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Finalmente si sblocca il meccanismo dei processi canonici. Il vescovo potrà intervenire direttamente anche sulla base di valutazioni di tipo pastorale di NoiSiamoChiesa

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Comunicato stampa – Finalmente si sblocca il meccanismo dei processi canonici. Il vescovo potrà intervenire direttamente anche sulla base di valutazioni di tipo pastorale.

La riforma del processo canonico sulle dichiarazioni di nullità del matrimonio decisa ieri da papa Francesco dovrà essere esaminata con molta attenzione. Faccio alcune prime osservazioni.

Mi pare ottima le decisione di rendere rapidi questi processi e di pensare a renderli poco costosi. La procedura ora in vigore è-diciamolo chiaramente- più burocratica che evangelicamente ispirata, aperta soprattutto a certe categorie di cristiani, preoccupati delle norme e delle forme e con disponibilità economiche.

La seconda ottima decisione mi sembra sia quella di dare competenza al vescovo che potrà anche decidere, a prescindere da una struttura giudiziaria definita che mi risulta tante diocesi nel mondo non hanno.

L’intervento del vescovo può avvenire, secondo l’art.14 §1 del Motu Proprio in base a circostanze che vengono così esemplificate: “mancanza di fede che può generare la simulazione del consenso o l’errore che determina la volontà, la brevità della convivenza coniugale, l’aborto procurato per impedire la procreazione, l’ostinata permanenza in una relazione extraconiugale al tempo delle nozze o in un tempo immediatamente successivo, l’occultamento doloso della sterilità o di una grave malattia contagiosa o di figli nati da una precedente relazione o di una carcerazione, la causa del matrimonio del tutto estranea alla vita coniugale o consistente nella gravidanza imprevista della donna, la violenza fisica inferta per estorcere il consenso, la mancanza di uso di ragione comprovata da documenti medici, ecc.”.

Inoltre chi conosce questo tipo di processi sa che le questioni di nullità riguardano, in gran maggioranza, le caratteristiche del consenso al momento delle nozze. In questa direzione ci sarà quindi spazio per un intervento del vescovo che abbia come criterio generale un vero approccio pastorale alla crisi della coppia con discrezionalità nella valutazione delle circostanze e con minore attenzione al codice di diritto canonico.

Bisogna considerare che sono molti nell’universo cattolico i vescovi che non hanno strutture diocesane consolidate come quelle che noi conosciamo. Quindi ci sarà la possibilità di scavalcare le rigida organizzazione, costruita nei secoli, di Tribunali, Appelli e Sacra Rota, espressione di una Chiesa/struttura e potere e poco di una Chiesa/misericordia.

Il Motu Proprio poi conferma le norme ordinarie del processo; questa è cosa scontata ma –mi sembra- di minore interesse. Ciò che mi sorprende in modo non positivo, è la quasi totale assenza di indicazioni per quanto riguarda le conseguenze che un matrimonio, pur dichiarato nullo, può avere lasciato: prole, condizione della donna, che è il soggetto più debole, problemi di tipo economico. Sono questioni che riguardano direttamente la legislazione civile, ben diversa da paese a paese nel mondo.

Ciò premesso, non si poteva dire che gli interventi sul vincolo , pur avendo una loro autonomia, devono essere accompagnati da proposte, consigli od anche obblighi in relazione alle situazioni che possono restare dopo la dichiarazione di nullità? E tanto più ciò per essere coerenti con le finalità pastorali del Motu Proprio chiaramente indicate all’inizio del documento.

Rimane ovviamente aperto il problema dei matrimoni, del tutto validi, in cui però il rapporto di coppia è completamente terminato. Ne parlerà il Sinodo in particolare per la questione dei divorziati risposati e della loro possibilità di partecipare pienamente all’Eucaristia. Su questo l’opinione di Noi Siamo Chiesa e di chi si richiama con particolare convinzione al Concilio è ben nota da tanto tempo.

Vittorio Bellavite, coordinatore nazionale di Noi Siamo Chiesa

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