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Che germoglino i semi delle Catacombe di E.Peyretti

Enrico Peyretti
Adista Segni Nuovi n° 40 del 21/11/2015

Cinquant’anni fa il Concilio culminò, in un certo senso, non solo nella basilica di San Pietro, ma nelle catacombe, dove furono posti buoni semi nascosti nel buon terreno, per germogliare al tempo dovuto. Si ricordano sempre i documenti approvati al termine del Concilio, dopo le ultime discussioni decisive, ma si potrebbe anche vedere meglio, a distanza di tempo, la consegna dei padri conciliari alla Chiesa dei poveri, Chiesa di tutti, nell’impegno-appello, scritto nelle catacombe.

Quella quarantina di vescovi che lo siglò riprendeva l’invito iniziale di papa Giovanni XXIII, nel messaggio dell’11 settembre 1962, un mese prima dell’apertura del Concilio: «Dovere di ogni uomo, dovere impellente del cristiano è di considerare il superfluo con la misura delle necessità altrui, e ben vigilare perché l’amministrazione e la distribuzione dei beni creati venga posta a vantaggio di tutti».

Non mi pare che, nel messaggio finale del Concilio all’umanità, si ritrovi il tono e la concretezza dell’impegno dei vescovi delle catacombe di Domitilla, né nella parte diretta ai governanti né in quella diretta ai poveri.

Invece, amo ricordare che il vescovo di Torino, Michele Pellegrino, nominato proprio nel settembre 1965 mise subito in atto alcuni di quegli impegni. Non sono sicuro, ma devo supporre che fosse a conoscenza del Patto delle catacombe; fatto sta che subito chiese di essere chiamato “padre” e non coi titoli ampollosi della vanità ecclesiastica; che non accettò il regalo dell’automobile che tradizionalmente la Fiat faceva al nuovo vescovo (e così pose le basi della indipendenza della Chiesa dal maggiore potere economico della città, che a lungo l’aveva condizionata); che si occupò di pareggiare le condizioni economiche differenti tra le diverse parrocchie e quindi tra i preti; che non partecipava alla solita parata delle “autorità civili, militari, religiose” nelle più varie cerimonie pubbliche; che sostenne le rivendicazioni dei lavoratori, anche con la famosa visita alla “tenda rossa” davanti a Porta Nuova; che prese a cuore la condizione degli immigrati meridionali e il diritto alla casa, bene vitale primario spettante a tutti, da sottrarre alla speculazione; che, infine, esortò nella lettera pastorale Camminare insieme (dicembre 1971) la Chiesa torinese a compiere la «scelta preferenziale dei poveri», una «scelta di classe», dal momento che la povertà era «un fenomeno di classi intere». Povertà, libertà, fraternità erano le tre esigenze che poneva, in questa lettera, alla Chiesa affidatagli, e per ognuna proponeva «attuazioni concrete», proprio nello stile operativo del Patto delle catacombe.

Naturalmente fu accusato di essere comunista ma, oltre le più chiare distinzioni teoriche, con la sua competenza di studioso della tradizione cristiana dei primi secoli, citando chiarissimi testi dei Padri della Chiesa, mostrò come la giustizia, la solidarietà, la distribuzione dei beni per la pari dignità di tutti erano, fin dall’origine, caratteri necessari di una Chiesa fedele al Vangelo, cioè impegnata a tradurre in opere la fede nell’amore di Dio, che si testimonia nell’amore fraterno e sociale: «Non è del tuo avere che fai dono al povero: tu non fai che rendergli ciò che gli appartiene. (…) La terra è data a tutti, e non solamente ai ricchi» (S. Ambrogio, già citato da Paolo VI nella Populorum Progressio).

In un discorso a Cagliari, Paolo VI – certamente un grande papa – disse che la Chiesa non era ricca. Qualcuno, in una lettera ad un settimanale cattolico, scrisse che dunque avrebbe fatto bene a pubblicare i bilanci. Alcuni vi videro uno sgarbo e ritennero che fosse da riferire a quella lettera la raccomandazione autorevole di Paolo VI al suddetto: «Sia buono!». In seguito, venne una maggiore pubblicità dei bilanci.

Oggi, rileggere quell’impegno di un piccolo numero di padri conciliari pone a tutta la Chiesa, nella corresponsabilità indivisa, il compito di affrontare quelle esigenze evangeliche nelle situazioni attuali: i grandi movimenti migratori di persone umane uguali in dignità e diritti, bisognose di accoglienza e convivenza; una necessaria «coraggiosa rivoluzione culturale» (Laudato si’, 114) per una nuova economia dei beni comuni, della «casa comune» dell’umanità, che è la nostra Terra aggredita dall’economia rapace, causa di guerre; la piena trasparenza, legalità e sobrietà (in qualche caso violate anche recentemente contro la direttiva di papa Francesco) delle comunità cristiane e del centro vaticano nella gestione e nell’uso del denaro; la forte necessità di cancellare tra i popoli del mondo l’impressione inveterata che il cristianesimo appartenga in modo essenziale alla parte ricca e dominatrice dell’umanità; l’esigenza, in Italia, di una più equa distribuzione dell’8 per mille. E via dicendo. Quei germogli sono affidati oggi alla cura e al lavoro delle nostre mani.

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