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Sarà possibile rinnovare la Chiesa cattolica? di E.Rindone

Elio Rindone
www.italialaica.it

Il successo mediatico di papa Francesco, dopo la stagnazione del pontificato di Ratzinger, è planetario e fuori discussione. Si avverte in lui, infatti, una forte volontà di rinnovamento, diffusamente percepito come necessario e urgente sia in campo ecclesiastico che politico. E tuttavia non è infondata la domanda: il cambiamento da lui incarnato in che misura riesce a incidere sulla realtà?

Che con l’elezione di Bergoglio tante cose siano cambiate in Vaticano, sia riguardo alla politica italiana che sullo scenario internazionale, a me pare veramente difficile negarlo: l’attuale segretario di Stato cardinale Parolin, non andrebbe certo a cena da Vespa, come fece il suo predecessore cardinale Bertone, con Berlusconi e Casini, Mario Draghi e Gianni Letta, né George W. Bush si sentirebbe oggi in piena sintonia col papa come quando nel 2008 fu ricevuto in udienza da Benedetto XVI.

Anzi, il fratello di George, Jeb, cattolico e candidato repubblicano alle presidenziali del 2016, ha subito mostrato il suo fastidio per l’enciclica Laudato si’ dichiarando: “Non mi faccio dettare la politica economica dai miei vescovi, dai miei cardinali o dal mio Papa”. Enciclica accolta invece con entusiasmo dai movimenti che si battono per la difesa dell’ambiente e dai teologi della Liberazione, come Leonardo Boff, che ha addirittura contribuito alla sua preparazione.

E anche Naomi Klein, icona del movimento no-global, ha espresso il suo apprezzamento, evidenziando quella che considera la “verità più coraggiosa espressa nell’enciclica: il nostro attuale sistema economico sta alimentando la crisi climatica e ci impedisce di prendere i provvedimenti necessari per contrastarla”. E opportunamente ha posto l’accento sul fatto che si tratta di un testo che supera le barriere confessionali, coinvolgendo tutti gli umani: “Da laica ebrea femminista, piuttosto sorpresa di essere stata invitata in Vaticano, posso dire che certamente parla a me”.

In effetti, sembra che Bergoglio stia cambiando il tradizionale schema vaticano di alleanze (indimenticabile l’immagine di Giovanni Paolo II che si affaccia al balcone col dittatore cileno Pinochet!), allontanandosi dai potenti della Terra e schierandosi a fianco degli ultimi. Concludendo il secondo incontro mondiale dei movimenti popolari, nel corso del suo recente viaggio in Bolivia, il papa è tornato infatti a condannare, come contrario al vangelo, un sistema che «continua a negare a miliardi di fratelli i più elementari diritti economici, sociali e culturali» e ha dichiarato con toni ultimativi: «noi vogliamo un vero cambiamento, un cambiamento delle strutture. Questo sistema non regge più, non lo sopportano i contadini, i lavoratori, le comunità, i villaggi… E non lo sopporta più la Terra».

Ma il ‘cambiamento delle strutture’ non è facile da realizzare, ed è prevedibile che la grande finanza internazionale, con le sue articolazioni nei Paesi del primo mondo, la maggior parte dei quali appartenenti alla tradizione cristiana, non si lascerà impressionare dalle analisi del papa e continuerà a ispirarsi ai principi di uno sfrenato neo-liberismo senza preoccuparsi del grido della Terra e del grido dei poveri.

Il cambiamento si realizzerà almeno in ambito ecclesiale? Per quanto decisivo sia il ruolo che la dottrina cattolica gli assegna, un papa non può cambiare tutto neanche all’interno della comunità cristiana: non può certo trasformare oltre un miliardo di fedeli, che in buona parte si dicono tali per tradizione o per conformismo borghese, e che sono spesso ben integrati in quel sistema capitalistico che Francesco definisce ‘un’economia che uccide’, in autentici seguaci di Gesù di Nazareth. O, impresa ancora più ardua, convertire al vangelo quei vescovi e quei cardinali che più o meno esplicitamente considerano ormai Francesco un pericoloso sovversivo e che forse si stanno già organizzando per evitare che nel prossimo conclave di nuovo la situazione sfugga loro di mano.

È probabile, quindi, che le parole del papa abbiano un impatto limitato sulla realtà, a causa non solo dell’opposizione del potere politico ed economico ma anche dell’atteggiamento dei milioni di fedeli pronti ad applaudirlo ma non a cambiare il proprio stile di vita e della sorda e crescente resistenza di buona parte della gerarchia ecclesiastica, consapevole che gli uomini passano ma l’istituzione resta.

È fondato, quindi, il timore che, anche per quanto riguarda le questioni intra ecclesiali, non mancheranno le delusioni, a cominciare dalle aspettative coltivate dai divorziati risposati. Le previsioni degli addetti ai lavori per la fase finale del Sinodo dei vescovi sulla famiglia, in programma a ottobre, non sono infatti particolarmente ottimistiche, dato che sarà sicuramente riproposta la dottrina tradizionale, con l’inevitabile conseguenza che anche dal punto di vista pastorale non cambierà nulla o quasi.

Inoltre, contro la possibilità che il parlamento italiano legiferi in materia di unioni civili, anche omosessuali, si è svolta nello scorso giugno una manifestazione promossa dagli ambienti cattolici più conservatori e sostenuta dai partiti di destra, che tenteranno di impedire l’approvazione della legge, mentre il Vaticano, dopo la batosta subita in Irlanda con la legalizzazione dei matrimoni gay, pare abbia scelto una linea più prudente: quella di limitare i danni accettando come male minore un testo di compromesso.

A differenza che in passato, infatti, la Conferenza Episcopale Italiana non ha sponsorizzato ufficialmente l’evento, il suo segretario ha detto di condividerne i contenuti ma non le modalità, il presidente del Pontificio Consiglio per la Famiglia si è limitato a inviare la sua benedizione e il Vicariato di Roma ha fatto sapere che non è tra i promotori ufficiali dell’iniziativa ma la appoggia ed esorta i professori di religione a partecipare a questa mobilitazione.

In sostanza, l’effetto-Bergoglio, per quanto riguarda la difesa della famiglia tradizionale, non può che essere questo: ribadire la dottrina ma evitare toni da crociata come quelli usati nel 2007 dal giornale della CEI, l’Avvenire, che si scagliò con un violento ‘non possumus’ contro il disegno di legge del governo Prodi sui diritti dei conviventi.

Del resto, il papa stesso ha lanciato insistentemente l’allarme contro la cosiddetta teoria del gender, che confonderebbe le idee sulla famiglia e non andrebbe insegnata nelle scuole perché “espressione di una frustrazione e di una rassegnazione, che mira a cancellare la differenza sessuale perché non sa più confrontarsi con essa”. Allarme che pare ingiustificato perché il gender, più che un’ideologia ben definita, è un ovvio criterio di analisi che evidenzia come carattere, ruolo e destino di uomini e donne, al di là delle differenze naturali, siano in una certa misura determinati dai modelli che cultura e società impongono a ciascuno a seconda del suo sesso.

Eppure Francesco non ha esitato ad attaccare ancora una volta questa teoria, quando, durante l’udienza concessa a giugno al Consiglio Superiore della Magistratura, ha invitato, con una qualche invasione di campo, i suoi membri a non «abusare della categoria dei diritti umani volendo farvi rientrare pratiche e comportamenti che, invece di promuovere e garantire la dignità umana, in realtà la minacciano o addirittura la violano».

L’elemento unificatore di questi due anni di pontificato, insomma, mi sembra questo: fare spazio alle diverse anime di un mondo così variegato come quello cattolico in modo che, nonostante le accuse di chi lo considera un papa comunista, nessuno, neanche tra i conservatori, si possa sentire escluso. Così, per esempio, il Vaticano partecipa con un proprio padiglione, costato tre milioni di euro, all’Expo che dovrebbe combattere la fame nel mondo, partecipazione che, a parere di Alex Zanotelli, “rischia di essere una sorta di foglia di fico di un’esposizione funzionale al sistema”.

Recandosi a Torino in occasione dell’ostensione della Sindone, inoltre, il papa ha incoraggiato una forma di pietà religiosa che tanti credenti vorrebbero consegnata al passato: in effetti, che cosa ha a che fare col messaggio evangelico la venerazione di un telo la cui origine, oltre tutto, risale – è ormai scientificamente accertato – non ai tempi di Gesù ma al medioevo?

E ancora, l’esortazione rivolta nel 2013 agli istituti religiosi a offrire i loro conventi e le loro strutture per ospitare uomini, donne e bambini che fuggono da fame e guerra è caduta nel vuoto, ma Francesco, forse scoraggiato dalla chiusura di tanti cuori, non è più tornato sulla questione, tanto che la Lega di Salvini ha buon gioco nel respingere le critiche di chi accusa gli altri per il loro rifiuto dei migranti senza far poi nulla per accoglierli.

In poche parole, mi pare che, ad oggi, la situazione si possa sintetizzare così: alcune scelte del papa allarmano i conservatori, mentre altre deludono i progressisti. Alla domanda se quello promosso da Francesco sia un reale cambiamento, risponderei quindi che, a mio parere, le luci prevalgono nettamente sulle ombre, ma che occorre ridimensionare le aspettative: credo, infatti, che da un papa che, estraneo alle acquisizioni dell’esegesi biblica degli ultimi decenni, resta sinceramente legato alla dogmatica tradizionale, e che incontra forti critiche dai poteri che contano e tante resistenze tra i suoi stessi collaboratori, non ci si possa attendere un rinnovamento più profondo. Anzi, penso che sia un grosso errore, sia in campo religioso che politico, aspettare soluzioni che vengano dall’alto, magari da un uomo solo al comando cui si affida il compito di risolvere i nostri problemi. Siamo noi, uomini e donne, credenti e non credenti, che abbiamo la responsabilità di migliorare, ed eventualmente di cambiare radicalmente, il mondo in cui viviamo.
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