittime della propria omofobia, dell’omofobia interiore, perché tutti ci meritiamo la felicità di sentirci fatti in modo stupendo».
Un altro ragazzo: «L’omofobia è divisione, è Satana, e questa divisione l’abbiamo anche nella pastorale per gli omosessuali: sei omosessuale, io ti accetto, però non fare l’omosessuale. Ma la nostra non è una scelta, non si può accostare a chi fa la scelta di fare del male a qualcun altro. È Dio che ci ha intessuto così e ci ama per come ci ha pensati da sempre». Anche il versetto del Salmo «ancora informe mi hanno visto i tuoi occhi» torna più volte nelle risonanze di chi va al microfono.

«Federico tu sei il Figlio mio, l’amato»

Seconda parte del rito: rinnovamento delle promesse battesimali. Padre Camillo Ripamonti proclama il Vangelo di Marco 1,9-11, che narra del battesimo di Gesù e commenta: «Facciamo prima la benedizione dell’acqua e la rinnovazione delle promesse battesimali. Poi chi lo desidera può venire verso l’altare e io gli farò il segno della croce sulla fronte con l’acqua benedetta. Il segno della croce in fronte è il primo gesto che si fa ai bambini, nel rito del battesimo, come segno di accoglienza nella comunità».
I presenti vanno processionalmente all’altare dove ciascuno viene chiamato per nome e riceve la benedizione con l’acqua e con le parole del Vangelo appena proclamato: «Federico, tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento». Infine il sacerdote – a similitudine del vescovo nella cresima – fa una carezza sul volto a colui che ha benedetto. Un rito dunque di accoglienza e di tenerezza, rivolto a persone che spesso o sempre si sono sentite ai margini.
Preghiera dei fedeli. Una ragazza del Gruppo giovani che ha preparato il rito ringrazia i partecipanti alla veglia: Nuova proposta, La sorgente, Gruppo genitori di omosessuali, Arcigay, i padri gesuiti animatori di «Chiesa casa per tutti», amici di varie parrocchie.
Padre nostro, benedizione. Alle 20.30 ha termine la veglia che è durata un’ora e alla quale hanno partecipato almeno 120 persone, in prevalenza giovani.
Veglie come quella che ho narrato si sono tenute il 17 maggio (Giornata internazionale contro l’omofobia), o nei giorni precedenti o successivi, in varie città italiane: Bologna, Catania, Crema, Firenze, Grosseto, Milano, Napoli, Padova, Palermo, Parma, Pescara, Pinerolo, Pistoia, Rimini, Torino, Trieste, Venezia. A Genova la veglia era stata sempre ospitata da don Gallo a San Benedetto al Porto e quest’anno avrebbe dovuto tenersi nella chiesa parrocchiale della Sacra Famiglia, ma pare che il cardinale Bagnasco non abbia autorizzato tale ospitalità e l’incontro si è fatto il 26 maggio presso una «sede civica».

«Non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo»

Qualcosa di simile era accaduto più volte a Roma, dove fino a quest’anno le veglie si facevano per lo più presso il Tempio valdese e nel 2014 a piazza Santi Apostoli, nel 2011 a piazza Navona. Il tema di piazza Navona era tratto da Atti 10: «Dio mi ha mostrato che non si deve chiamare profano o impuro nessun uomo». Riporto alcuni spunti venuti in quell’occasione dalle «condivisioni» da me rintracciate nei siti Internet che ne diedero notizia.
Silvana: «Come possiamo ritenerci degni del tuo amore se ci sentiamo dire che la forza d’amore che abbiamo dentro è disordinata, contro natura, moralmente inaccettabile e non potrà mai tramutarsi in un amore vero? Padre facci sentire in profondità che il nostro amore non è male, che anche noi facciamo parte del tuo disegno d’amore e che siamo pienamente tuoi figli». La domanda è appunto questa: noi siamo figli o che?
Andrea: «L’omosessualità non era un argomento nominato in parrocchia, tranne per un’infelice uscita di una collega del corso post-cresima che, non smentita dal vice-parroco, disse che gli omosessuali sono “destinati all’inferno”, perché il desiderio sessuale è troppo forte negli uomini e quindi irresistibile e “farlo” tra persone dello stesso sesso “grida vendetta al cospetto divino”. Non ci ho dormito la notte».
Bernardo: «Da adolescente pensavo di essere un cristiano di serie B e questo mi ha fatto allontanare dalla Chiesa cattolica credendo di esserne escluso da Dio. Grazie Signore Gesù per avermi perdonato e per avermi donato il tuo Spirito Santo. La tua pecora ti ha ritrovato, tu sei il mio pastore».
Sempre a piazza Navona venne letto il biglietto inviato a un amico da Alfredo Ormando, che il 13 gennaio 1998 si diede fuoco in piazza San Pietro, morendo dieci giorni più tardi, a denuncia dell’atteggiamento della Chiesa cattolica: «Spero che capiranno il messaggio che voglio dare: è una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità». Mi pare che quella morte non sia stata onorata.

«Mi dicono che sono equiparabile agli eunuchi»

Nel 2012, il 30 maggio, la veglia in Roma si fece nella basilica dei Santi Bonifacio e Alessio all’Aventino. Anche di quella riporto alcune voci recuperate in Rete.
Andrea: «Ho vent’anni, non so gestire la mia omosessualità, disperato vado in parrocchia dove mi dicono che – se sono umile – mi convertono all’eterosessualità. Vado in un’altra chiesa dove mi dicono che sono equiparabile agli eunuchi. Oggi sono convinto che la mia omosessualità è un dono. Spirito creatore donami la grazia della riconciliazione con la mia Chiesa».
Maurizio: «Ieri la sofferenza di non sentirmi accettato dagli altri, ma soprattutto da quel Dio che servivo con tutto me stesso. Oggi il desiderio di portare la mia testimonianza a tutti i giovani che scoprendosi omosessuali temono che Dio non li ami per intero».
Caterina racconta di un sacerdote che le dice: «Sei coraggiosa a voler essere te stessa. Dio ti ama». Quali altre parole le saranno venute da quel prete sapiente?
Silvana confessa che dopo tanti travagli l’aiuto le è venuto dall’incontro con gruppi di omosessuali credenti «che mi aiutano ad accettarmi per quello che sono, senza pensare che sono sbagliata».
Ripensare l’omosessualità ovvero ripensare la sessualità
Tornerò il prossimo mese – in questa rubrica – sulla preghiera degli omosessuali credenti e anticipo la direzione verso la quale intendo esplorare: le Chiese debbono rivedere l’atteggiamento sugli omosessuali, ma per fare questo dovrebbero prima maturare una nuova lettura comunitaria ed ecumenica di alcuni testi del Nuovo Testamento. E dovrebbero comprendere il peccato della persecuzione degli omosessuali praticato nella storia. Infine, per ripensare l’omosessualità dovrebbero pensare in modo nuovo tutta la sessualità a partire dal «maschio e femmina li creò» e dal «crescete e moltiplicatevi».
Tanti impegni, troppi guai, si preferisce scantonare. Ma la conoscenza di persone omosessuali mi ha convinto che lo scantonamento non è più lecito. Lo dico in riferimento a loro e a noi, non alla dottrina, o al governo della Chiesa, o al consenso di cui quel governo pur sempre ha bisogno.

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