Home Europa e Mondo Il dramma dei profughi palestinesi. Reportage dal Libano di I.Colanicchia

Il dramma dei profughi palestinesi. Reportage dal Libano di I.Colanicchia

Ingrid Colanicchia
Segni Nuovi n° 30 del 12/09/2015

A metà agosto tre delegazioni italiane sono partite alla volta di Libano, Giordania e Cisgiordania per ribadire il diritto al ritorno dei profughi palestinesi – cacciati nel 1948 e nel 1967 – e dei loro discendenti, nella convinzione che la questione, troppo spesso dimenticata, sia invece centrale per il futuro del popolo di Palestina. Le missioni inizialmente dovevano interessare tutti i luoghi della diaspora palestinese, quindi anche la Striscia di Gaza e la Siria. La ferocia del conflitto che da anni insanguina la Siria ha però sin da subito reso impraticabile questa ipotesi e, a pochi giorni dalla partenza, anche la delegazione diretta a Gaza ha dovuto rinunciare a raggiungere la sua meta a causa della chiusura del valico di Rafah (alcuni hanno deciso di unirsi alla missione partita alla volta della Cisgiordania). Di seguito la prima parte del resoconto della nostra redattrice che ha partecipato alla missione in Libano, dal 15 al 22 agosto.

Samer ha lo sguardo puntato verso l’orizzonte. Siamo a Maroun al-Ras, lungo il confine tra Libano e Israele: 50 km più a sud c’è Haifa, la città dalla quale i suoi nonni sono stati costretti a fuggire nel 1948, durante la pulizia etnica compiuta dal nascente Stato d’Israele. Il suo sguardo mi appare contemporaneamente rivolto a un passato che non c’è più e a un futuro che non c’è ancora, ma per il quale, mi dice, bisogna continuare a lottare. Senza saperlo Samer mi restituisce tutto il senso del nostro viaggio in Libano con la missione “Per non dimenticare il diritto al ritorno”.

In una settimana, di momenti così ne abbiamo vissuti tanti: la mia valigia, al ritorno, è molto più pesante. Carica di ricordi, di volti, di racconti, di disperazione e di speranza.

450mila diseredati

Il Libano è un Paese piccolo – la sua superficie è pari più o meno a quella dell’Abruzzo – e ha una popolazione di circa quattro milioni di abitanti. Di questi ben il 10%, pari a circa 450mila persone, è costituito da profughi palestinesi. La metà vive nei 12 campi profughi sparpagliati per il territorio.

La nostra visita parte dal campo di Nahr al-Bared, alla periferia nord di Tripoli, a pochi chilometri dal confine con la Siria. Completamente raso al suolo nel 2007, a seguito dei violenti scontri tra l’esercito libanese e una cellula del movimento salafita Fatah al Islam infiltratasi all’interno del campo, Nahr al-Bared è stato solo parzialmente ricostruito. Secondo i dati dell’Unrwa (l’Agenzia delle Nazioni Unite per i profughi palestinesi), nel gennaio 2014 circa 1.300 famiglie (5.800 persone) avevano fatto ritorno nelle loro case: altri 15mila profughi continuano a vivere nell’area adiacente o nel vicino campo profughi di Beddawi.

Camminiamo tra le macerie e i materiali da costruzione. Nessun marciapiede, nessun albero a parte quelli di un piccolo parco giochi – l’unico – creato per volontà della statunitense Mary Lou Dunford Afifi in memoria del marito palestinese. Fasci di cavi elettrici si librano sopra le nostre teste, aggrappati ai palazzi che ci circondano. Un enorme problema di sicurezza che durante il nostro viaggio, per limitarci a un esempio, causerà la morte di un padre e della sua bambina di tre anni nel campo di Burj Shemali, una manciata di km a est della città di Tiro.

I problemi che affliggono i profughi palestinesi in Libano sono tanti, come sentiamo dalla loro viva voce. Non godono né dei diritti civili né di quelli politici. Il 6,6% vive in condizioni di povertà estrema (tra i libanesi questa cifra è pari all’1,7%); il 66,4% in condizioni di povertà (35% tra i libanesi). La disoccupazione si attesta intorno al 50% e per di più ai palestinesi non è concesso svolgere tutta una serie di professioni: è loro impedito, per esempio, di fare il medico, l’architetto o l’ingegnere; di fatto la maggior parte è impiegata nell’edilizia.

All’interno dei campi istruzione e sanità sono fondamentalmente gestite dall’Unrwa ma le esigenze da soddisfare vanno al di là dei servizi forniti. L’Unrwa per esempio si occupa solo delle scuole elementari e medie: ne consegue che solo il 50% dei bambini ha la possibilità di frequentare uno degli asili nido creati nella maggior parte dei campi da associazioni come Beit Atfal Assomoud, presieduta da Kassem Aina (il quale, insieme a Maurizio Musolino del Comitato “Per non dimenticare Sabra e Chatila”, ci guida in questo viaggio).

L’Unrwa inoltre dipende da contributi volontari (i maggiori donatori sono i Paesi europei e gli Stati Uniti) e ad agosto, quando ancora mancavano all’appello 100 milioni di dollari, poi reperiti, forte era il rischio che si giungesse alla sospensione del programma educativo dell’Agenzia. Uno scenario drammatico – che si sarebbe tradotto nello slittamento dell’anno scolastico per i 500mila studenti che frequentano le scuole e i centri professionali dell’Unrwa nei campi profughi palestinesi in Medio Oriente – scongiurato all’ultimo momento grazie ai fondi messi a disposizione da Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e alcuni Paesi occidentali.

«Disegniamo una nuova mappa per la nostra diaspora»

A ogni angolo di Beirut incontriamo qualcuno che chiede l’elemosina. Quando ci fermiamo a chiedere loro da dove vengono sbattiamo contro un altro duro pezzo di realtà: sono tutti profughi fuggiti dalla Siria in fiamme. Si calcola che nel Paese ci sia 1 milione e mezzo di profughi siriani. Tra questi anche molti palestinesi: inizialmente quasi 100mila, oggi ridotti alla metà a causa delle restrizioni poste dalle autorità libanesi alla loro permanenza.

Al campo di Burj Barajneh, a Beirut, incontriamo una di loro. Viene dal campo di Yarmouk, alla periferia di Damasco, ha 32 anni, cinque figli ed è vedova. Vivono stipati in una piccola e insalubre casa per la quale pagano un affitto di 250 dollari al mese: la vita in Libano è costosa e i campi non fanno eccezione. Quando le chiediamo qual è il suo sogno ci risponde piangendo sommessamente che vorrebbe vedere i suoi figli fare una vita normale.

Mentre parla e i bambini ci scorazzano intorno guardandoci incuriositi, mi riecheggiano in mente le parole udite solo il giorno prima al campo di Mar Elias, durante la proiezione del documentario “We Cannot Go There Now, My Dear” della libanese di origini palestinesi Carol Mansour che racconta la nuova diaspora dei profughi palestinesi siriani. «Per 67 anni ho improvvisato stabilità e ora sono di nuovo di fronte allo spettacolo della partenza», ci dice la voce narrante. «Ascolto tutti i nomi con cui ci chiamano: palestinesi, siriani, rifugiati in Libano… Quali altri nomi verranno dati a noi che disegniamo una nuova mappa per la nostra diaspora?».

Un mosaico di confessioni

I profughi palestinesi in Libano sono gli ultimi tra gli ultimi. Il Paese, come è emerso dalle manifestazioni di questi giorni per l’emergenza rifiuti, vive una situazione molto difficile che non aiuta la causa palestinese. Da un anno e mezzo i partiti non trovano l’accordo per eleggere un nuovo presidente che nomini un governo effettivo.

In Libano il Parlamento è eletto su base confessionale: dei suoi 128 membri la metà deve essere cristiana (e tra questi 34 devono essere maroniti) e l’altra metà musulmana (e tra questi 27 seggi a testa vanno a sciiti e sunniti). Una ripartizione che riguarda anche i ministri (15 musulmani e 15 cristiani) e le più alte cariche dello Stato: ai cristiano-maroniti va la presidenza della Repubblica, ai sunniti la carica di primo ministro e agli sciiti quella di presidente del Parlamento.

Ma il sistema non riflette la composizione demografica del Libano dove si stima (censimenti non se ne fanno dagli anni Trenta per timore di sconvolgimenti sociali) che i musulmani rappresentino il 65% della popolazione e i cristiani il restante 35%.

Inoltre la vera linea di demarcazione tra i partiti, più che sovrapporsi a quella confessionale, è delineata dalle relazioni internazionali. La “Coalizione dell’8 marzo” – composta da Hezbollah (sciita) e Corrente patriottica libera (maronita) – guarda all’Iran e alla Siria; mentre la “Coalizione del 14 marzo” – composta tra gli altri da Mustaqbal (sunnita), Kataeb (maronita) e dal Partito socialista progressista (druso) – all’Arabia Saudita e all’Occidente.

Difficile il dialogo tra posizioni così lontane. Tanto più ora con l’ascesa del cosiddetto Stato islamico. In tutti gli incontri che abbiamo fatto con i membri di Hezbollah, del Partito nasseriano e di quello comunista è risuonata come un’unica voce l’accusa rivolta a Stati Uniti e Arabia Saudita di essere l’albero dal quale è caduto il frutto marcio dell’Isis.

Di fronte a questo composito mosaico il mio pensiero torna a Samer che la Palestina non l’ha mai vista: due anni fa ci ha provato e ha presentato richiesta di ingresso a Israele, che gliel’ha respinta.

Per ora la Palestina continua a guardarla da lontano.

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