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Interferenze clericali contro un sindaco non gradito di M.Vigli

Marcello Vigli
Adista Notizie n° 36 del 24/10/2015

Non poca meraviglia ha destato l’insolita foga con cui papa Francesco ha dichiarato «Io non ho invitato il sindaco Marino a Philadelphia, chiaro?». Rispondeva ad un giornalista che, sull’aereo di ritorno dagli Usa, aveva lasciato intendere che lo stesso Ignazio Marino avesse millantato tale invito. Vanteria della quale il papa doveva essere già convinto, come confermano le parole “rubate” dalla “Zanzara” di Radio24 a mons. Vincenzo Paglia – guida spirituale della Comunità di Sant’Egidio: «Marino si è imbucato, nessuno lo ha invitato, il papa era furibondo».

Non è altrettanto certo che fosse consapevole del significato che le sue parole avrebbero avuto nei giorni successivi, con il sindaco al centro di un attacco mediatico senza precedenti, risultato funzionale a coprire la manovra di Matteo Renzi per indurlo a dimettersi.

Marino ha commesso degli errori, ma molti li ritengono ampiamente compensati dal radicale mutamento da lui avviato nella gestione della politica del Campidoglio in contrasto con quei poteri forti che, negli anni, l’hanno co-gestita lasciando mano libera alla criminalità e imponendo alla città un degrado addebitato, oggi, ai due anni della sua gestione. Marino è stato costretto a cedere pur dichiarando, nel rassegnare le sue dimissioni: «Nessuno pensi o dica che lo faccio come segnale di debolezza o addirittura di ammissione di colpa».

Gli è stato impossibile resistere alla campagna di delegittimazione della quale è stato oggetto. Campagna cui ha ampiamente partecipato la diocesi romana con il suo vicario, il card. Vallini, il clero e le associazioni laicali, sostenuti da ambienti della Curia e dall’Osservatore Romano, coerentemente con l’ostilità nei suoi confronti mostrata fin dalla sua designazione e poi dall’ottobre 2014, quando il sindaco trascrisse nei registri comunali i matrimoni celebrati all’estero da 16 coppie omosessuali.

Per loro il “candidato cattolico” era Gianni Alemanno, come per il card. Camillo Ruini lo era stato Francesco Storace.

Dobbiamo misurarci, quindi, non con un’occasionale interferenza, ma con l’espressione di quell’interventismo politico, diffuso e motivato, non solo rifiutato dal Concilio Vaticano II, ma anche estraneo allo stile di papa Francesco, non certo restio a far sentire la sua voce per denunciare ingiustizie e rivendicare solidarietà per i diseredati.

A determinare le scelte di questi cattolici “interventisti” è la disponibilità delle forze politiche a favorire la promozione dei “valori irrinunciabili”, a sostenere le scuole private, ad esentare dalle tasse le opere cattoliche, cioè a garantire privilegi alla Chiesa.

In questa prospettiva va letta, a mio avviso, la scelta di Vallini e dei suoi collaboratori, all’indomani delle dimissioni di Marino, di anticipare la divulgazione del documento “Lettera alla città”, da tempo in fase di elaborazione nel Consiglio pastorale diocesano. Alla luce degli ultimi avvenimenti acquista particolare valore l’esortazione, in esso contenuta, «a ripartire dalle molte risorse religiose e civili presenti a Roma» per giungere alla «formazione di una nuova classe dirigente nella politica».

La “Lettera” sarà presentata pubblicamente la sera del 5 novembre, nella Basilica San Giovanni in Laterano, in un incontro con le istituzioni civili e il mondo della scuola, dell’università, dell’economia.

C’è da chiedersi se tale incontro non rappresenti il primo “comizio” della campagna per le elezioni amministrative previste ormai anche per Roma fra la primavera e l’estate del prossimo anno, ma soprattutto se sia di competenza della Comunità ecclesiale, per di più convocata nella sua sede naturale, cioè intorno all’altare, definire l’assetto della società e le linee per la formazione di chi sarà eletto per governarla.

L’interventismo clericale, chiaramente contestato dal Concilio, si rivela duro a morire e favorito anche dal contesto politico creatosi nel nostro Paese da quando si è diffusa la convinzione che l’equilibrio dei poteri, degli interessi e delle esigenze presenti nella società, configurato nell’assetto costituzionale, possa essere facilmente aggirato e/o “corretto”.

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