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Quando Dio comincia a perdonare? di C. Albini

Christian Albini

www.vinonuovo.it, 10 Nov. 2015

Dio ci ama gratis, o la misericordia va meritata? Sono interrogativi che fanno da sfondo a molti discorsi tra cattolici, da quando papa Francesco insiste sulla centralità della misericordia

Viene prima la misericordia o prima la conversione? La salvezza ha un prezzo? Sono interrogativi che fanno da sfondo a molti discorsi tra cattolici, da quando papa Francesco insiste sulla centralità della misericordia, al punto da indire un giubileo straordinario. In sostanza, è come chiedersi: Dio ci ama gratis, o la misericordia va meritata? Sono questioni entrante anche nel dibattito dei due sinodi sulla famiglia, come ha puntualmente ricostruito su Facebook Andrea Volpe, da cui ho tratto lo spunto.

Nella  Relatio Synodi, pubblicata al termine dei lavori del Sinodo Straordinario del 2014, al n. 14 si legge:
«Ciò appare chiaramente negli incontri con la samaritana (Gv 4,1-30) e con l’adultera (Gv 8,1-11) in cui Gesù, con un atteggiamento di amore verso la persona peccatrice, porta al pentimento e alla conversione (“va’ e non peccare più”), condizione per il perdono». Tale affermazione viene ancora sinteticamente ripresa nello stesso documento al n. 28: «Così nello stesso modo intendiamo l’atteggiamento del Signore, che non condanna la donna adultera, ma le chiede di non peccare più (cf. Gv 8,1-11)».

Questa formulazione pone la conversione come condizione previa del perdono, rovesciando «il dinamismo proprio dell’esperienza cristiana, dove è semmai il perdono di Cristo che rende possibile riconoscere davvero e fino in fondo il proprio peccato, sentirne dolore, piangerne e convertirsi», come ha scritto Gianni Valente in un bell’articolo per Vatican Insider che ha avuto ampia circolazione.

La prospettiva della Relatio Synodi 2014 ha continuato ad essere confermata nell’Instrumentum laboris del Sinodo 2015 ai punti n. 41 e n. 67 e compare nella Relazione introduttiva del Sinodo, tenuta dal cardinale Péter Erdő lo scorso 5 ottobre, al punto II.2. Qualcosa, però, è successo, perché il “perdono divino condizionato” è stato rivisto. La Relazione finale del Sinodo Ordinario, ristabilendo la dinamica cristiana, così si esprime al n. 41: «Ciò appare chiaramente negli incontri con la donna samaritana (cf. Gv 4,1-30) e con l’adultera (cf. Gv 8,1-11), nei quali la percezione del peccato si desta davanti all’amore gratuito di Gesù».

In un certo senso, lo stesso papa Francesco ha affrontato la questione nel suo discorso finale al Sinodo, con parole di grande impatto: «l’esperienza del Sinodo ci ha fatto anche capire meglio che i veri difensori della dottrina non sono quelli che difendono la lettera ma lo spirito; non le idee ma l’uomo; non le formule ma la gratuità dell’amore di Dio e del suo perdono. Ciò non significa in alcun modo diminuire l’importanza delle formule, delle leggi e dei comandamenti divini, ma esaltare la grandezza del vero Dio, che non ci tratta secondo i nostri meriti e nemmeno secondo le nostre opere, ma unicamente secondo la generosità illimitata della sua Misericordia (cfr Rm 3,21-30; Sal 129; Lc 11,37-54). […] In questo senso il doveroso pentimento, le opere e gli sforzi umani assumono un significato più profondo, non come prezzo dell’inacquistabile Salvezza, compiuta da Cristo gratuitamente sulla Croce, ma come risposta a Colui che ci ha amato per primo e ci ha salvato a prezzo del suo sangue innocente, mentre eravamo ancora peccatori (cfr Rm 5,6). Il primo dovere della Chiesa non è quello di distribuire condanne o anatemi, ma è quello di proclamare la misericordia di Dio, di chiamare alla conversione e di condurre tutti gli uomini alla salvezza del Signore (cfr Gv 12,44-50)».

Il tema è importante, perché riguarda la nostra concezione dell’amore che è anche la nostra concezione di Dio e della chiesa. La ritengo tanto importante da averla posta al centro di un libro, L’arte della misericordia (Qiqajon), in cui esploro l’incontro “scandaloso” tra Gesù e la donna peccatrice a casa del fariseo Simone (cfr. Lc 7,36-50), in cui lei bagna i capelli di Gesù con le proprie lacrime e li asciuga con i capelli. Il cuore dell’episodio è costituito dalla parabola (Lc 7,41-42a) raccontata da Gesù al fariseo che non accettava il suo accogliere i gesti della donna. Nella parabola, un creditore condona il debito a due persone, non avendo essi di che restituire (7,42a). Proprio là dove vede la nostra incapacità di convertirci in base ai nostri soli sforzi, Dio interviene con la sua misericordia. Il perno attorno a cui tutto ruota è il verbo usato da Gesù. Il creditore ha condonato (eucahrísato); letteralmente, ha “fatto gratuità” (charís), che è tutto il contrario del prestito a interesse. E chi dei due riceve il condono più grande, ama di più (cfr. 7,43).

È l’amore di Dio al centro. Non il peccato dell’uomo o i suoi presunti meriti: l’esperienza della misericordia di Dio ci converte, ci trasforma interiormente, ci fa essere “nuova creatura”.



La lettura del testo, però, fa emergere quella che sembra un’incongruenza, quando Gesù dice: “Le sono perdonati i suoi peccati perché (óti) ha molto amato” (Lc 7,47a).

Qui sembra che Gesù voglia dire che l’amore che la donna ha dimostrato è la causa del perdono da lei ricevuto, in una sorta d’inversione dell’ordine logico della parabola. La preoccupazione di Gesù e degli evangelisti non è quella di formulare insegnamenti sistematici. I problemi di “concatenazione” sarebbero più che altro dovuti al nostro modo di pensare eccessivamente lineare, anche se Bovon sostiene che l’óti del versetto non vorrebbe dire esattamente “perché”, ma starebbe a significare che l’amore della donna è una prova dell’essere perdonata.

L’incontro con Dio, l’esperienza della sua misericordia e del suo perdono, è instaurare una relazione di riconciliazione. La persona umana non è uno spettatore passivo: l’iniziativa viene da Dio, ma sollecita la responsabilità umana, stimola la reciprocità. L’amore è una sorta di “circolazione sanguigna” allargata, nella quale lo stesso “fluido” circola tra due o più persone che sono animate dalla stessa vita. «Il dibattito in Luca non riguarda la persona di Dio e il primo passo che compie, quanto piuttosto il rapporto che i due personaggi (la donna e Simone) hanno (o non hanno) stabilito per rispondere a quest’amore di Dio e di Gesù. I gesti della donna allora sono insieme indizi e cause del suo perdono» (François Bovon). Chi è perdonato ama in risposta al perdono; e, in quanto ama, è aperto ad accogliere il perdono, che è manifestazione suprema dell’amore. Come dice Silvano Fausti, amore e perdono si alimentano in una circolarità continua.

In tal caso, la traduzione potrebbe suonare così: “Si vede che i suoi peccati le sono stati perdonati, dal momento che ha dimostrato di saper amare molto”.

Ecco perché la misericordia è un’arte, come la definisce anche Giovanni Crisostomo. È un incontro che si traduce nella maturazione di un sapere, di un agire, di un’esperienza che si riverbera in tutta la vita.

 

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