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Clericalismo, conservatorismo e politica italiana di M.Vigli

Marcello Vigli
www.italialaica.it

Non si è mai fatto contagiare dal potere, frequente malattia della politica. È stato un punto di riferimento anche per molti cattolici. Pur nella diversità delle tradizioni e delle culture, Pietro ha messo in evidenza la vicinanza, perfino l’affinità, di certi orizzonti ideali. Ha colto il senso profondamente “politico” del Vangelo e l’elemento “spirituale” di ogni lotta di liberazione.

Lo la detto don Luigi Ciotti nel ricordare Pietro Ingrao in piazza Montecitorio nel giorno del suo funerale.

Si possono condividere o meno queste parole, si può soprattutto contestare il disegno politico del compromesso storico che ne è derivato, ma ne resta innegabile il riconoscimento del rifiuto della contrapposizione ideologica che aveva alterato il dibattito politico nei primi anni della Repubblica. Fu certo un errore di Ingrao non aver tratto tutte le conseguenze dalle profonde contraddizioni che da sempre gravano fra quanti vivono le tradizioni e le culture ispirate al Vangelo. Il suo Dialogo con i cattolici servì, di fatto e al di là delle intenzioni, a legittimare la fiducia nella scelta democratica della gerarchia ecclesiastica e ad offuscare il carattere classista del solidarismo democristiano, favorendo la creazione di un quadro politico che finì per essere caratterizzato dal pragmatismo doroteo e craxiano, dall’irrilevanza delle scelte ingraiane prima di essere squarciato dall’assassinio di Moro.

Oggi il peso della presenza cattolica nella vita politica è molto meno rilevante, ma il connubio fra clericalismo e conservatorismo continua a condizionarla. Le sue “deboli” pressioni stanno ancora ritardando l’approvazione del ddl sulle Unioni civili in dirittura d’arrivo al Senato!

Ben più dirompente in questi giorni è il suo intreccio con i conflitti interni alla stessa Istituzione ecclesiastica emergente in situazioni diverse.

Ne è un esempio il duro giudizio espresso dal papa nei confronti del sindaco di Roma Ignazio Marino con la sconfessione della notizia di un suo invito a seguirlo negli Usa che questi avrebbe millantato. La notizia era falsa, ma qualcuno l’ha diffusa per servirsi del papa contro Marino, colpevole di continuare nei suoi riconoscimenti delle nozze gay contratte in altri paesi.

Per di più il giubileo incombe e non mancano motivi di tensione fra Governo, Comune e Santa Sede.

Mediaticamente più esplosiva è stata la plateale rivendicazione di omosessualità del sacerdote di origine polacca monsignor Crzysztof Charamsa -43 anni e da 17 anni residente a Roma- alla vigilia della seduta inaugurale del sinodo dei vescovi convocato a Roma dal papa. L’intraprendente prelato, membro della Congregazione per la Dottrina della fede dal 2003, segretario della Commissione teologica internazionale vaticana e docente di teologia alla Pontificia Università Gregoriana e al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum a Roma non si è risparmiato dichiarazioni pubbliche, interviste, interventi televisivi oltre che diffusione di foto con il suo compagno in atteggiamenti inequivocabili testimoni del loro rapporto. La scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia dell’apertura del Sinodo appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l’assemblea sinodale a una indebita pressione mediatica, ha commentato il portavoce vaticano padre Lombardi. Lo stesso che era stato chiamato a ridimensionare la portata dell’incontro affettuoso a Washington di papa Francesco con un suo ex alunno gay. Il papa lo aveva abbracciato insieme al suo compagno evidentemente nell’intento -non è pensabile che il un tale gesto sia stato fortuito- di contribuire ad allentare proprio quel clima di tensione che il monsignore polacco ha concorso ad aumentare.

Per la prima volta dai tempi del Concilio la contrapposizione sulla concessione della comunione ai divorziati e il riconoscimento delle unioni gay, ormai radicalizzata, sta dividendo fra fronti irriducibilmente opposti episcopato e opinione pubblica nella Chiesa cattolica.

Molto attivi sono i tradizionalisti con convegni, incontri, divulgazione di testi incoraggiati anche da un nuovo libro Matrimonio e famiglia in cui undici cardinali, nell’affrontare i temi previsti nel Sinodo, propongono una drastica difesa della tradizione. Fra le altre loro iniziative il lancio di un appello di più di 100 statunitensi, convertiti in età adulta, che chiedono di non vedere messa in discussione proprio quella dottrina cattolica, sul matrimonio e la sessualità, che li ha convinti ad avvicinarsi alla Chiesa: i Padri sinodali ne hanno trovato una copia nelle loro cassette postali.

Non manca nella gerarchia ecclesiastica chi, come il cardinale Ruini, cerca di minimizzare queste diversità dichiarandole arricchenti e conciliabili. Lo stesso papa Francesco ha, invece, dichiarato che il Sinodo “non è un Parlamento” dove per raggiungere un consenso o un accordo comune si ricorre al negoziato, al patteggiamento o ai compromessi. L’arcivescovo Bruno Forte, segretario speciale del Sinodo, ha puntualizzato a sua volta: Comunque non ci stiamo riunendo per non dire nulla: le sfide ci sono e noi vogliamo affrontarle con responsabilità intervenendo sulla pastorale.

Sono eventi che confermano la necessità che si tenga conto della complessità delle dinamiche interne alla Chiesa e al mondo cattolico nell’affrontare i problemi posti dalla loro presenza nella vita sociale e politica italiana, evitando non solo sterili pregiudiziali ostracismi, ma anche i facili entusiasmi e gli opportunistici compromessi che hanno caratterizzato le scelte dei politici italiani da Ingrao a Craxi.

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