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Sinodo e dopo-Sinodo in 5 punti

Il Sinodo sulla famiglia si è appena concluso, ma già ci sono analisi e commenti che compongono un quadro attendibile. Penso a quelli di Enzo Bianchi, Massimo Faggioli, Antonio Spadaro e all’intervista odierna al padre generale della Compagnia di Gesù, che ha partecipato alla stesura della relazione finale ed è molto vicino a Francesco. Potrebbe essere superfluo aggiungere qualcosa, ma credo sia utile per i non “addetti ai lavori” tentare una sintesi che aiuti a capire il significato di questo evento e soprattutto che cosa accadrà ora. Infatti, ritengo che la conclusione del Sinodo sia un inizio, non una fine. Provo a spiegarmi in cinque punti sintetici.

1. E’ cambiato il modo di procedere nella chiesa cattolica

Il primo aspetto del Sinodo è l’aver stabilito per la chiesa cattolica un metodo per affrontare le questioni e la formazione del consenso. Nei due anni di questo processo ci sono stati un confronto e una libertà di parola che forse si sono avuti solo nella stagione del Vaticano II. Ricordiamo che la maggior parte delle decisioni, per lungo tempo, sono avvenute per via autoritativa dall’alto verso il basso. Papa Francesco, più che prendere delle decisioni in solitaria, ha avviato un modo di procedere che coinvolge una pluralità di soggetti. Certo, c’è ancora molta immaturità al riguardo: basti pensare a come alcune conferenze episcopali hanno bypassato la diffusione dei questionari e alla vita quotidiana di molte parrocchie e diocesi.

Ma il percorso che c’è stato vuole essere un punto di non ritorno: è così che nella chiesa si trattano le questioni più importanti, consentendo a tutti di parlare ed essere ascoltati, di partecipare nella corresponsabilità. Il discorso di Francesco in occasione dei 50 anni dell’istituzione del Sinodo è attesta che questo è un vero e proprio volto di chiesa, non un avvenimento occasionale. E, per di più, è stato fatto su un tema che per anni e anni è stato “blindato” come quello della famiglia, riguardo al quale tutto sembrava già certo e stabilito dal magistero e dalla dottrina. Certo, tutto ciò implica una riforma della chiesa e dello stesso papato, come suggerito da Francesco, il cui ministero si pone come servizio di sintesi e di unità.

2. E’ cambiato il linguaggio

La conseguenza del metodo sinodale è stato un modo diverso di parlare della famiglia. Forse tanti, soprattutto quelli che si aspettavano slanci maggiori, hanno poca memoria. Prima del Sinodo, parlare di famiglia significava parlare di valori non negoziabili, natura e legge naturale, dibattiti politici, comportamenti ammessi o non ammessi soprattutto in campo sessuale… Ora prevale un altro vocabolario: accoglienza, integrazione, discernimento, coscienza… E’ diverso l’approccio, sono diversi gli accenti e le priorità, hanno una maggiore centralità le persone, la loro realtà, le loro fatiche. Si parla di famiglia in una chiave positiva, a partire dal suo valore ma anche delle sue difficoltà, più che in base a prescrizioni o condanne.

3. Il Sinodo apre delle possibilità

La Relazione finale, evidenziando i concetti appena ricordati, non ha offerto soluzioni e preso decisioni (d’altra parte, non è questo il compito del Sinodo). Ha aperto delle possibilità. A chi sembra troppo poco, proporrei di fare un confronto tra l’instrumentum laboris del Sinodo del 2014, in cui prevaleva la semplice ripetizione del magistero precedente senza grandi margini di uno sviluppo, e questa relazione. Là era evidente la preoccupazione di chiudere le porte a ciò che non era consentito. Come dice una voce autorevolmente vicina al papa, ora Francesco ha le mani libere per la sua esortazione apostolica che sarà il vero esito del Sinodo. Era importante che questo Sinodo non chiudesse. Chi ha seguito il dibattito e l’andamento delle votazioni, ha colto come ci sia stata una componente che mirava a condizionare il papa ponendo dei veti. Questo non è accaduto, diversamente dal Sinodo del 2014 in cui non tutti i punti della Relatio hanno avuto la maggioranza dei due terzi. Molto si deve al contributo di teologi che hanno portato riflessioni e suggerito vie percorribili nel rispetto degli elementi essenziali della fede cristiana. Lo si è colto soprattutto nelle relazioni del circolo germanico, che spiccano per livello teologico, e hanno avuto un’incidenza decisiva.

4. Ci sono luci e ombre

Un documento che copre temi ampi e complessi come la Relazione finale del Sinodo non è uniforme. Presenta luci e ombre che rispecchiano la differenza di sensibilità e approcci presenti all’interno della chiesa. Elementi molto positivi sono, per esempio la via del discernimento per affrontare le situazioni ferite e le nuove unioni, evitando di ingabbiare e congelare i vissuti personali in  categorie giuridiche, nella prospettiva dell’integrazione e non dell’esclusione (le conseguenze in merito ai divorziati risposati sono state spiegata estesamente da Basilio Petrà); la centralità della coscienza nelle scelte procreative, slegando il tema dall’irrigidimento sul discorso della contraccezione; il ruolo delle famiglie e della presenza femminile nella formazione dei futuri preti, puntando sull’equilibrio psicologico e affettivo… Non è un elenco sistematico, ma una raccolta di prime impressioni. Altri aspetti sono più problematici. Sulla questione del gender, si ribadisce il rifiuto dell’approccio ideologico, ma sarebbe stato meglio esplicitare la necessità di adottare una prospettiva di genere per superare quelle visioni che penalizzano la donna. Il n. 27, nel momento in cui auspica un ruolo più ampio delle donne, di fatto la impiega. Il punto di vista femminile non sembra poi presente. Un altro aspetto carente riguarda l’omosessualità, rispetto a cui manca una nuova considerazione dei dinamismi affettivi che superi una comprensione incentrata sul peccato sessuale. Anche sul sacramento del matrimonio ci sarebbe stato bisogno di un approfondimento della sua specificità.

5. Il dopo-Sinodo è tutto da costruire

Finito il Sinodo, si apre il dopo-Sinodo che è tutto da impostare e costruire. Molto dipenderà dall’esortazione di papa Francesco. Il suo discorso conclusivo costituisce sicuramente una chiave interpretativa di quanto è maturato e soprattutto delle future direzioni. Bergoglio dice che difendere la dottrina significa difendere lo spirito e le persone, non la lettera e le idee, e afferma che la conversione non è il prezzo della salvezza, ma la risposta alla misericordia di Dio. E’ un orientamento chiaro. Una vera integrazione può essere un’esclusione definitiva a priori dalla piena comunione? Questa è la via che si prospetta, non come norma generalizzata ma come approdo di un cammino personale. D’altra parte, ogni sacramento non dovrebbe essere dato “alla cieca”, ma dentro un cammino di fede e di conversione. Allo stesso modo dovrebbe avvenire il “ritorno” dopo una rottura. Ma la chiesa cattolica non si esaurisce nella persona del papa. Per l’Italia la riflessione sui temi sinodali deve necessariamente continuare al Convengo ecclesiale di Firenze, ma c’è soprattutto una parte essenziale che dipende dalla quotidianità di diocesi e parrocchie. E’ lì che le persone fanno esperienza di accoglienza e integrazione, piuttosto che di giudizio ed esclusione. In molte realtà questo già avviene, ma non possiamo dimenticare che veniamo da anni in cui sono emersi profili di comunità, di preti e di vescovi improntati al rigorismo. E’ necessario esercitarsi nell’apprendere quella che definisco l’arte della misericordia, quello stile umano e cristiano che suscita fiducia nelle persone. Come è avvenuto alla donna peccatrice che si è accostata a Gesù nella casa del fariseo Simone, confidando che lui avrebbe visto oltre le sue colpe. Si tratta di essere credibili, affidabili, accoglienti, manifestare quella misericordia di Dio che è la sostanza del Vangelo e della dottrina cristiana in una relazione cuore a cuore.

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