Home LGBTQ: fede, diritti, lotta all'omofobia Gli omofobi si preparano alla colonizzazione ideologica delle scuole

Gli omofobi si preparano alla colonizzazione ideologica delle scuole

Redazione
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In Regione Basilicata è stata presentata una mozione volta ad introdurre l’insegnamento dell’omofobia nelle scuole, mentre il mondo politico è attualmente in fibrillazione nel carcere di aggirare le sentenze della Cassazione che obbligano due istituti paritari di Livorno di pagare l’ICI. Se davvero esiste un pensiero unico, non è difficile capire di quale confessione sia. Eppure l’integralismo cattolico continua a ricorrere al vittimismo nel parlare di «una dittatura» che vuole insegnare la pari dignità agli studenti contro il volere di chi ama la discriminazione.

Ed è così che Il Timone si lancia nel sostenere che:

La “teoria del gender”, elaborata e diffusa dalla cultura omosessualista, prende di mira soprattutto la scuola, dove spera di fare breccia agendo sulla psiche e sulla formazione dei più piccoli. Senza un serio contrasto da parte di genitori, insegnanti e presidi riuscirà questo disegno perverso avrà sicuramente la meglio».
Per aiutare tutti, ma anzitutto e soprattutto i genitori, il Comitato “Difendiamo i nostri figli” (quello che ha organizzato la grandiosa manifestazione a difesa della famiglia svoltasi a Roma il 20 giugno) ha preparato un utile “decalogo” da scaricare, leggere, studiare, attuare e diffondere.

In quel documento gli organizzatori del Family Day (che non a tutti è parsa così «meravigliosa») invitano i genitori a «vigilare con grande attenzione» i contenuti delle lezioni non tanto per appurare la qualità della formazione offerta, ma soprattutto per impedire che si possa parlare di omosessualità. Invocano interventi «sul singolo insegnante» o sulla dirigenza ogni qualvolta «si scorgano impostazioni in contrasto con i propri valori morali e sociali di riferimento». Pare dunque si stia sostenendo che un genitore cattolico abbia il diritto di impedire che i professori possano parlare dell’suo dei preservativi (si sa che al Papa non piacciono) e poco importa se un qualche adolescente si beccherà una malattia o rimarrà incinta a causa della disinformazione.
Il documento chiarisce anche che è importantissimo opporsi a qualsiasi contrasto al bullismo omofobico dato che «è soprattutto a questi che si deve prestare speciale e massima attenzione».
In realtà una sentenza del 2008 chiarisce che simili rivendicazioni siano da ritenersi illegittime dato che il singolo genitore non ha alcun diritto di negare insegnamenti al resto della classe (in fondi altri genitori potrebbero anche gradire che i figli ricevano una buona educazione sessuale o alla parità), ma questo aspetto pare non interessare a chi reputa che le proprie idee debbano necessariamente prevalere su quelle altrui.

Nel citare quel decalogo, La Nuova Bussola Quotidiana si spinge oltre ed invita a fare attenzione a qualsiasi testo possa parlare di argomenti legati all’orientamento sessuale. Si parla del rischio che i libri di scienze possano dell’omosessualità nelle specie animali o che quelli di geografia possano indicare le percentuali della popolazione lgbt. E non manca il tornare a rivangare la storia del libro della Mazzucco nonostante la Procura abbia chiarito che la lettura di quel romanzo era perfettamente lecita e che le polemiche erano ideologiche e basate su estrapolazioni decontestualizzate.

Eppure è sempre attraverso estrapolazioni decontestualizzate che La Nuova Bussola Quotidiana si lancia all’attacco di un libro di antropologia che chiede sia venga rimosso da tutte le scuole:

«Non si nasce uomini né donne», e infatti «se in italiano possiamo distinguere il sesso di un neonato dalla consonante finale (bambina/bambino), in molte lingue per definire i bambini si usa un termine neutro, che non possiede caratterizzazioni né maschili né femminili». E ancora: «La costruzione del genere inizia fin dall’infanzia, quando vengono indicati pratiche o giochi diversi a seconda del sesso». Sono solo poche frasi tratte da un manuale di antropologia per le scuole superiori (Marco Aime, Ciò che noi siamo). Dove l’autore vada a parare è facilmente intuibile: sesso e genere sono due cose separate, non c’entrano nulla l’una con l’altra, si può nascere maschio ma poi diventare donna e viceversa.

Basta però dare un’occhiata al testo citato per chiedersi se non si sia cercato di proporre una lettura ideologica ed allarmista del volume. La prima è in realtà il titolo di un paragrafo, curiosamente legato ad una frase che fa parte di un testo proposto due paragrafi più in là quasi fosse un discorso consequenziale. Il titolo si riferisce ad una parte del testo che spiega come:

Queste riflessioni mettono in evidenza due temi fondamentali per l’antropologia: il primo è che non basta essere anatomicamente foggiati in un certo modo per essere considerati «uomini»; il secondo che l’essere uomo è legato a un concetto che solitamente definiamo con il termine virilità. L’essere biologicamente maschi non significa necessariamente essere considerati uomini. Così come l’essere biologicamente femmina, anche se in forme e termini diversi, non significa essere automaticamente considerati donna.

Si chiarisce poi che:

Il sesso è legato all’anatomia e pertanto relativamente immutabile, anche se con apposite operazioni oggi è possibile cambiarlo, per quanto si tratti di casi minoritari e perlopiù limitati al mondo occidentale benestante. Il genere, invece, è piuttosto una categoria simbolica, il prodotto di una costruzione culturale, un marchio sociale che porta con sé delle implicazioni morali. Infatti, se appare ovvio a tutti che la natura ci fa nascere o l’una o l’altro, non è così ovvio quali siano i ruoli sociali che vengono attribuiti a femmine e maschi. Il modo in cui si concepisce l’essere femmine o l’essere maschi risulta essere differente da cultura a cultura, senza tenere conto dei mutamenti che la storia ha introdotto all’interno di ogni specifico gruppo, etnia, nazione.

Pare dunque che non si stia assolutamente dicendo che «si può nascere maschio ma poi diventare donna e viceversa». Anzi, anche quando si fa riferimento al neutro viene curiosamente omesso l’esempio che avrebbe chiarito il tutto. Nel testo leggiamo che «in inglese il termine child regge il pronome neutro it e non prevede distinzioni di sesso, così come in tedesco Kind è una parola di genere neutro». E questo è un fatto puramente linguistico, non certo una ideologia.
Si dice anche che «questo non significa che inglesi, tedeschi e molti altri non distinguano i maschi dalle femmine: ne riconoscono il sesso, ma non il genere. Questo deve essere costruito attraverso un percorso di educazione, che può essere diverso nelle modalità, anche se spesso presenta caratteristiche simili». Ed è a quel punto che incontriamo la terza citazione:

La costruzione del genere inizia fin dall’infanzia, quando vengono indicati pratiche o giochi diversi a seconda del sesso. I maschietti infatti vengono vestiti in modo diverso dalle femminucce in modo da rendere chiara l’appartenenza al genere. Anche il trattamento è diverso e i bambini risponderanno a tali distinzioni, comportandosi in modo differente.
Nella nostra società alle bambine si danno le bambole, con le quali simulano l’attività materna, mentre i maschietti spesso giocano con armi giocattolo, automobiline o videogames fortemente competitivi e spesso anche violenti.
Nel caso di molte popolazioni africane la distinzione dei generi si manifesta quando i maschietti sono in grado di manovrare la zappa oppure, se si tratta di gruppi di allevatori, quando sono in grado di accudire piccoli animali, mentre le femminucce devono dimostrare di essere capaci di portare carichi sul capo. È il lavoro che determina i generi.

L’autore spiega anche che quando un genitore riprende un ragazzino dicendogli di «comportarsi da uomo» o di «non fare la femminuccia» stia indicando una via verso quello che è ritenuto il comportamento giusto, socialmente accettato per il sesso di appartenenza (e tali regole cambiano da cultura e cultura). Ancora una volta nessuno parla di fantomatiche «scelte» ma solo di dati oggettivi.

C’è dunque da chiedersi come si possa essere spaventati da tesi simili, ammesso che lo scopo non sia di sostenere che la donna sia chiamata lavare le mutande sporche del marito «per natura» e non a causa di un condizionamento culturale. Ma a dover davvero spaventare è la minaccia di un esercito di persone ideologizzate disposte a dichiarare guerra all’istruzione nel nome di una paura verso un qualcosa che neppure esiste.

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